Gli Invisibili 5 - Il paese del non ritorno
TRAMA
A Sleepy Swamp, ricca cittadina della Louisiana, gli abitanti vivono nella paura. Nessuno osa avvicinarsi alle paludi dove sorge Noreturn, il villaggio dei lavoratori delle piantagioni di tabacco della famiglia Leloup, ma soprattutto dove si dice si aggiri il leggendario Tonton Macute, protagonista di un’inquietante filastrocca. Douglas, Crystal, Peter e Magica, ovvero la banda degli Invisibili, si troveranno coinvolti in una vicenda terrorizzante e dovranno cercare di sottrarre se stessi e il “reporter del mistero” Robert Kershaw all’atroce destino dei non-morti.
Poiché i miei due ultimi lavori, “L’enigma di Gaia” e “Acqua tagliente”, tra ideazione, documentazione, scrittura e revisione mi avevano impegnato per anni, per questa nuova avventura degli Invisibili desideravo una storia che non richiedesse ricerche troppo laboriose, che fosse più breve e scorrevole. E facesse paura.
Cominciai a guardarmi intorno alla ricerca di un tema che mi appassionasse. Ogni mio libro infatti rappresenta il tentativo di capire meglio me stesso e la realtà che mi circonda.
Riflettei che la cosiddetta “società dei consumi” sembra spingerci a rinchiuderci sempre più fra le mura domestiche, in un continuo accumulo di beni non di prima necessità, apparentemente inconsapevoli che il nostro benessere poggia sulle spalle di altri esseri umani quotidianamente in lotta per la sopravvivenza. Mi domandai quindi se dentro ognuno di noi non si nasconda del malessere per questo stato di cose.
Ritenevo di avere trovato un interrogativo degno di un’avventura degli Invisibili.
Non mi restava che individuare una metafora adatta ad affrontare questo argomento. Nella mia mente comparvero immagini del film Zombi, in cui i morti viventi affollano le scale mobili di un ipermercato. Il regista George A. Romero fu il primo a vedere i morti viventi come simbolo di una società in crisi, i cui membri si sentono minacciati dai loro stessi simili, ottuse marionette senza raziocinio intente a ripetere all’infinito i gesti cui erano abituate in vita.
Sentivo che questa metafora poteva adattarsi anche alla mia storia e che, nel mio piccolo, avrei potuto affrontarla in un’ottica in parte inedita.
Ci sarò riuscito?
Anche stavolta a voi lettori l'ardua sentenza!
Nascita de Il paese del non ritorno
approfondimento su:Gli Invisibili 5 - Il paese del non ritornoCome lettore preferisco storie che mi lascino dentro qualcosa, che stimolino in me domande e riflessioni, come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, che per me è sempre un punto di riferimento, o la serie a fumetti Sandman di Neil Gaiman, di cui apprezzo appunto l’uso metaforico del fantastico. Perciò, quando poi mi trovo a inventare storie, dopo avere individuato una o più scene-chiave intorno alle quali tessere una trama, sono solito chiedermi: qual è il tema della storia? Non per insegnare qualcosa ai lettori, per carità, ma perché come autore sento sempre il bisogno di un argomento o di un ideale che mi “infiammi”.
Venendo a Il paese del non ritorno, da anni mi sembrava di percepire un disagio diffuso, leggevo spesso articoli che parlavano di come ormai il “male di vivere” affligga sempre più persone, anche tra i giovani. E il fatto di essere benestanti o in buona salute non sembra migliorare la situazione. Cominciai a chiedermi il perché di tale fenomeno e poi, nel corso del lavoro di documentazione per il mio libro precedente, Acqua tagliente, mi capitò di leggere alcuni saggi sul fenomeno attuale della convergenza tra scienza e spiritualità.
Il fisico e filosofo Henry Margenau riteneva che la realtà fosse un unico grande sistema all’interno del quale si possono estrapolare un’infinità di sistemi, come per esempio l’essere umano, un sistema al cui interno convivono ancora altri sistemi minori. Secondo lo studioso, esisterebbe una Mente Universale di cui la mente individuale è solo un sottosistema, come aveva intuito Jung quando aveva teorizzato l’Inconscio Collettivo. Trovo stimolanti ipotesi di questo tipo, in quanto offrono lo spunto per riflessioni etiche e morali.
Ho pensato dunque che il nostro malessere potrebbe nascondere a livello inconscio un disagio profondo, poiché facciamo parte di una società che fonda il proprio “benessere” sulle spalle di altri esseri umani quotidianamente in lotta per la sopravvivenza, i popoli dei cosiddetti Terzo e Quarto Mondo, che tuttavia farebbero parte della stessa Mente Universale.
