Gli Invisibili 4 - L'enigma di Gaia
TRAMA: Al Centro Studi Nuova Era ha luogo un esperimento senza precedenti: un’équipe di telepati proverà a unire le proprie menti per moltiplicare la portata del loro potere. Il tentativo è un successo, ma inaspettatamente i telepati intercettano una richiesta d’aiuto proveniente da molto lontano.
Chi l’ha inviata? E perché un commando misterioso tenta di rapire Pumpkin, la più giovane partecipante all’esperimento?
Toccherà agli Invisibili cercare di proteggerla e di soccorrere l’autore del messaggio, fra hacker, no-global, voli in pallone, case sugli alberi, viaggi in Amazzonia e gli sconvolgimenti di un clima impazzito. Alla ricerca dell’unico uomo che li può aiutare: un fantomatico cyberattivista, il capitano Nemo del XXI secolo!
In questo episodio compaiono per la prima volta i WebTV BoyZ, i giovani cyberattivisti protagonisti del successivo Acqua tagliente.
L’enigma di Gaia è stata fino a oggi l’avventura più lunga degli Invisibili e, per certi versi, la più difficile da portare a termine.
Ognuna delle storie che ho scritto è nata da temi che mi stavano a cuore, come la difficoltà di crescere, l’importanza del dialogo tra genitori e figli, il bullismo a scuola. Così è stato anche per L’enigma di Gaia: sempre più spesso sentivo notizie allarmanti sui cambiamenti climatici causati dal buco nell’ozono e dall’effetto serra, in conseguenza del nostro modo di vivere sconsiderato.
Mi sembrava quindi che anche per gli Invisibili fosse giunto il momento di occuparsi di salvaguardia dell’ambiente e di sviluppo sostenibile (o, meglio, di obiettivo decrescita). Tuttavia tali argomenti portavano con sé parecchie altre problematiche, come la globalizzazione e la politica internazionale… Non impiegai molto tempo a rendermi conto di essermi cimentato in qualcosa più grande di me e sentii che al mio libro mancava un elemento forte che mi aiutasse a concentrare tutti questi temi in un solo romanzo. Trascorsero un paio d’anni, in cui continuai a raccogliere e smistare materiale per l’Enigma di Gaia.
Un giorno, rileggendo Ventimila leghe sotto i mari, non potei fare a meno di pensare come il personaggio del capitano Nemo fosse ancora straordinariamente attuale. Immaginai che, se Jules Verne lo avesse creato oggi, forse non lo avrebbe fatto navigare con il Nautilus in oceani reali, bensì in quelli virtuali di Internet. Sarebbe stato insomma un cyberattivista, e forse non avrebbe affondato navi da guerra, ma cercato di prevenire i conflitti, attaccando le multinazionali e gli interessi economici che, sempre più spesso, sembrano nascondervisi dietro.
A poco a poco tutti i tasselli del puzzle cominciarono ad andare al loro posto. Avevo trovato un valido alleato degli Invisibili per questa nuova impresa: gettare un piccolo seme che potesse contribuire ad accrescere il grado di consapevolezza dell’umanità in misura sufficiente a rallentare la corsa verso il collasso ambientale.
Ci riusciranno?
E sarò riuscito a contenere tutto questo materiale in un unico libro pieno di mistero, azione, paura, umorismo e forti legami di amicizia, ovvero di tutti quegli elementi che fino a oggi i miei lettori hanno dimostrato di apprezzare?
Ne L’enigma di Gaia è contenuta la risposta!
Questa volta troverete in basso da scaricare non il prologo e i primi tre capitoli, bensì il primo capitolo, seguito dai capitoli 4, 5 e 6.
Il perché di questa scelta misteriosa è presto svelata: la nuova avventura, di circa quattrocento pagine, è particolarmente ricc
a e popolata di personaggi che vengono introdotti appunto nei capitoli 2 e 3. Visto che però i nostri protagonisti sono gli Invisibili, ho preferito mostrarvi direttamente i capitoli dove essi vengono introdotti, cioè il 4, il 5 e il 6. Gli altri personaggi che troverete con loro saranno Frank Claremont, uno psicologo che sta per condurre un esperimento al fine di dimostrare una volta per tutte l’esistenza dei poteri parapsichici; e Adam, Pumpkin e il Guastatore, dei ragazzi ospiti di una casa famiglia, che stanno realizzando un servizio sull’esperimento di Claremont da pubblicare sul loro sito Internet.
Nel capitolo 1 troverete invece la prima apparizione del misterioso capitano Nemo del XXI Secolo! Come scoprirete, non solcherà i mari come il Nemo originale, creato da Jules Verne nel romanzo “Ventimila leghe sotto i mari”, ma navigherà negli sterminati oceani di... Be’, ma vi sto dicendo troppo!Allora basta così. Buona lettura!
Salvaguardia dell'ambiente
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaQual è lo stato dell'ambiente? E noi, nel nostro piccolo, cosa possiamo fare per salvaguardarlo?LA SITUAZIONE ATTUALE IL PROTOCOLLO DI KYOTO DECRESCITA FELICE AGRICOLTURA NATURALE LA SITUAZIONE ATTUALE
60%
GLI ECOSISTEMI
1300
GLI ESPERTI
25%
I MAMMIFERI
856 mln
LA FAME
2 mld
L'ACQUA
È degradato il 60% dei servizi forniti dagli ecosistemi: acqua, cibo, pesca. Gli ecosistemi analizzati da Millenium Ecosystem Assessment sono 24: 15 sono in declino
Sono ben 1300 gli esperti, studiosi, scienziati e ricercatori che hanno partecipato all'imponente studio. Complessivamente il lavoro è durato quattro anni
Se si guarda al prossimo secolo, sono molte le specie che rischiano l'estinzione: il 25 per cento dei mammiferi, il 32 per cento degli anfibi, il 12 per cento degli uccelli
Voltandosi indietro, invece, si può vedere che tra il 2000 e il 2002, 856 milioni di esseri umani hanno sofferto di denutrizione; erano "solo" 32 milioni nel periodo 1995-1997
Sono 2 miliardi gli esseri umani che vivono nelle zone aride della terra; 1 miliardo non ha accesso a un miglior rifornimento idrico; circa 2 soffrono di penuria idrica
La tabella sopra (tratta dal quotidiano "La Repubblica" del 31/3/05) è frutto del rapporto sugli ecosistemi commissionato dall'Onu: "Siamo alle soglie dell'estinzione di massa".
CONSUMISMO DEMODE'
Viviamo al di sopra delle nostre possibilità, come avessimo a disposizione 4 pianeti. Dal ‘60 a
oggi i consumi di beni e servizi sono sestuplicati.A colloquio con Erik Assadourian, ricercatore del Worldwatch Institute, direttore dello State of the World 2010. Che ci spiega come e perché dobbiamo trasformare profondamente la nostra cultura - subito - se vogliamo salvare il pianeta: «Far sì che il consumismo diventi tabù,
e la sostenibilità cultura dominante».«Il consumismo è un orientamento culturale che ci viene inculcato fin dalla più tenera età. Non è un fatto naturale» così esordisce Erik Assadourian, ricercatore del Wordlwatch Institute, il prestigioso istituto di ri
cerca ambientale che ogni anno fa uscire il rapporto sullo stato del pianeta “State of the World”. «La cultura è la base di ogni nostro modo di vivere, ma è relativa, basti pensare che alcuni tipi di insetti sono una leccornia per certi popoli e fanno schifo ad altri, che non li mangerebbero mai». E l’idea che sia necessario un profondo cambiamento della cultura per alvare il pianeta sta proprio alla base dello State of the World 2010, che Assadourian rilancia con convinzione quando lo incontriamo al Forum internazionale di Greenaccord “People building future”, tenutosi in Italia a ottobre.
