Genesi deL ROMANZO “il paese del non ritorno”

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Come lettore, preferisco storie che mi lascino dentro qualcosa, che stimolino in me domande e riflessioni, come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, che per me è sempre un punto di riferimento, o la serie a fumetti Sandman di Neil Gaiman, di cui apprezzo appunto l’uso metaforico del fantastico. Perciò, quando poi mi trovo a inventare storie, dopo avere individuato una o più scene-chiave intorno alle quali tessere una trama, sono solito chiedermi: qual è il tema della storia? Non per insegnare qualcosa ai lettori, per carità, ma perché come autore sento sempre il bisogno di un argomento o di un ideale che mi  “infiammi”.

Venendo a Il paese del non ritorno, da anni mi sembrava di percepire un disagio diffuso, leggevo spesso articoli che parlavano di come ormai il “male di vivere” affligga sempre più persone, anche tra i giovani. E il fatto di essere benestanti o in buona salute non sembra migliorare la situazione. Cominciai a chiedermi il perché di tale fenomeno. Durante il lavoro di documentazione per il mio libro precedente, Acqua tagliente, mi capitò di leggere alcuni saggi sull’attuale fenomeno della convergenza tra scienza e spiritualità.

Il fisico e filosofo Henry Margenau riteneva che la realtà fosse un unico grande sistema all’interno del quale si possono estrapolare un’infinità di altri sistemi, come per esempio l’essere umano, un sistema al cui interno convivono un’infinità di sistemi minori. Secondo lo studioso, esisterebbe una Mente Universale di cui quella individuale rappresenta appunto solo un sottosistema. Carl Gustav Jung lo aveva già inuito, quando parlava dell’Inconscio Collettivo. Trovo stimolanti le ipotesi di questo tipo, in quanto offrono lo spunto per riflessioni sulla natura umana.

Ho pensato dunque che il nostro malessere potrebbe nascondere a livello inconscio un disagio profondo, poiché facciamo parte di una società che fonda il proprio “benessere” sulle spalle di nostri simili quotidianamente in lotta per la sopravvivenza, i popoli dei cosiddetti Terzo e Quarto Mondo, che tuttavia farebbero parte della nostra stessa Mente Universale.

I romanzi degli Invisibili attraversano molti generi, ma quello predominante è l’horror.

Sentivo che i morti viventi potessero costituire una metafora adatta al mio nuovo libro, dove gli abitanti di un ricco paesino del profondo Sud degli Stati Uniti soffrono di un disagio diffuso e si sentono minacciati dai lavoratori neri di una tenuta agricola, giungendo a temere che si tratti addirittura di zombi. Per gli Invisibili sarà l’occasione di considerare come in realtà tutti noi che in questa società ci “lasciamo vivere” in maniera inconsapevole, senza aprire gli occhi sullo stato di cose di cui parlavo, rischiamo in un certo senso di trasformarci in zombi.

Ma anche questo, come gli altri miei libri, contiene un messaggio di speranza. Ci troviamo di fronte a un momento di grave crisi economica e spirituale, ma naturalmente ogni crisi porta con sé l’opportunità di un cambiamento. Mi auguro che finiremo con l’aprirci a una nuova consapevolezza e, chissà?, a una via più giusta di concepire il nostro modo di essere e la società in cui viviamo, con maggiore rispetto verso tutti gli altri esseri viventi e l’ambiente.

images4Torna al libro IL PAESE DEL NON RITORNO

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