I romanzi degli Invisibili attraversano molti generi, ma quello predominante è l’horror.
Sentivo che i morti viventi potevano costituire una metafora adatta al mio nuovo libro, dove gli abitanti di un ricco paesino del profondo Sud degli Stati Uniti soffrono di un malessere diffuso e si sentono minacciati dai lavoratori neri di una tenuta agricola, giungendo a temere che si tratti addirittura di zombi. Per gli Invisibili sarà l’occasione di considerare come in realtà tutti noi che in questa società ci ostiniamo lasciarci vivere in maniera inconsapevole e a non aprire gli occhi sullo stato di cose di cui parlavo, rischiamo in un certo senso di trasformarci in zombi.
Ma anche questo, come gli altri miei libri, contiene un messaggio di speranza. Ci troviamo di fronte a un momento di grave crisi economica e spirituale, ma ogni crisi porta con sé l’opportunità di un cambiamento. Mi auguro che finiremo con l’aprirci a una nuova consapevolezza e, chissà?, a un modo più giusto di concepire il nostro modo di essere e la società in cui viviamo, con maggiore rispetto verso gli altri esseri viventi e l’ambiente.
Il mitico Corriere della Paura!
approfondimento su:Gli Invisibili 5 - Il paese del non ritornoIl paese del non ritorno e' dedicato al Corriere della paura, rivista di fumetti horror degli anni '70. Volete saperne di più?Immaginate di essere ragazzini appassionati di horror in un mondo in cui esistono solo due canali televisivi e di film horror non ne trasmettono mai perché “diseducativi”; le videocassette o i dvd non sono ancora stati inventati; Internet non è nemmeno ancora un sogno; i libri horror per adulti sono pochi, quelli per ragazzi non esistono, e fumetti men che meno (salvo qualche eccezione per gli albi di Dracula e Licantropus pubblicati saltuariamente nella collana A.S.E. dell’Editoriale Corno). Ecco, riuscite a immaginarvi questo mondo da incubo? Be’, scusate se vi sembro dubbioso, ma credo che se non siete cresciuti nei primi Anni ’70, immaginare sia davvero difficile… Sto parlando di un mondo dove ai ragazzi erano proibite le immagini più spaventose della strega Amelia di Zio Paperone, dove i genitori già digerivano a fatica gli innocui castelli stregati dei cartoni di Scooby Doo. Riuscite a immaginare?
Se la risposta è sì, allora forse riuscirete a farvi più o meno un’idea di un ragazzo di nove anni che nel 1974 entra dal suo giornalaio di fiducia e s’imbatte in questa copertina.
Gli occhi si sgranano, il fiato si smorza in gola, un lieve capogiro e mani tremanti si protendono verso la rivista. Intorno non c’è più niente. Solo il più puro timore reverenziale e un amore sconfinato. Amore? Eccome! Amore innanzitutto per quei benefattori dell’Editoriale Corno, che ci donarono momenti di gioia che ricordiamo a oltre trent’anni di distanza. Parlo al plurale perché non sono il solo a ricordare a oltre trent’anni di distanza il Corriere della paura. Per esempio, su Facebook è possibile partecipare a liste di discussione dei fan di allora (e di oggi).
Il merito principale di questo uragano che passò impetuoso e rapido (durò solo 22 numeri, meno di due anni) nelle nostre edicole fu dell’altrettanto mitica M.G.P., Maria Grazia Perini, giornalista, scrittrice e sceneggiatrice italiana, direttrice di riviste come il Corriere dei Piccoli e di Eureka; coordinatrice e traduttrice delle testate Marvel edite dall’Editoriale Corno ecc. ecc. (per una sua recente intervista, cliccate QUI)
A dire il vero, negli anni precedenti, c’era già stato qualche tentativo di rivista-raccoglitore di fumetti horror. Cosa rendeva il Corriere della paura così speciale? Direi innanzitutto l’impronta Marvel dei fumetti, con disegnatori e autori di qualità superiore che riuscivano a rendere magistralmente la caratterizzazione dei personaggi e, in certi casi, a riattualizzarli con titoli per noi suggestivi come “Frankenstein 1974”. Ad alcuni di questi personaggi poi non era dedicata una sola storia, li vedevamo tornare in episodi successivi, imparavamo a conoscerli e ad approfondirne la psicologia, ci affezionavamo. Era il caso di Simon Garth lo zombie (nella tavola a lato), che condivide con M.G.P. la dedi
ca della nuova avventura degli Invisibili “Il paese del non ritorno” (chi volesse rileggere TUTTI i numeri del Corriere, può scaricare un dvd-raccoglitore, non in vendita e non a scopo di lucro, collegandosi al sito di TNTforum).Ma la ciliegina sulla torta erano proprio gli editoriali, la rubrica della posta, gli articoli a firma M.G.P., che instaurò con i lettori un rapporto confidenziale di scambio di opinioni sulla passione per l’horror, tra fumetti, libri e cinema.