«Non basta ridurre la Co2. Se anche le trattative di Copenhagen fossero andate a buon fine, e non è successo, noi avremmo comunque un innalzamento della temperatura terrestre di 4 gradi da qui al 2100» continua Assadourian, «viviamo molto al di sopra delle nostre possibilità, come avessimo a disposizione 4 pianeti». E infatti i consumi di beni e servizi sono sestuplicati dal ‘60 a oggi, benché la popolazione mondiale sia aumentata solo di poco più di due volte nello stesso periodo. Senza dimenticare comunque che «per il 2050 è previsto un incremento demografico a 9 miliardi».Controcultura della felicità
Il problema di fondo è semplice: consumiamo male, e troppo. Secondo la definizione dell’economista Paul Ekins, “il possesso e l’utilizzo di un numero e una varietà crescente di beni e servizi è l’aspirazione culturale principale e la strada percepita come più sicura verso la felicità individuale, lo status sociale e il successo nazionale”. Ed è proprio questa concezione che, per gli studiosi del Worldwatch Institute, va scalzata. «L’unica possibilità è trasformare profondamente le radici della nostra cultura, con un atteggiamento proattivo».
E la cultura si basa su sei pilastri fondamentali: educazione, industria, governo, mass media, movimenti sociali e tradizioni, «gli strumenti attraverso cui gli interessi economici predominanti negli ultimi 60 anni hanno plasmato la cultura consumistica; ed è attraverso questi stessi strumenti che si può costruire oggi una cultura nuova» dice Assadourian.
Gli esempi sono molti, a partire dal più classico: «L’industria automobilistica ha trasformato i nostri concetti di spazio e tempo. Attraverso la potenza della pubblicità si è fatta passare l’idea che le strade sono delle auto, e si è plasmato il territorio a misura d’auto. Campagne informative nelle scuole hanno inculcato nei bambini il concetto che la strada è pericolosa, i pedoni devono fare attenzione alle auto e non viceversa». Ecco allora una piccola azione di
contro informazione e contro cultura che il Worldwatch Institute sta realizzando negli Usa, la promozione “dell’ecoautobus”: gruppi di bambini che vanno a scuola a piedi accompagnati da un “conducente” che li scorta fino all’entrata. Un piccolo gesto dal significato culturale profondo: i bambini si riappropriano della strada senza correre rischi, fermano il traffico quando necessario, non inquinano e in più socializzano e si divertono.Più benessere sociale
Lo stesso vale per l’alimentazione e il cibo spazzatura: le aziende alimentari spendono 1,9 miliardi di $ l’anno in campagne pubblicitarie mirate ai bambini. Tutto ciò ha reso colossi come McDonald’s capaci di modificare le regole alimentari di gran parte della popolazione mondiale.Si tratta allora, secondo Assadourian, di usare le stesse armi ma con fini diversi: così è nata una campagna pubblicitaria molto simile a quelle delle patatine fritte, che propone però carote fresche ai bambini, erogandole anche nei distributori automatici. «Il nemico del tuo nemico in certi casi può essere tuo amico» sentenzia Assadourian. Ma le azioni possono essere molto più strutturali, come il buon esempio di Scozia e Italia che in molte regioni hanno inserito nelle mense scolastiche prodotti biologici, freschi e di stagione.
Altro esempio di modifica culturale operata in vista delle vendite è quello dell’industria degli animali domestici che ha umanizzato gli animali, cambiandone la nostra percezione e rendendoli talvolta la caricatura di se stessi: cani con cappottini, letti, giochi e bambole.
Ma il problema di fondo da affrontare è quello delle imprese. «La missione reale dell’industria non è massimizzare il profitto ma massimizzare il benessere sociale» dice Assadourian. E i massimi sforzi vanno profusi per istituzionalizzare il cambiamento di finalità delle imprese. Ne è un esempio B corporation (www.bcorporation.net), il marchio di certificazione istituito negli Usa per riconoscere le aziende che assumono i principi base della responsabilità sociale e allo stesso tempo traggono vantaggi competitivi dall’essere parte del network. Oggi sono 315 le aziende associate con un fatturato di 1,5 miliardi di $.Sostenibilità “in”
Discorso a sé è poi quello delle ore lavorative. «Oggi molte persone lavorano troppe ore, guadagnano molto e trasformano il loro reddito in consumi, spesso superflui. D’altra parte ci sono moltissimi disoccupati. Lavorare meno vuol dire impiegare più persone, avere più tempo libero e migliore qualità di vita, far diminuire i consumi energetici».Ma in tutto questo resta centrale il ruolo dello Stato e delle amministrazioni pubbliche. Dalla messa al bando dei sacchetti di plastica in Irlanda al ritiro dal commercio delle lampade a incandescenza nel Canada, alle pesanti imposte sulle emissioni in Svezia, le iniziative per promuovere stili di vita sostenibili non mancano. Fino al caso più avanzato, quello dell’Ecuador, che ha riconosciuto nella propria Costituzione i diritti della madre terra: per cui le aziende che non rispettano l’ambiente possono essere citate in giudizio dallo Stato.
La cultura è anche plasmata dai film, tra i più responsabili nel diffondere modelli imitativi, e dall’arte e la musica. Ma anche dalle tradizioni e dalla religione: «Poiché l’86% della popolazione mondiale afferma di appartenere a una religione organizzata, è indispensabile coinvolgere le religioni nella diffusione della cultura della sostenibilità». Ecco allora nascere la “Bibbia verde” (la sottolineatura di tutti quei passaggi che nel libro sacro cristiano parlano del rispetto dell’ambiente),
il lavoro concertato con le Chiese per introdurre i concetti di rispetto del creato nella morale religiosa, ma anche il recupero delle tradizioni ecologiche dei popoli nativi, come la trasformazione del rito della morte. «Oggi i morti sono imbottiti di formaldeide, messi in bare costosissime e non biodegradabili, anche nella morte si stacca l’uomo dalla natura, invece di sottolineare che quando moriamo torniamo alla terra, e da lì creiamo nuova vita» dice Assadourian.
La sfida è a 360 gradi dunque, appare impegnativa, utopica, ma è iniziata: «Dobbiamo far sì che il consumismo diventi un tabù, qualcosa di vecchio, brutto, non “cool”. E la sostenibilità la cultura dominante». Pena la sopravvivenza del pianeta.Articolo gentilmente concesso da Silvia Pochettino
Qualcosa si muove!

Nei calcoli degli economisti è entrata una variabile finora imprevista: la rivoluzione energetica necessaria per ridurre il rischio climatico potrebbe trasformarsi in un vantaggio monetario. L'ipotesi si è affacciata ufficialmente nella sintesi delle quattromila pagine del quarto rapporto dell'Intergovernamental Panel on Climate Change, l'lpcc, la task force degli scienziati delle Nazioni Unite“Il 20% della popolazione consuma l’80% delle risorse".
Una sfida che anche in Italia ha già cominciato a misurarsi con le scelte quotidiane. Life Gate, una società specializzata nella diffusione di comportamenti ecologici, ha appena reso noti i bilanci di due iniziative. La prima è LifeGate Energy, il primo operatore elettrico a fornire esclusivamente energia ottenuta da fonti rinnova bili: in due anni sono state risparmiate 29mila tonnellate di anidride carbonica (l'equivalente di una nave da crociera con mille passeggeri) e 90mila barili di petrolio (equivalenti all'acqua contenuta in 45 piscine olimpioniche). La seconda è Impatto Zero, il progetto per compensare le emissioni serra attraverso la creazione di nuove foreste. Dal 2002, 450 aziende hanno aderito all'iniziativa: sono stati piantati 13 milioni di metri quadrati di foreste compensando 300mila tonnellate di anidride carbonica. Inoltre, soltanto nel 2007, 15mila persone hanno calcolato l'impatto del proprio stile di vita sul sito www.impattozero.it e utilizzando gli ecoconsigli per ridurlo.
«A fine anno saranno installati 10mila impianti fotovoltaici e nei prossimi anni la crescita del fotovoltaico supererà quella del nucleare: la diffusione dei tetti solari diventa sempre più capillare», aggiunge il direttore del Kyoto Club Gianni Silvestrini. L'intervento domestico è fondamentale perché gli edifici assorbono circa il 40 per cento dei consumi energetici e le iniziative in questo campo si moltiplicano. Il Wwf ha lanciato una campagna mirata ai 250mila condomini che hanno impianti di riscaldamento centralizzati con più di 15 anni di vita. In un campione di 53 condomini che hanno sostituito le vecchie caldaie con quelle nuove a metano e a condensazione, utilizzando sistemi di contabilizzazione del calore che permettono di avere il caldo sempre a disposizione pagando solo quello che si consuma, il bilancio è un risparmio di 400 tonnellate di petrolio, di 400mila euro l'anno e di 1.500 tonnellate di anidride carbonica.
La Regione Lazio ha sponsorizzato un modello di casa che consuma un quarto di un edificio normale e consente a una famiglia di quattro persone di risparmiare 1.050 euro tra riscaldamento e acqua calda. La Fondazione Symbola e Mario Cuci nella hanno proposto un edificio che, grazie all'uso di energia fotovoltaica, «si paga per metà con il sole». È una frontiera avanzata che si salda con uno stile di costruzione che comincia a cambiare anche nei grandi numeri. «Ormai il mercato immobiliare è cambiato», racconta Barbara Mezzaroma, rappresentante di una grande impresa immobiliare romana. «Abbiamo deciso di rivedere tutti i nostri progetti adeguandoli agli standard avanzati di risparmio energetico: costruiamo solo in classe A, perché abbiamo scoperto che queste case si vendono prima e meglio».
Proposte conciliabili anche con la qualità estetica dei nostri centri storici. «Il pannello fotovoltaico è l'unico figlio delle fonti rinnovabili che può trasformarsi in un vero e proprio materiale da costruzione», spiega Cinzia Abbate, l'architetto che ha curato la guida all'integrazione architettonica del fotovoltaico per il Gestore della rete elettrica. «Un materiale da costruzione attivo, generoso: ti regala energia pulita a patto di saperlo utilizzare correttamente. Può diventare un camaleonte in grado di mimetizzare la sua modernità adattandola alla storia millenaria delle nostre città».
Articolo di Antonio Cianciullo tratto da D – La repubblica delle donne (inserto del quotidiano La Repubblica dell'8/12/2007).

Il flop di Copenhagen
Di recente a Copenhagen si è tenuto un simposio dei Grandi del mondo per fare il punto sul rapporto fra Stati ed ecosistema. Il seguente rapporto è tratto dal sito di Greenpeace e mi sembra compia una sintesi ben documentata sull'occasione perduta.
Il testo finale dell’Accordo di Copenhagen – promosso da USA, Cina, India, Brasile e Sudafrica, di cui la Conferenza ha “preso atto” – da un lato afferma che la temperatura globale “dovrebbe essere mantenuta al di sotto dei 2 gradi”, ma non definisce alcun obiettivo vincolante per ridurre le emissioni di gas serra e contenere l’innalzamento delle temperature del Pianeta.
E poi la delusione Obama! Il Presidente Usa ha cercato un accordo con i Paesi emergenti per convincere il Senato USA ad approvare una legge sul clima. Peccato che i tagli millantati siano davvero ben poca cosa: la riduzione delle emissioni del 17% (al 2020) è infatti una bugia, perché si riferisce alle emissioni USA del 2005 quando il background stabilito dal Protocollo di Kyoyo è quello del 1990. E, rispetto al 1990, i “tagli” USA sono un 3-4%: è stata anche questa mancanza di ambizione che ha fatto saltare il negoziato!
Pochi e confusi i segnali positivi: a Copenhagen si è stabilito un fondo che dovrebbe finanziare la conservazione delle foreste e ci sono stati impegni sugli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, che dovrebbero arrivare a 100 miliardi di dollari l’anno nel 2020. Ma non è chiaro se si tratta di risorse effettivamente aggiuntive, né chi e con quale meccanismo le dovrà stanziare.
Mentre i leader chiacchierano e ci prendono in giro, il nostro unico Pianeta va arrosto. Secondo le stime dell’IPCC – il comitato internazionale di scienziati che studia i cambiamenti climatici – con gli impegni già presi o in via di approvazione l’aumento della temperatura globale nel secolo, sarà di oltre i 3 gradi, con conseguenze catastrofiche e irreversibili sull’ambiente.
Al crimine ambientale si somma l’ingiustizia che hanno subito i nostri quattro attivisti del “red carpet” – Juantxo, Joris, Nora e Christian – che hanno passato le vacanze di Natale in prigione – ben venti giorni – per essersi “imbucati” alla festa della regina Margrethe II e aver ricordato ai leader mondiali le loro responsabilità per la difesa del clima. Ora i nostri quattro dovranno affrontare un processo e potrebbero subire un’ulteriore pena detentiva.
Possiamo ancora salvare il pianeta dai cambiamenti climatici, ma più tempo perdiamo più sarà difficile rimediare. È necessario riprendere subito i negoziati: manca un quadro politico globale entro cui governare questo processo introducendo criteri di equità e solidarietà.
Giuseppe Onufrio
Direttore esecutivo di Greenpeace Italia
E' troppo tardi per essere pessimisti!
Durante la giornata mondiale dell’ambiente più di 130 Paesi hanno trasmesso il documentario ecologista “Home”. Il film, composto esclusivamente di panoramiche, racconta la storia del nostro pianeta e ne affronta i problemi più urgenti. Evoca tristezza, ma allo stesso tempo speranza, come traspare nella frase finale “È troppo tardi per essere pessimisti”.(testo tratto da www.terranauta.it).
Andate su Youtube per vedere il film!


Foreste come condizionatori
Nella lotta contro il riscaldamento globale, le foreste potrebbero essere un'arma importante, assumendo il ruolo di 'condizionatori'. Secondo uno studio di ricercatori britannici e tedeschi, gli alberi libererebbero sostanze chimiche che rendono più spesse le nuvole, che a loro volta riflettono più raggi solari, aiutando così a raffreddare il Pianeta. Continuare a tagliare le foreste, potrebbe accelerare l'innalzamento delle temperature in modo più rilevante del previsto.Fonte: ANSA
Data: 1 novembre 2008
L'ipotesi Gaia: e se la Terra fosse un organismo vivente?
I Boscimani ricevono il premio Nobel Alternativo
Durante il discorso di premiazione, il leader dei Boscimani dirà al mondo intero: "io sono qui perché il mio popolo ama la sua terra. Perché senza la nostra terra stiamo morendo".
Il premio è stato assegnato a Roy e alla First People of Kalahari (FPK), l'organizzazione dei Boscimani, per la loro "risoluta resistenza agli sfratti forzati dalle terre ancestrali" e per la loro strenua battaglia "per vedersi riconoscere il diritto di mantenere il loro tradizionale stile di vita".
I Boscimani Gana e Gwi sono stati deportati dalle loro terre dal governo del Botswana. Sono stati arrestati, picchiati, torturati e sottoposti al divieto di praticare la caccia e la raccolta. Tutti i leader della FPK sono stati arrestati in settembre con l'accusa di aver cercato di entrare nella riserva per portare acqua e cibo ai loro familiari. Una donna è già morta di fame all'interno della Central Kalahari Game Reserve, sigillata e presidiata permanentemente dalle autorità.
Roy Sesana ha parlato ai giornalisti durante la cerimonia di premiazione che si è tenuta nella sede del Parlamento svedese. Ecco alcuni brani del discorso depositato presso la commissione:
"[Il Presidente] ci disse che dovevamo andarcene a causa dei diamanti. E poi disse che cacciavamo troppi animali; ma questo non è vero. Dicono tante cose che non sono vere. Hanno anche detto che dovevamo andarcene perché il governo potesse svilupparci. Il presidente dice che se non cambieremo, moriremo come il Dodo. Non sapevo cosa fosse il Dodo. E allora mi sono messo a fare ricerche. Era un uccello, ed è stato sterminato dai coloni. Il presidente aveva ragione. Cacciandoci via dalla nostra terra, loro ci stanno uccidendo".