Particolarmente azzeccata la scelta del bianco e nero per i fumetti (lo erano anche gli originali americani). Allora soffrivo, perché avevo l’impressione che senza il colore quei racconti avvincenti fossero privati di qualcosa. Ora credo che ne fossero invece arricchiti, perché ritengo che, quando si parla di orrore, meno viene mostrato e più aumenti il potere evocativo.Chi ha familiarità con l’inglese, potrà ordinarsi su Internet il volume della Marvel Essential Tales of the Zombie, che raccoglie gli albi originali americani dove comparvero le avventure di Simon Garth.
Inoltre di recente la Panini ha dedicato un volume 100% Max alla miniserie "The Zombie Simon Garth", pubblicata negli Usa nel 2007 nella collana "adulta" Max Comics, e che vede il ritorno dello Zombie ufficiale della casa delle idee. A mio parere, però, né storia né disegni riescono ad avvicinarsi nemmeno lontanamente all’impatto delle vecchie avventure.
Una curiosità: nel 2005 il filmaker italiano Giacomo Dimarno ha realizzato il cortometraggio Il testamento di sangue, con un Simon Garth in computer animation! Su Youtube potrete vederne i trailer: http://www.youtube.com/watch?v=dj7BxRBdRSk.IL CORRIERE DELLA PAURA - Edizione 2011!
Ripensando a quei fumetti, ho scritto questo racconto che il mio lettore Giacomo Mura ha gentilmente illustrato per me.
Spero vi divertirà… e che magari diverta M.G.P. e la famiglia Corno, se mai capiterà loro di leggerlo. Mi auguro mi perdoneranno per essermi appropriato del marchio del Corriere della paura, osando addirittura apporre la dicitura “Edizione 2011!”.
Mi auguro che lo prendano per quello che è: un omaggio di un ragazzo degli Anni ’70.
Buona lettura!
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A seguire potete invece vedere l'elenco completo di tutte le copertine originali de Il Corriere della paura!
La ballata di Tonton Macoute
approfondimento su:Gli Invisibili 5 - Il paese del non ritornoDownload:Per "Il paese del non ritorno" ho inventato una tenebrosa filastrocca, ma nel libro non compare mai per intero. Vuoi leggere la versione integrale e ascoltare l'incisione audio?La ballata di Tonton Macoute
Arriva Tonton Macoute
Signore dei crocicchi
In spalla porta un sacco
Cos’ha dentro il suo sacco?Le braccia sono lunghe
Da lui non puoi scappare
Artigli son le unghie
Lui ti saprà scovare.Arriva Tonton Macoute
Arriva Tonton Macoute
In spalla porta un sacco
Cos’ha dentro il suo sacco?Lui sta nella palude
Nell’acqua fredda e scura
Di quello lui è fatto
di buio e di pauraArriva Tonton Macoute
Arriva Tonton Macoute
In spalla porta un sacco
Cos’ha dentro il suo sacco?Ma gli occhi son scarlatti
I denti ce li ha rossi
Le gocce dal suo sacco
Arrossano anche i fossiArriva Tonton Macoute
Arriva Tonton Macoute
In spalla porta un sacco
Cos’ha dentro il suo sacco?Lui ama i cimiteri
La terra sconsacrata
Il sacco è sulla spalla
L'accetta insanguinataArriva Tonton Macoute
Arriva Tonton Macoute
In spalla porta un sacco
Cos’ha dentro il suo sacco?Se senti i suoi tamburi
Tu corri a perdifiato
Ma se i tamburi tacciono
Allora sei spacciatoArriva Tonton Macoute
Arriva Tonton Macoute
In spalla porta un sacco
Cos’ha dentro il suo sacco?Hai fatto troppo tardi
Adesso lo saprai
Cos’ha dentro il suo sacco
E non lo scorderaiLa vittima è spacciata
L'accetta insanguinata
Il sacco è sulla spalla
Nel sacco lui ha …Arriva Tonton Macoute
Al suono dei tamburi
In spalla porta un sacco
Quel sacco ha dentro……TE
Desidero ringraziare per avere inciso il coro della filastrocca la compagnia teatrale del Piccolo Teatro d'Arte di Torino. In particolare il direttore Claudio Ottavi e le giovani interpreti:
Elisa Caponi
Rebecca Costantino
Monica Fornero
Francesca Giacchero
Ana Girip
Arianna Lodato
Diana TendeleuGrazie di cuore, presto sarà disponibile un servizio video e fotografico del dietro le quinte dell'incisione nella sala di registrazione di Matteo Castellan. Grazie anche a te, Matteo!