"Mi chiedo che sviluppo sia mai quello che fa vivere la tua gente meno di quanto vivesse prima... Stiamo prendendo l'HIV/AIDS. I nostri bambini non vogliono andare a scuola perché là vengono picchiati. Alcuni si stanno dando alla prostituzione. Non gli è permesso cacciare, e allora si picchiano perché si annoiano e bevono. Alcuni hanno cominciato a suicidarsi. Non si è mai vista una cosa del genere prima! Fa male raccontare queste cose. È questo lo sviluppo?".
"Non so leggere. Mi avete chiesto di mettere per iscritto il mio discorso, e così ho dovuto chiedere a degli amici di aiutarmi, ma io non riesco a leggere le parole, mi dispiace! Però so leggere la terra e gli animali. Tutti i nostri bambini lo sanno fare. Se non fossero stati in grado di farlo, sarebbero morti molto tempo fa".
"Conosco tante persone che sanno leggere le parole, e molti, come me, che riescono a leggere solo la terra. Sono importanti entrambi. Noi non siamo primitivi o meno intelligenti; viviamo esattamente nel vostro stesso mondo moderno. Voglio dire che viviamo tutti sotto le stesse stelle... oh no, in realtà quelle sono diverse, e nel Kalahari ce ne sono molte di più. Ma il sole e la luna, quelli sì, sono gli stessi".
"Dobbiamo fermare il governo, dobbiamo impedirgli di rubare la nostra terra; senza di essa, noi moriremo".
"Se qualcuno ha letto tanti libri e crede che siamo primitivi perché noi non ne abbiamo letto nemmeno uno, allora dovrebbe buttare via quei libri e cercarne uno che dica che siamo tutti fratelli e sorelle davanti a Dio, e che abbiamo tutti lo stesso diritto di vivere".Ulteriori informazioni sul premio
Kerstin Bennett, tel: (+46) (0)8702 0340
Email: kerstin@rightlivelihood.org
Per leggere le tappe principali della deportazione dei Boscimani, clicca qui
Tra gli Africani che, in passato, hanno vinto il Right Livelihood Award vi sono l'ambientalista keniota Wangari Maathai (successivamente insignito anche del Premio Nobel) e il nigeriano Ken Saro-Wiwa.
Roy Sesana, leader della First People of Kalahari, è la prima persona nata in Botswana a vincere il premio.
(Fonte AceA) Vi preghiamo di citare la fonte e di segnalarci la pubblicazione avvenuta alla nostra e-mail: acea_tutto@consumietici.it oppure presso P.A.I.S. Via Angera 3 20125 Milano Tel. 0267574301 Fax 0267574322CHI SI BATTE PER L'AMBIENTE
Per i ragazzi e le scuole:
Corepla e FAI (Fondo per l'ambiente italiano) uniti per lanciare il concorso "Un sentiero per il bello" , rivolto alle ultime classi della scuola primaria e alle classi delle scuole medie che dovranno realizzare graficamente un percorso urbano o naturalistico contenente tre beni d'arte e natura e corredarlo di schede informative. Iscrizioni su www.faiscuola.it.
Rilegno, il Consorzio nazionale che coordina la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi di legno in Italia, presenta il folletto Frusco e i suoi amici. Nati dalla penna del fumettista Riccardo Crosa, accompagnano i bambini attraverso le tappe dello sviluppo sostenibile. Un piano di comunicazione e di educazione per sensibilizzare i più piccoli ad un corretto utilizzo delle risorse ambientali che comprende anche un kit didattico destinato alle scuole. A disposizione anche il sito internetCartesio Club, per bambini dai 6 ai 13 anni,si pone l'obiettivo di diffondere tra i giovanissimi la percezione della carta come materia preziosa e di educarli all'importanza del recupero e del riciclo. Con questo progetto educativo Comieco conta di promuovere la raccolta differenziata sensibilizzando le famiglie attraverso il coinvolgi mento dei ragazzi. Associarsi al club è gratuito ed è possibile iscriversi collegandosi al sito.
Per tutti:
AMBIENTE.IT - è un portale tematico che si occupa essenzialmente delle problematiche ambientali e di argomenti ad esse collegati. Il sito è attualmente diviso in due grandi aree:
L'area professionisti si rivolge alle imprese, ai professionisti e alle amministrazioni.
- Impresa e ambiente per la tematica ambientale;
- Sicurezza in azienda per la sicurezza e igiene del lavoro.L'area commerciale del portale offre una serie di servizi, tra i quali:
Pagine verdi, un data base attraverso il quale trovare le aziende che operano per l'ambiente. http://www.ambiente.it/AMICI DELLA TERRA - via di Torre Argentina 18 - 00186 Roma - tel. 066868289 - 066875308 fax 0668308610 - Orario al pubblico: lunedì-venerdì 9.30-18.00 - MODALITA' DI ADESIONE: è prevista una quota di adesione annuale: socio giovane (entro i 18 anni) € 5; socio ordinario € 20; socio sostenitore € 50 - ATTIVITA': gli Amici della Terra fanno parte della rete ambientalista internazionale "Friends of the Earth International" che intende promuovere lo sviluppo sostenibile ad ogni livello, proteggendo l'ambiente, salvaguardando le diversità culturali, etniche e biologiche e favorendo la crescita della democrazia e della partecipazione dei cittadini. In Italia sono nati nel 1977 come movimento antinucleare e negli anni hanno diversificato i settori di intervento. Pubblicano il periodico quindicinale "Amici della Terra". http://www.amicidellaterra.it - amiciterra@amicidellaterra.it.
IL BLOG DI BEBBE GRILLO - si tratta del frequentatissimo blog (per numero di contatti è il decimo al mondo) del comico genovese... che non è solo un comico. Infatti i suoi affondo mettono a nudo le contraddizioni del nostro modo di vivere, svelano i meccanismi di dominio dell'economia sulla qualità della vita, sulla salute e sull'ambiente, dimostrano come si possa controllare l'informazione per mortificare la democrazia: "Le dittature oggi si impongono con il controllo delle informazioni e della Rete. Le armi sono diventate inutili. Se i cittadini sapessero la verità, alcuni governi durerebbero cinque minuti!" Insomma, Beppe Grillo è una sorta di Capitano Nemo della Rete e ci aiuta a tenere gli occhi aperti. Merita almeno un'occhiata.
ECOAGE - community ecologista indipendente. Dicono di sè: "Ci siamo costituiti come associazione ambientalista NIM (priva di ogni legame con qualsiasi colore politico) per tutelare il patrimonio naturalistico della Basilicata. Con Ecoage vorremmo però creare un ponte con tutte le realtà italiane senza chiuderci nei confini regionali. Siamo convinti che l'unione faccia sempre la forza e che l'Italia abbia gli stessi problemi ambientali in ogni sua regione. http://www.ecoage.com/
ECORADIO - Il progetto Ecoradio nasce nel 2004 con il fine di realizzare un network dedicato ai valori universali dell’ambiente, della pace, della qualità del vivere, dei diritti umani e civili interconnessi a quelli di tutti gli esseri viventi: quotidianamente Ecoradio diffonde programmi radiofonici d’impegno, cultura, informazione ed intrattenimento, stimolando analisi e consapevolezza delle crescenti minacce che gravano sul Pianeta Terra ma anche delle straordinarie opportunità che l’uomo può guadagnarsi scegliendo modelli di produzione e consumo eco-sostenibili, in altri termini adottando uno stile di vita etico. Ecoradio diventa così un naturale punto d’incontro multimediale per i numerosi attori che promuovono questo epocale cambiamento nelle Istituzioni, nelle Associazioni ed Organizzazioni non Governative e tra i “Consumattori”, al contempo “Cittadini Protagonisti” di un mondo che può e deve migliorarsi.
GAIAITALIA - Portale della Natura, degli Animali, della Salute cui è anche possibile collaborare inviando articoli. http://gaiaitalia.it.