Haiti
approfondimento su:Gli Invisibili 5 - Il paese del non ritornoNe Il paese del non ritorno si fanno alcuni riferimenti alla storia e ai costumi haitiani. Ecco alcuni dati che vi permetteranno forse di inquadrare meglio la cultura e, in fin dei conti, di conoscere meglio alcuni dei miei personaggi.Dalla fantasia alla realtà
Haiti è una nazione dell'America situata nel Mar dei Caraibi. Un tempo colonia francese, è stata - dopo gli Stati Uniti - una delle prime nazioni delle Americhe a dichiarare la propria indipendenza. Il territorio haitiano copre la parte occidentale dell'isola di Hispaniola e confina a est con la Repubblica Dominicana. Haiti è il paese più povero delle Americhe.L'indipendenza dalla Francia è stata dichiarata il 1º gennaio 1804. Venne riconosciuta nel 1825 dalla Francia e nel 1863 dagli Stati Uniti.
Dall'inizio del 2004 Haiti è al centro di una rivolta popolare che ha causato disordini e violenza ed ha portato il 29 febbraio alla partenza dall'isola del dimissionario presidente Jean-Bertrand Aristide. Il governo è stato retto ad interim dal presidente della Corte di cassazione, Boniface Alexandre, fino alle elezioni presidenziali tenutesi il 7 febbraio 2006 da cui, pur tra molte proteste ed accuse di broglio da parte dei suoi avversari, è uscito eletto René Préval.
L'isola, colpita nell'estate 2004 dall'uragano Jeanne e nel gennaio 2010 da un disastroso terremoto, vive in uno stato di emergenza umanitaria. Attualmente è in corso una missione internazionale di aiuto sotto l'egida dell'ONU, che vede la presenza di un contingente guidato dal Brasile.
L'isola di Hispaniola, di cui Haiti occupa la porzione più occidentale, era in origine abitata dagli indigeni taino e arauachi. Il 5 dicembre del 1492, la Santa Maria, comandata da Cristoforo Colombo, sbarcò dove oggi sorge Môle-Saint-Nicolas: l'intera isola fu subito rivendicata a favore della Spagna.
Il 18 novembre 1803 l'esercito di Dessalines sbaragliò i francesi nella Battaglia di Vertières. Il 1 gennaio 1804 l'ormai ex colonia dichiarò la sua indipendenza, divenendo così il secondo paese del continente americano a dichiararsi indipendente, dopo gli Stati Uniti: Dessalines ne divenne il primo presidente. Saint-Domingue venne dunque ribattezzata Haiti in ossequio alla popolazione degli arauachi, i quali chiamavano l'isola Ayiti.
Le popolazioni haitiane dunque non temerebbero gli zombi ma di divenirne loro stessi[senza fonte]. Il regime dittatoriale della famiglia Duvalier, al potere fino agli anni ottanta, esasperava il clima di superstizione sugli zombi, conferendo ai capi della polizia segreta, i cosiddetti Tonton Macoutes, il potere di disporre delle droghe malefiche[senza fonte].
Nel 1957, il dottor François Duvalier ("Papa Doc") giunse al potere in seguito alle prime elezioni a suffragio universale tenute ad Haiti (molti, però, ritengono che l'esito del voto fu manipolato dall'esercito). Nel 1964, Duvalier si autodichiarò presidente a vita: per anni egli mantenne il controllo sulla popolazione attraverso la sua polizia segreta, i Volontari per la Sicurezza Nazionale, soprannominati Tonton Macoutes (letteralmente "zii sacchi di juta" o, più colloquialmente, "gli uomini spettro"), dal nome di una figura della tradizione locale, l'uomo nero. Tale organizzazione fu più volte criticata a livello internazionale per i metodi violenti con cui venivano trattati gli avversari politici, veri o presunti tali. Alla sua morte (1971) a Duvalier padre successe il figlio diciannovenne Jean-Claude Duvalier (soprannominato "Baby Doc") in qualità di nuovo presidente a vita. Il regime di Duvalier figlio divenne noto per la sua corruzione e fu deposto nel 1986, aprendo così un nuovo periodo di agitazioni.
Chi desidera approfondire, troverà maggiori informazioni su:
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Haiti
http://it.wikipedia.org/wiki/Haiti
GLI ARTICOLI DI LUCIA CAPUZZI
Desidero ringraziare la giornalista Lucia Capuzzi, autrice del saggio Haiti. Il silenzio infranto (Casa Editri
ce Marietti, 2010), per le utili indicazioni, in particolare per il personaggio di Maya Dusoleil, uno dei più importanti de Il paese del non ritorno. Grazie alla sua consulenza, credo che ora Maya risulti più credibile e realistico.Ho conosciuto Lucia grazie alla serata di presentazione del suo saggio, organizzata dal libraio Beppe Marchetti, presso la libreria “Massena 28” a Torino. Incontro stimolante anche grazie alla partecipazione dei giornalisti Marco Bello (autore del saggio Haiti, l'innocenza violata) e Battista Gardoncini.
Lucia è stata a lungo ad Haiti e i racconti che riporta nel suo libro sono di prima mano. Le ho chiesto se ne avesse avuto un altro che magari non avesse trovato spazio nel libro... un racconto che avrebbe potuto interessare ai miei giovani lettori. Non solo Lucia ha accettato con entusiasmo, ma me ne ha inviati addirittura due, dicendomi di scegliere quale preferissi. Li ho trovati talmente belli, che ho deciso di pubblicarli entrambi. Grazie di cuore, Lucia!
E a voi... Buona lettura!
IL SOGNO DI SMITH
Il sogno, Smith Joseph, ce l’ha fin da quando era bambino. Mentre i sette fratelli (o meglio un fratello e sei fratellastri) giocavano a palla, stava attaccato alla radiolina. Ad ascoltare e sognare. Un giorno – pensava – sarebbe stato dall’altra parte dell’apparecchio, al posto del conduttore, per realizzare il suo programma. Le radio ad Haiti sono l’unico mezzo di comunicazione davvero nazionale. Al tramonto, Port-au-Prince viene ingoiata dal buio: l’illuminazione stradale è inesistente, e la maggior parte delle case non ha corrente autonoma. Solo i ricchi e gli stranieri hanno i generatori. Gli altri si devono accontentare delle radioline a batterie. Uomini e donne, giovani e non restano immobili per ore sul ciglio di strade sterrate, in compagnia di una candela e una radio. Questi aggeggi - piccole e colorate scatole di plastica, di fabbricazione cinese – costano poche gourdes (la moneta locale). Anche i poveri, cioè gli haitiani comuni, come la famiglia di Smith, possono permettersele. “Pasare dall’altra parte”, però, non è semplice. Soprattutto se come Smith si ha un sogno ambizioso - un programma tutto suo – ma pochi soldi in tasca.
Ma le difficoltà non hanno fatto desistere il giovane. Che a 21 anni era più determinato che mai a ritagliarsi un suo spazio nell’etere. Nel 2008, Smith frequentava il primo anno di università, alla facoltà di Sociologia. Si pagava gli studi lavorando come traduttore e insegnante di inglese. Col magro stipendio non poteva certo permettersi di finanziare uno show radiofonico: ci vogliono almeno duecento dollari al mese per mandarlo avanti. Una cifra impossibile per un haitiano medio che guadagna non più di due dollari al giorno. Così ne ha parlato coi suoi compagni di studio. L’idea era chiara quanto folle: formare un gruppo che vendesse spazi pubblicitari alle piccole azienda locali (perlopiù esercizi commerciali) per finanziare un programma che loro stessi si sarebbero impegnati a confezionare. Lo show sarebbe stato rivolto ai coetanei e avrebbe offerto loro uno spazio dove discutere della realtà haitiana, dei suoi problemi, ma anche delle sue potenzialità. All’inizio – racconta Smith – gli amici l’hanno preso per matto. Poi, forse un po’ per gioco, so sono messi all’opera. I ragazzi hanno vagato per diverse radio, fin quando il proprietario di Digital, ha accettato la proposta, purché non gli costasse niente. I costi del programma ed eventuali stipendi degli autori dovevano provenire dalla pubblicità. In cambio avrebbero avuto mezz’ora, ogni settimana, la domenica pomeriggio. “Probabilmente ci ha detto di sì perché era convinto che non ce l’avremmo fatta. Ma noi siamo tornati, un mese dopo”. Per racimolare i fondi hanno usato il sistema: l’unione fa la forza. I ragazzi hanno coinvolto i negozianti del quartiere, chiedendo a ognuno di dare una quota minima. La tecnica è risultata vincente. E così, da