GREENPEACE ITALIA - piazza della Enciclopedia Italiana 50 - 00186 Roma - tel. 0668136061 fax 0645439793 - Orario: lunedì-venerdì 9.30-13.30/14.30-18.30 - MODALITA' DI ADESIONE: per sostenere le attività di Greenpeace è possibile fare donazioni; si consigliano indicativamente quote annuali di € 35 e € 60. Con quote da € 120 si diventa membri di Greenpeace in Azione, cioè sostenitori - ATTIVITA': in Italia Greenpeace è nata nel 1986 con l'obiettivo di difesa della terra e di tutte le sue forme di vita e attualmente è impegnata soprattutto nella campagna per la salvezza del Mediterraneo, in quella contro gli alimenti geneticamente manipolati e contro gli inceneritori di rifiuti. Opera, attraverso i suoi gruppi d'appoggio, per l'allontanamento del pericolo della guerra, per proteggere l'ambiente dall'inquinamento nucleare e tossico e per fermare le stragi di balene, delfini, foche e di altre specie in via di estinzione. http://www.greenpeace.it - info@greenpeace.it.
LEGAMBIENTE - via Salaria 403 - 00199 Roma - tel. 06862681 (centralino) fax 0686218474 - Orario: lunedì-venerdì 9.30-14.00/15.00-18.30 - MODALITA' DI ADESIONE: è prevista una quota di adesione annuale: soci ragazzi (fino a 18 anni) € 6; soci giovani (19-25 anni) € 15; soci ordinari € 26. - ATTIVITA': nata nel 1980, si occupa di tutela dell'ambiente, difesa della salute dei cittadini, salvaguardia del patrimonio artistico italiano. Sono molti i campi in cui Legambiente è quotidianamente impegnata sia a livello nazionale che a livello locale. Ogni anno organizza molte iniziative a carattere nazionale: dalle campagne di monitoraggio alle giornate di volontariato ambientale ( Treno e Goletta Verde, Operazione Fiumi, Salvalarte, Puliamo il Mondo, Operazione Spiagge).Pubblica: "La Nuova Ecologia" (mensile in abbonamento ai soci); il trimestrale "Formazione Ambiente" e il rapporto annuale sullo stato di salute del Paese "Ambiente Italia". http://www.legambiente.com - legambiente@legambiente.com.
LIFEGATE - dicono di sé: "Conclusa l'esperienza di Scaldasole, rimane il desiderio di continuare a impegnarsi. Non più solo attraverso un prodotto, ma a 360 gradi. Non più lavorando solamente nel mercato, ma con le persone. Dopo due anni di pensieri su come fare?, si concretizza il nuovo progetto: nella primavera del 2000 nasce l'idea LifeGate, che verrà presentata nel settembre 2001. LifeGate diventa la piattaforma del mondo eco-culturale, un punto di riferimento per chi desidera salvaguardare l'equilibrio dell'ecosistema. Crea canali informativi e progetti concreti basati su un nuovo modello economico in armonia con l'ambiente e l'essere umano."
Il network: è composto da una radio, un magazine e un portale Internet.
Progetti concreti: Impatto Zero è il primo strumento in Italia, per le aziende e le persone, che consente di calcolare e compensare le emissioni di CO2 prodotte da aziende e persone. La Communication è lo studio creativo con la competenza e il background di Scaldasole e di LifeGate nel settore dell'etica e dell'ecocultura. La Clinica Olistica, un approccio integrato e sinergico per la cura e la prevenzione secondo la medicina complementare. LifeGate Restaurant e LifeGate Café: qualità della vita, alimentazione sana, rispetto dell'ambiente... http://www.lifegate.it/
MODUS VIVENDI - "Fin dalla sua nascita, nel 1997, Modus vivendi ha sperimentato un giornalismo divulgativo, appassionato e competente, proponendosi di restituire il giusto spazio a quei temi che nella stampa nazionale non meritano più che un trafiletto. Rivolgendosi al pubblico più vasto, Modus vivendi tratta argomenti specifici, dalle scienze naturali a quelle sociali, per offrire al lettore la possibilità di informarsi e uno stimolo ad approfondire. Mese dopo mese, Modus vivendi ha mantenuto sempre uno sguardo attento sul mondo, aggiornato e originale, ispirato da una interpretazione ecologica della scienza, della natura e degli stili di vita. A partire dal 2005 la testata si è gettata in una nuova sfida, quella di dar vita all'inserto Ecolavoro - professioni per l'ambiente, una rassegna di annunci di lavoro nel pianeta dell'economia 'verde'".
OBIETTIVO DECRESCITA - "Chi crede che lo sviluppo possa continuare all'infinito è un folle oppure un economista" (Kenneth Boulding). Si tratta di un sito che riporta in maniera chiara le opinioni di esperti in economia, ecosistema ecc. per dimostrare che il cosiddetto "sviluppo sostenibile" è solo un'ipocrisia. Consultatelo, è un'ottima occasione per imparare a riflettere in prospettiva su ambiente, lavoro, occupazione, interessi economici degli stati e così via. Dicono di sé: "La decrescita è innanzitutto uno slogan. Uno slogan per indicare la necessità e l'urgenza di una inversione di tendenza rispetto al modello dominante dello sviluppo e della crescita illimitati. Una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l'attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all'interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell'insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso. Un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, un nuovo orizzonte. È l'orizzonte di un'altra economia: pacifica, sostenibile e conviviale, in altre parole felice."
http://www.decrescita.it/PROGETTO GAIA - L'Associazione Progetto Gaia nasce nel 1995 con lo scopo dichiarato di diffondere la Concezione del mondo che deriva dall'Ipotesi Gaia di Lovelock. Il sito contiene varie sezioni, come Diritti umani, Diritti animali, Ambiente, Alimentazione, Dibattiti ecc. http://www.progettogaia.it
WWF ITALIA ONLUS - via Po 25/C - 00198 Roma - tel. 06844971 (centralino) fax 068554410 - Orario: lunedì-venerdì 8.30-19.30 - MODALITA' DI ADESIONE: è prevista una quota di adesione annuale comprensiva di abbonamento alla rivista: soci giovani (fino a 18 anni) € 18; soci ordinari € 30. Altre quote associative - ATTIVITA': il WWF (Fondo Mondiale per la Natura) è stato creato nel 1961 in Svizzera con lo scopo di conservare la natura ed i processi ecologici dell'intero pianeta. In Italia è nato nel 1966 e realizza iniziative per la difesa del territorio e della natura attraverso una costante azione legale di denuncia degli abusi. Gestisce 134 Oasi e riserve naturali; organizza campagne per la salvezza delle specie in pericolo; diffonde programmi di educazione per la scuola e organizza vacanze ecologiche per ragazzi e per adulti. Pubblica le riviste "Panda" e "Panda Junior" (per i ragazzi fino ai 14 anni) e la "Guida alle oasi e riserve naturali del WWF in Italia. http://www.wwf.it - posta@wwf.it.

Anche le NAZIONI UNITE stanno cercando di correre ai ripari creando il Global Compact. Non porterà a quella rivoluzione nel nostro stile di vita di cui la Terra avrebbe bisogno, ma, se non altro, si tratta di una nuova raccolta di linee guida per rafforzare il concetto di partnership tra imprese, istituzioni, cittadini, lavoratori... e di un piccolo passo in avanti per aumentare la sensibilità nei confronti di un modello di vita più equosolidale.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan propose per la prima volta l'idea di un patto globale tra imprese, persone ed ecologia il 31 Gennaio 1999 a Davos, in un suo appello al World Economic Forum. Il Segretario Generale invitava i leader dell'economia mondiale ad aderire al Global Compact, un'iniziativa internazionale in supporto di nove principi universali relativi ai diritti umani, al lavoro e all'ambiente, che avrebbe unito imprese, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni del lavoro e della società civile.
I nove principi sono stati elaborati dall'ONU. Un "distillato" dei testi fondamentali della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, la Dichiarazione dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sui principi e i diritti fondamentali nel lavoro, la Dichiarazione di Rio sull'Ambiente e lo Sviluppo. Uno strumento e un punto di riferimento per le aziende che decidono di essere "responsabili".