dicembre 2008 a gennaio 2010, Focus – questo il nome della trasmissione – è andata in onda puntuale, ogni settimana. Smith aveva realizzato il suo sogno. Fin quando il terremoto non ha ridotto in un cumulo di macerie la sede di Digital. Ma Smith non si arrende: “prima o poi rimetterò in piedi il programma”. Ora, però, ha troppo da fare: insieme ai soliti amici ha organizzato un comitato di quartiere che aiuta gli sfollati. Controllano che i bambini non vengano portati via dai mercanti di esseri umani, che le donne non siano aggredite, che le persone rispettino le norme igieniche. E Focus? “Tornerà, noi giovani abbiamo necessità di uno spazio dove esprimerci. Abbiamo cominciato da zero una volta, ricominceremo ancora”.Sarà per questo che la fame di radio è ormai cronica. E le emittenti “fai da te” si moltiplicano più dei mango. Prima del sisma, nella sola capitale se ne contavano cinquantasette. Focus era solo uno fra le centinaia di nuovi programmi auto-prodotti. La libertà di stampa è per l’isola una conquista recente. Fino al 1986, il Paese è stato vittima della feroce dittatura della famiglia Duvalier. La lotta per la successione, l’ascesa tormentata di Aristide, il “tiranno riformatore” e la sua sanguinosa caduta nel 2004 hanno reso difficile la vita ai media indipendenti. Solo ora, che l’Onu ha ristabilito le principali regole democratiche, stampa e emittenti godono di autonomia. Lo spazio per iniziative sperimentali s’è, dunque, progressivamente allargato. Solo cinque anni fa, un programma come Focus sarebbe stato impensabile.
LE BIBLIOTECHE DI HAITI
Di fronte alla tenda, la fila è già lunga. Bambini, ragazzi ma anche adulti sopportano con pazienza il sole – ad Haiti è estate tutto l’anno – alto fin dal mattino presto. “Ne vale la pena”, dicono. Manca un’ora all’apertura ma nessuno vuole perdere l’opportunità di conquistare un posto in questo telone un po’ speciale. Da fuori, è identico alle altre centinaia che affollano il campo profughi di Petionville, un quartiere di Port-au-Prince (la capitale haitiana). Qui vivono alcune migliaia di persone che hanno perso la casa nel terremoto del 12 gennaio 2010 . Ormai è passato più di un anno dalla tragedia, ma ben poco è stato ricostruito. Ancora un milione di persone vive sotto una tenda. in attesa riesce anche a sorridere. Eppure qui la folla riesce anche a sorridere. Merito, raccontano, di quello che c’è dentro la tenda. Di che cosa si tratta? Appena varcata la soglia si resta stupiti: dappertutto ci sono scaffali colmi di libri. Il pubblico viene diviso in gruppi. Ognuno di questi sceglie insieme all’animatore un volume, che viene letto, spiegato, commentato. Per i più piccoli vengono allestite vere e proprie rappresentazioni. Chi vuol leggere in solitudine può farlo: prende un libro e si apparta in un angolo. Benvenuti alla tenda biblioteca Ddadou, una delle quattro create dalla scrittrice haitiana Yanick Lahens, in col
laborazione con la cooperazione francese e l’associazione “Biblioteche senza frontiere”, in altrettanti campi per sfollati. Presto, ne nasceranno altre quattro. L’obiettivo è alleviare le sofferenze delle persone colpite dal terremoto – soprattutto dei più piccoli – attraverso i libri. “Non si tratta solo di rimettere in piedi gli edifici. Il terremoto, oltre a distruggere la città, ha messo a dura prova la capacità delle persone di sperare, di sognare, di credere nel futuro. Per ricostruire Haiti dobbiamo partire dallo spirito della sua gente”, spiega l’autrice, molto conosciuta in Europa. E aggiunge: “I libri sono la medicina migliore per curare gli spiriti feriti”. Non è facile comprare dei romanzi ad Haiti: costano troppo e oltre la metà della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno. Le biblioteche sono poche e scomode da raggiungere per chi vive nelle tendopoli. “Noi abbiamo portato le biblioteche dentro i campi, in modo che tutti possano andarci – spiega Yanick -. E avere l’opportunità di sentire le storie contenute nei libri. Ne sono convinta: la cultura rende le persone migliori”.Fonti di ispirazione
approfondimento su:Gli Invisibili 5 - Il paese del non ritornoAnche stavolta sono diverse le fonti di ispirazione per il mio libro, tra racconti, film e fumetti.
Ho camminato con uno zombi di Jacques Tourneur non è il film che più ha condizionato il mio immaginario in termini di morti viventi, ma lo presento per primo perché, a mio parere, è stata la prima pellicola hollywoodiana dove un registra dimostrava un certo rigore nel documentare le tradizioni del vudù haitiano (o vudu o voodoo che dir si voglia); perciò lo consiglio a chi subisce il fascino di q
uei lontani e misteriosi paesi tropicali. Jacques Torneur è comunque uno dei miei registi horror preferiti. Con film come Il bacio della pantera mi ha insegnato che l’horror più pauroso non è quello pieno di mostri, sangue ed effetti speciali, ma quello suggerito, dove l’oggetto della nostra paura si vede poco o se ne distingue solo l’ombra fugace. Il suo film che preferisco è La notte del demonio, più moderno dei precedenti e, per molti versi, godibile ancora oggi (lo si può acquistare in dvd).
Il mio debito maggiore in materia di morti viventi va senz’altro a Geo
rge A. Romero. (lo vedete nella foto a destra, circondato dalle sue creature). Del resto, Romero ha rappresentato per i morti viventi ciò che Bram Stoker è stato per i vampiri: prima di quest’ultimo esistevano già superstizioni o credenze legate ai vampiri, ma dopo la pubblicazione di Dracula è diventato impossibile parlare dei non-morti senza tenere quel capolavoro come punto di riferimento. Lo stesso discorso vale per La notte dei morti viventi di Romero.Quando ancora ragazzo ebbi l’occasione di vederlo su una televisione privata, subii un vero e proprio shock. Non era come gli altri horror spettacolari e appariscenti che ero abituato a vedere… Aveva un andamento quasi documentaristico, era anche girato in bianco e nero, ai personaggi veniva concesso ben poco, a differenza dei moderni film americani fatto di modelli palestrati; si trattava di persone normali, né positive né negative. Ma l’aspetto più sconvolgente è forse da attribuirsi al fatto che, a causa degli scarsissimi finanziamenti (per girare il film Romero fece ricorso ai suoi risparmi e alla sua cerchia di amici), gli attori che interpretano i morti viventi non sono ricoperti
da chili di trucco o, ancor peggio, di effetti computerizzati. Ciò, a mio parere, li rende ancora più impressionanti, perché (come potete vedere dall’immagine a lato) somigliano a persone qualsiasi che potremmo incontrare abitualmente per strada. Questo ha reso ancora più potente questo film che è diventato una metafora della diffidenza verso i propri simili che si andava allora diffondendo in America, fra la guerra del Vietnam e la libera circolazione di armi; senza trascurare il razzismo. (evento più unico che raro, il protagonista del film è un nero, circondato da morti viventi bianchi… e alla fine i suoi nemici più pericolosi si riveleranno essere i vivi!).Il film su questo tema da me preferito e che più mi ha influenzato è comunque il successivo Zombi (1978), prodotto da Dario Argento: a causa della evidente e straordinariamente efficace metafora della società dei consumi, si tratta di uno degli horror americani più intelligenti e profondi mai realizzati.
Ah, un piccolo chiarimento. A discapito del titolo italiano “Zombi” (quello americano è “Dawn of the Dead”), nei film di Romero non si parla affatto di zombi, in quanto non vi è alcun riferimento alla tradizione vudù haitiana, bensì appunto di morti viventi.
In tutto, i film di George Romero sull’argomento sono 6: La notte dei morti vienti (1968), Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005), Diary of the Dead - Le cronache dei morti viventi (2007) e Survival of the Dead - L'isola dei sopravvissuti (2009).
Nonostante questo debito, chi non avesse ancora letto Il paese del non ritorno non si aspetti i classici zombi romeriani, o dei suoi imitatori, con carcasse caracollanti ai quali viene fatta esplodere la testa… No, nel mio libro ho cercato di dare un’interpretazione degli zombi… be’, diciamo personale e diversa dal solito, seguendo però la lezione di Romero di considerarli una metafora della società attuale.
Si dovette attendere fino al 1988 per un nuovo film hollywoodiano sulla tradizione degli zombi di Haiti
altrettanto ben documentato come "Ho camminato con uno zombi". Il film di cui vi sto parlando è Il serpente e l'arcobaleno di Wes Craven (il regista di Nightmare). Il film si rifà all'esperienza dell'antropologo Wade Davis, che negli anni 70 si recò ad Haiti con l'intenzione di scoprire la verità scientifica alla base della credenza degli zombi (fu inviato da un'industria farmaceutica che sospettava che nel processo della "zombificazione" fossero utilizzate sostanze che si sarebbero potute sfruttare poi in ambito farmacologico, soprattutto nel campo dell'anestesia). QUI potete leggere una sua recente intervista.Consiglio la visione anche di questo film. Niente male, peccato però per il finale un po' baracconesco...