Diritti umani
Principio I
Alle imprese è richiesto di promuovere e rispettare i diritti umani universalmente riconosciuti nell'ambito delle rispettive sfere di influenza;Principio II
di assicurarsi di non essere, seppure indirettamente, complici negli abusi dei diritti umani.Lavoro
Principio III
Alle imprese è richiesto di sostenere la libertà di associazione dei lavoratori e riconoscere il diritto alla contrattazione collettiva;Principio IV
l'eliminazione di tutte le forme di lavoro forzato e obbligatorio;Principio V l'effettiva eliminazione del lavoro minorile;
Principio VI
l'eliminazione di ogni forma di discriminazione in materia di impiego e professione.Ambiente
Principio VII
Alle imprese è richiesto di sostenere un approccio preventivo nei confronti delle sfide ambientali;Principio VIII
di intraprendere iniziative che promuovano una maggiore responsabilità ambientale;Principio IX
di incoraggiare lo sviluppo e la diffusione di tecnologie che rispettino l'ambiente.Le imprese di tutto il mondo o che operano in ogni Paese del mondo possono quindi trovare qui una "costituzione" per assumersi le responsabilità derivanti dal ruolo che hanno nella società.
IL PROTOCOLLO DI KYOTO
Ne "L'enigma di Gaia" si fa spesso riferimento al Protocollo di Kyoto. Cos'è? Il giornalista Francesco Dradi ci aiuta a saperne di più:
Il protocollo di Kyoto, entrato in vigore lo scorso 16 febbraio 2005, richiede che i paesi industrializzati riducano le proprie emissioni di gas serra, tra il 2008 e il 2012, del 5,2% rispetto ai valori emessi nel 1990. Di quell'anno, infatti, è il primo rapporto di accertamento sul cambiamento climatico, voluto dalle Nazioni Unite per redigere la Convenzione sul Clima che viene approvata nel 1992 al vertice per la Terra di Rio de janeiro. Ma solo nel 1997 si arriverà ad adottare un protocollo di azioni da effettuare per ridurre le emissioni, la firma avviene a Kyoto, in Giappone. Perché entri in vigore ci vuole l'adesione di almeno 55 paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni inquinanti.
Nel 2001, mentre il presidente americano Bush si oppone e dichiara "morto" il protocollo di Kyoto, si arriva all'accordo di Bonn dove 180 paesi accettano norme, meccanismi e sanzioni per l'attuazione del protocollo. Cominciano ad arrivare le adesioni ma l'opposizione degli Usa (che nel 1990 erano responsabili del 36% dei gas serra) rende indispensabile il pronunciamento favorevole di tutti gli altri paesi, ultimo dei quali, ma primo per importanza (1 7% delle emissioni) la Russia. La ratifica, voluta dal presidente Putin, arriva nel novembre 2004. Il protocollo di Kyoto obbliga a ridurre i sei gas serra: anidride carbonica C02, metano (CH4), protossido d'azoto (N20), Idrofluorocarburi (HFCs) perfluorocarburi (PFCs) esaflùoruro di zolfo (SF6). Queste le azioni che si possono fare: misure interne quali piani di attribuzione dei permessi di emissione alle grandi industrie e piani settoriali di intervento, dai trasporti all'edilizia. Conteggiare i serbatoi di carbonio (sinks): cioè il patrimonio agro-forestale.E poi i "meccanismi flessibili", sostitutivi di parte dell'azione nazionale: commercio delle emissioni, ossia comprare licenze di Inquinamento all'estero; meccanismo dello sviluppo pulito: sostenere progetti di energia da fonti rinnovabili nei paesi in via di sviluppo; attuazione congiunta: sostenere progetti in paesi con economie in transizione, cioè Europa dell'Est e Russia.
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E NOI, IN ITALIA?
C'è un aspetto del protocollo di Kyoto che finora non è stato adeguatamente sottolineato. E cioè il fatto che l'anidride carbonica (CO2) avrà un prezzo come un qualsiasi prodotto su uno scaffale di supermercato. E questo prezzo, a partire dal 2008, sarà a carico di ogni paese che non rispetterà gli impegni di riduzione di gas serra. Si ipotizzano costi di 10-30 euro per ogni tonnellata di C02. L'Italia, aderendo al protocollo, si è impegnata a ridurre le proprie emissioni del 6,5% rispetto al 1990 ma, finora, ha dormito e nemmeno sugli allori."Siamo in totale controtendenza - afferma Gianni Silvestrini, direttore del Kyotoclub (organismo no-profit. cui aderiscono associazioni, imprese ed enti locali) già direttore del Ministero dell'Ambiente - Nel 2004 le emissioni di gas serra in Italia sono state dell'1l-12% più alte rispetto al 1990. Direi che siamo certi di non farcela a rientrare nei parametri con i soli interventi in casa. Anche all'estero sta diventando più complica
to acquisire crediti e molto probabilmente dovremo acquistare quote di carbonio dalla Russia. Bisogna muoversi subito o altrimenti la bolletta sarà salata. Già così rischiamo di dover pagare 1 miliardo di euro all'anno nel periodo 2008-2012".
In attesa delle strategie del governo, decisive per il comportamento che dovranno tenere industrie ed enti locali, molte Regioni stanno adottando leggi o piani energetici. Chi è all'avanguardia? "Le Regioni che si
. sono mosse meglio finora sono le Marche, che hanno un piano energetico molto avanzato che prevede microcentrali di produzione energetica, e poi Toscana e Campania con piani o leggi sull'energia di buon livello. Poi sono da segnalare le normative di Lazio e Toscana che obbligano a installare il solare termico negli edifici di nuova costruzione". Ma il punto focale per Silvestrini è questo: "Bisogna puntare sull'efficienza energetica, ossia ridurre le emissioni con il solo risparmio degli sprechi che in molti edifici sono enormi".
L'altro versante di impegno è sull'energia da fonti rinnovabili. Un provvedimento molto atteso, su cui il governo è inadempiente dal giugno dell'anno scorso, è una semplice circolare applicativa che dia tariffe incentivanti per chi produce energia fotovoltaica (cioè dal sole) con contributi in conto energia. In Germania questi contributi sono concessi da alcuni anni e corrispondono a 57 centesimi di euro per pannelli su una superficie coperta (cioè sistemati su un edificio preesistente) e 45 centesimi su scoperta (su un prato, per intendersi) e con l'obbligo del gestore di rete di acquistare questa energia."Un provvedimento simile - spiega Silvestrini - potrebbe portare ad un boom del fotovoltaico, utile non nell'immediato ma sul lungo periodo. E comunque servirebbe perché a livello internazionale si sta già pensando al dopo-Kyoto, ossia alle misure da prendere per il 2020, la discussione verte .su ulteriori riduzioni di emissioni dal 15 al 30%. Bisogna lavorare per quello; i tedeschi e i giapponesi hanno raggiunto l'anno scorso la produzione di 1.000 Megawatt dal fotovoltaico, con una crescita del 30% annuo nell'ultimo periodo. E questo significa anche innovazione tecnologica e occupazione". In Germania sono 130.000 gli addetti nel settore industriale del fotovoltaico.
In Italia la produzione di energia solare è ferma a 24 MW, ma c'è chi ha già predisposto un piano di raddoppio. "Si chiama Riviera Solare ed è uno studio di fattibilità realizzato da Legambiente e Regione Emilia-Romagna - spiega Luigi Rambelli, presidente di Legambiente Emilia-Romagna - che prevede di installare pannelli fotovoltaici per 24 MW su stabilimenti balneari, ex-colonie e alberghi su tutta la riviera romagnola. Dal punto di vista tecnico non c'è problema, dal punto di vista economico si aspetta solo la circolare ministeriale per il contributo conto energia. L'investimento totale sarebbe di 170 milioni di euro, la resa va da 1,2 a 1,6 della potenza installata.