Arriviamo ora a un film recente, Skeleton Key (2005). Non si tratta di un capolavoro, ma avrebbe meritato di più. L'ho trovato molto suggestivo, di grande tensione, ben interpretato e con un'evocativa ambientazione tra le paludi della Louisiana. Inoltre è l'unico film hollywoodiano dove si fa una chiara differenza fra vudu e hudu. Ci rivela così che tutta quella robaccia fatta di bamboline e pozioni cui siamo stati abituati da dozzinali storie horror non è patrimonio del vudu, che è una religione con 60.000.000 di adepti fra Africa, America ed Europa, bensì dell'aspetto magico della cultura haitiana e della Louisiana, l'hudu.
Nel libro mi sono divertito a utizzare Tonton Macoute, una sorta di Uomo Nero patrimonio della tradizione creola (sebbene io lo chiami Tontòn Macute, per suggerire ai lettori italiani l'esatta pronuncia), inventando appositamente una filastrocca tenebrosa recitata dai bambini per farsi paura (la
potete ascoltare cliccando QUI). I lettori finora lo hanno molto apprezzato, ma alcuni di loro non riescono a spiegarsi perché in copertina sia ritratto con un uncino al posto della mano destra, mentre nel romanzo impugna una piccola accetta. Il mistero è presto svelato: quando è stato il momento di spiegare all'illustratore Paolo Barbieri come raffigurarlo, gli ho suggerito di ispirarsi anche alla figura di Candyman (protagonista di una serie di film di cui vi consiglio soltanto il primo), riferendomi soprattutto al lungo cappotto scuro, al quale avrebbe dovuto aggiungere un ampio cappello per celarne il viso. Al cinema Candyman sfoggia appunto un uncino al posto di una mano, particolare raccapricciante che è piaciuto così tanto a Paolo che ha voluto rendergli omaggio.Nell'ambito dei fumetti, il primo personaggio che mi viene in mente è senz'altro Simon Garth, lo zombie (altro modo di scrivere la parola zombi). L'ho conosciuto sulle pagine della mitica rivista degli anni '70, Il Corriere della paura. Se volete sapere di più su questo personaggio, cliccate QUI e accederete alla pagina del mio sito dove parlo più approfonditamente del Corriere.

Parlando di rac
conti scritti, quello che più mi ha ispirato è la splendida novella di Robert E. Howard (l'autore dei romanzi di Conan il barbaro) Pigeons from Hell (cliccando QUI è possibile trovare il racconto in originale: purtroppo non ne esiste una traduzione italiana... sto pensando di farla io!). Di recente Joe Lansdale ne ha molto liberamente tratto il fumetto Le ali dell'inferno, un adattamento divertente che ha il merito di introdurci nelle atmosfere magiche della Louisiana. Però il racconto originale è molto più potente e suggestivo! E' una delle più riuscite storie della tradizione gotica americana. Fra l'altro, Lansdale ha dichiarato di essere stato da piccolo terrorizzato dalla versione televisiva, realizzata all'interno della serie di racconti horror presentati da Boris Karloff. Su Internet si riesce a rintracciare, ma temo che per noi oggi abbia perso il potere evocativo di cui certamente era intriso nei primi anni '60.
Passando infine ai libri, non mi sembra di essere stato ispirato da qualcuno in particolare, del resto in Italia non abbiamo molte storie buone sull'argomento... Consiglio senz'altro ai più grandi l'angosciante L'estate dei morti viventi di John A. Lindqvist , il bravo autore del romanzo da cui è stato tratto il bel film svedese di vampiri Lasciami entrare, del quale è stato recentemente fatto un remake in America. Attenzione, anche in questo caso si tratta di una storia adulta e molto diversa dalla saga di Twilight!
Per quanto non l'abbia ancora letta, non posso inoltre esimermi dal citare una raccolta di racconti sugli zombi di un mio concittadino di poco più di vent'anni, Davide Garbero, dal titolo Zombi Takeaway - storie di ordinaria mostruosità (Alacràn editore)! In bocca allo... zombi, Davide!

Cagnona esiste davvero!
approfondimento su:Gli Invisibili 5 - Il paese del non ritornoEccoci qua!
Giovanna e io vicino a Cagnona o Timida, come viene chiamato il grosso cane femmina de Il paese del non ritorno. Colore a parte (infatti nel libro viene descritta di colore arancione) avevo lei in mente, mentre scrivevo.
Nel libro non si saprà mai il suo vero nome, ma nella realtà si chiama Shy e vive con noi da un annetto circa. Com'è arrivata nella nostra famiglia, già popolata da due gatti, Chapulin e Lea?
Ve lo racconterò prossimamente...





