Invece del contributo conto capitale interessa il riconoscimento tariffario perché, negli stabilimenti balneari, per tre mesi all'anno l'energia prodotta sarebbe utilizzata in loco mentre negli altri nove mesi verrebbe rivenduta". "Ci sono tre possibilità di intervento - conclude Rambelli -la prima è che ogni privato si gestisca in proprio tutta l'operazione; la seconda è che la gestione sia in mano alle cooperative di bagnini o consorzi da creare tra i proprietari-produttori di energia; la terza è che i privati affittino il tetto, per posizionare i pannelli, ad un soggetto che opera nel settore energia. Dal nostro punto. di vista l'operazione Riviera Solare è interessante perché avrebbe un impatto di immagine trainante per tutto il paese. Già sappiamo che sulla scorta del nostro studio altri soggetti, come l'Interporto di Bologna, hanno fatto fare preventivi e sono pronti ad installare impianti fotovoltaici e produrre in proprio energia. Aspettiamo solo il governo".
Chi invece sta cercando di ridurre, dal!'interno, i consumi delle strutture pubbliche, spesso cattivi esempi di sprechi ed inefficienze energetiche, sono alcuni insegnanti dell'ltis Berenini di Fidenza, in provincia di Parma.
"L'idea - spiega Giordano Marzaroli, insegnante di laboratorio elettronica - è nata quando tre anni fa furono installati i pannelli fotovoltaici nell'ambito dell'operazione diecimila tetti, con il finanziamento a fondo perduto del 75%, pannelli per una taglia di 3kw, sufficienti solo per un'aula informatica. Ma allora ci siamo chiesti cosa potevamo fare per ridurre i consumi. Siamo partiti dal riscaldamento. L'idea che ci ha mosso è fare qualcosa di esportabile e misurabile. Questo è l'aspetto vincente". Per questo motivo progetto, funzionamento e dati aggiornati sono illustrati nel dettaglio nel sito web della scuola: www.itisberenini.it.
"Abbiamo effettuato la sperimentazione su tre aule che corrispondessero ad altre tre, uguali negli spazi e nell'uso. - riprende Marzaroli - E il risparmio è sorprendente: in termini assoluti è del 75% e, anche se equiparato con il maggior calore degli ambiente circostanti, il risparmio è del 54%. In termini monetari significa un risparmio di circa 500 euro in un'annualità scolastica. Esteso a tutto l'edificio scolastico questo risparmio sarebbe di 6.000 euro, che comincia a diventare una cifra interessante. Va detto che la Provincia. di Parma incentiva queste forme di efficienza, consentendo che il 60% della cifra risparmiata rimanga alla scuola". "Il lavoro è stato semplice - prosegue !'insegnante - abbiamo inserito delle valvole motorizzate per ognuno dei caloriferi, un termostato ambiente per aula e una centralina programmabile collegata ad un computer. Qui abbiamo predisposto diverse opzioni ma sostanzialmente la temperatura è fissata a 19° per le mattine in cui si fa scuola e poi dal termine delle lezioni scende a 15°. Questo esperimento ci permette di "fare scuola", cioè un uso didattico dei processi di automazione". "Oraconclude Marzaroli - stiamo partendo con il risparmio energetico sull'illuminazione. Abbiamo sistemato in un'aula un sensore di presenza che determina l'accensione della luce solo quando c'è gente e la luce esterna non è sufficiente, in modo da costringere ad alzare le tapparelle anziché pigiare un bottone".
DECRESCITA FELICE
"Chiunque creda che la crescita esponenziale possa continuare per sempre in un mondo finito o è un pazzo o un economista."
Boulding Kenneth
Spesso sui media viene incautamente utilizzato il termine "sviluppo sostenibile". Non credeteci: il concetto stesso di "sviluppo sostenibile" in un mondo finito è una falsità. Più onesto e informato chi invece parla di "decrescita". Ma di cosa si tratta? Lascio la parola all'esperto Maurizio Pallante.
"Considerare la decrescita come una condizione felice può sembrare una contraddizione, ma in realtà essa indica un nuovo sistema di valori e una prospettiva economica e produttiva finalizzata allo sviluppo di tecnologie che frenino la catastrofe ambientale causata dai processi produttivi.
"La decrescita non è una rinuncia, una riduzione del benessere, un ritorno al passato. Piuttosto è una scelta consapevole, un miglioramento della qualità della vita, una rispettosa attenzione per il futuro. E la sobrietà non è solo uno stile di vita, ma una guida per la ricerca scientifica.
"La decrescita è l’elogio dell’ozio, della lentezza e della durata."Per approfondire clicca qui
Un elenco di libri sulla decrescita felice: http://ecom.paea.it/categorie/libri_decrescita_felice/
Siti sulla decrescita felice:
http://www.decrescitafelice.it/
AGRICOLTURA NATURALE
Che cos'è?
“L’agricoltura naturale è basata su una natura libera da intromissioni e interventi umani. Si batte per ricostruire la natura dopo la distruzione causata dalla conoscenza e dalle azioni umane e per far rivivere un’umanità allontanatasi da dio.”
(Masanobu Fukuoka, “La Fattoria biologica; agricoltura secondo natura”)
Tratto dal sito L'agricoltura naturale in Italia.
I quattro pilastri dell'agricoltura naturale di Masanobu Fukuoka.
"Nessuna lavorazione...Nessun concime chimico o compost...Né diserbanti né erpici...nessun impiego di prodotti chimici..."
Le tecniche agricole moderne sembrano necessarie perché l'equilibrio naturale dell'ecosistema è stato così profondamente alterato che la terra oggi non può più farne a meno. Questa logica non vale solo per l'agricoltura ma anche per altri aspetti della società. Allo stesso modo, i medici e la medicina diventano necessari quando la gente si costruisce un ambiente malato. Prima della fine della guerra, quando andai su all’agrumeto a mettere in pratica quella che allora credevo fosse agricoltura naturale, non feci alcuna potatura e lasciai il frutteto a sé stesso. I rami si aggrovigliarono fra loro, le piante furono attaccate dai parassiti e quasi un ettaro di mandarineto seccò e morì. Da allora ebbi sempre in mente un interrogativo?: “Qual è la forma naturale?”. Per arrivare alla risposta fui costretto a sacrificare altre 400 piante e finalmente oggi posso dire: “Il metodo naturale è questo”. Devo ammettere di aver avuto la mia parte di insuccessi durante i quarant’anni che ho dedicato alla ricerca, ma adesso riesco a ottenere raccolti uguali o anche migliori, sotto ogni aspetto, rispetto a quelli coltivati in maniera convenzionale. E cosa più importante: il mio metodo ha successo con una minimo apporto di lavoro e con costi decisamente ridotti, inoltre in nessun momento del processo di coltivazione c’è il più piccolo impiego di prodotti inquinanti, il tutto senza depauperare la fertilità del terreno. Il metodo della “non-azione” è basato su quattro principi fondamentali: 1. Nessuna lavorazione, cioè niente aratura, né capovolgimento del terreno. Per secoli, i contadini hanno creduto che l’aratro fosse
indispensabile per incrementare i raccolti. Eppure non lavorare la terra è di fondamentale importanza per l’agricoltura naturale. La terra si lavora da sé grazie all’azione di penetrazione delle radici e all’attività dei microrganismi e della microfauna del suolo. 2. Nessun concime chimico o compost. Ottuse pratiche agricole impoveriscono il suolo delle sue sostanze nutritive essenziali causando un progressivo esaurimento della fertilità naturale. Lasciato a se stesso, il suolo conserva naturalmente la propria fertilità, in accordo con il ciclo naturale della vita vegetale e animale. 3. Né diserbanti, né erpici. Le piante spontanee hanno un ruolo specifico nella fertilità del suolo e nell’equilibrio dell’ecosistema. Come norma fondamentale dovrebbero essere controllate (per esempio con una pacciamatura di paglia o la copertura con trifoglio bianco), non eliminate del tutto. 4. Nessun impiego di prodotti chimici. Dall’epoca in cui si svilupparono piante deboli per effetto di pratiche innaturali come l’aratura e la concimazione, le malattie e gli squilibri fra insetti divennero un grande problema in agricoltura. La natura, lascia fare, è in equilibrio perfetto. Insetti nocivi e agenti patogeni sono sempre presenti, ma non prendono mai il sopravvento fino al punto da rendere necessario l’uso di prodotti chimici. L’atteggiamento più sensato per il controllo delle malattie e degli insetti è avere delle colture vigorose in un ambiente sano.Pubblicato su AAM Terra Nuova, aprile 1999. Per approfondire il suo originale approccio all’agricoltura in italiano si possono leggere diversi libri: cliccate QUI per scoprire quali.
COSA POSSIAMO FARE?
Anticonformismo
Magica parola che non significa solo vestirsi in modo originale, ma piuttosto: «Noi ci comportiamo in modo diverso dagli altri»! E ne siamo orgogliosi, perché noi ragioniamo con la nostra testa e ci chiediamo quando comperiamo qualcosa (anzi prima di comprarla): «Come è stata prodotta? Ha inquinato? Mi serve veramente? Sono sicuro che qualcuno non ne aveva una da regalarmi o vendermi? E quando sarà finita potrò utilizzarla per qualche altro uso? E se no, produrrà inquinamento quando la butterò via?». Chiamo questa attitudine ecocoscienza domestica perché credo che cominci all'interno delle nostre case, dove, nonostante tutto, trascorriamo la maggior parte della vita e dove, soprattutto, impariamo le abilità sociali (molto prima che a scuola!). Se ci abituiamo a pensare che la nostra casa è anche là fuori tutto sarà più facile, e non butteremo la carta per terra in strada, e cercheremo di inquinare il meno possibile con le nostre auto perché il nostro gas lo respirano anche gli altri, il mondo non è «là fuori» perché anche noi andiamo e viviamo «là fuori», anche se siamo qui dentro.
20 mosse per aiutare l'ambiente
(questo elenco è tratto dal sito Educambiente, ma sul Web potrete trovare molti altri consigli!)
1. Fai finta che i sacchetti di plastica non esistano: usa borse di cotone per la spesa
2. Consuma prodotti locali: il trasporto di prodotti da lontano fa consumare petrolio e aumentare l'effetto serra.
3. Abbassa la temperatura: vivi meglio ed inquini di meno
4. Usa meglio gli elettrodomestici: spegni pc e televisore, lo "stand-by" consuma, quindi inquina
5. Prendi il sole. Come? Con i pannelli solari.
6. Cambia (appena puoi) la macchina: e sceglila a metano o gpl. E, soprattutto, usala il meno possibile (guarda video)
7. Tieni i piedi per terra: gli aerei provocano il 10% dell'effetto serra mondiale (guarda video)
8. Mangia frutta e verdura (se biologiche, meglio): il ciclo di produzione di carne bovina è responsabile del 18% delle emissioni mondiali di gas serra, oltre a favorire per il suo sfruttamento intensivo la deforestazione
9. Usa pannolini eco-compatibili: la biodegradazione di quelli "tradizionali" richiede 500 anni
10. Per conservare i cibi, usa vetro (guarda video) e non alluminio (guarda video): inquina, e per la sua produzione lo spreco energetico è enorme
11. Informati con intelligenza: ci sono centinaia di siti, riviste e tv che ti parlano di ambiente e sviluppo sostenibile
12. Non incartarti: utilizza la tecnologia digitale per inviare e ricevere documenti e per informarti: salvi alberi e non inquini coi trasporti
13. Pulisciti i denti, ma con intelligenza: se la lasci scorrere, getti fino a 30 litri d'acqua. Aprila solo quando li risciacqui
14. Usa le lampadine a risparmio energetico: consumano 5 volte di meno e durano 10 volte di più.
15. Mangia sano, scegli il biologico: è un metodo di coltivazione rispettoso dell'ambiente (guarda video)
16. Mangia consapevole: sono buoni, ma per la produzione di hamburger si stanno distruggendo intere foreste (guarda video). Pensaci.
17. Una doccia è bella se dura poco: in 3 minuti consumi 40 litri d'acqua, in 10 minuti più di 130 litri.
18. Pensa sempre che ogni oggetto che usi diventerà un rifiuto: fallo durare il più a lungo possibile
19. Usa e getta? No grazie. Per esempio, usa pile ricaricabili: si possono ricaricare fino a 500 volte.
20. Fai la raccolta differenziata: è il contributo più intelligente e più importante che puoi dare all'ambienteQuanto tempo impiegano per scomparire:
Un fazzoletto di carta = 3 mesi
Un giornale o una rivista = 3 mesi
Un torsolo di mela = da 3 a 6 mesi
Un pannolino di stoffa = 6 mesi (ma si usa fino a 100 volte)
Una sigaretta = da 1 a 2 anni
Una gomma da masticare = 5 anni
Una lattina di alluminio = da 10 a 100 anni
Un pannolino usa e getta = 500 anni
Una bottiglia di plastica (Pet o Pvc) = da 100 a 1000 anni
Una bottiglia di vetro = 4000 anni
Per una spesa ecologica:
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No al sacchetto di plastica, sì a quello di cartone. Ben vengano borse in cotone o juta.
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No alle bottiglie di plastica, preferite sempre il vetro, più sano e riciclabile.
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No ai contenitori di frutta in polistirolo e plastica; questo consiglio riguarda tutti gli alimenti che in quanto avvolti nella pellicola possono essere dannosi per la salute (ad esempio i salumi).
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No alle bombolette spray, responsabili del buco nell'ozonosfera. Per la maggior parte dei deodoranti, schiume da barba ecc. esistono anche confezioni solide o con vaporizzatore.
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No agli smacchiatori: inquinano e fanno male alla salute (alcuni sono cancerogeni). Per pulire le macchie affidiamoci alle vecchie e sane ricette (più avanti ve ne consiglio alcune).
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Non comprate dentifrici che contengono sbiancanti al biossido di titanio. Ricordatevi: per l'igiene è più importante lo spazzolino, che va cambiato almeno ogni tre mesi.
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Scegliete detersivi senza fosforo, possibilmente senza NTA (acido nitrilotnacetico).
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Limitate l’uso di carta igienica e di tovaglioli di carta, soprattutto colorati.
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Per pulire il WC è meglio usare l'aceto, scioglie anche il calcare.
Guerra agli sprechi
Bastano piccoli accorgimenti per diminuire sensibilmente i consumi di elettricità, gas e acqua. Mentre per i primi esiste un' attenzione maggiore, anche perché poi gli sprechi vengono pagati nelle bollette, per l'acqua l'attenzione è scarsa. Si butta letteralmente via, come se dal rubinetto dovesse scendere all'infinito. Risparmiare acqua o energia elettrica non significa però rinunciare a pulizia e comfort. Ecco alcuni accorgimenti:
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sistemate il frigorifero nel punto più fresco della cucina, lontano da fonti di calore, e regolate il termostato sulle posizioni più basse;
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nelle pause di lavoro staccate la presa del ferro da stiro, utilizzando il calore rimanente per stirare la biancheria fine che tollera solo basse temperature;
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evitate gli sprechi quando tirate lo sciacquone del water: sostituite la cassetta del WC che consuma in media 10-16 litri di acqua potabile per volta, con una che riduce il consumo a 6-8 litri o mettete un sasso o un mattone nella vaschetta dell'acqua, così quando tirate la corda scenderà meno acqua;
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preferite la doccia al bagno: con quest'ultimo si consuma una quantità di acqua tre volte maggiore;
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predisponete lo scaldabagno per una temperatura massima di 45°: l'acqua è comunque calda a sufficienza e a questa temperatura si limita anche la formazione di incrostazioni calcaree nonché il consumo delle guarnizioni dei rubinetti;
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durante i fine settimana o le vacanze ricordatevi di spegnere lo scaldabagno;
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se state facendo costruire la casa ricordatevi che potete installare un sistema che riutilizzi l'acqua del lavaggio della lavatrice per il risciacquo del water.
Uso
Consumo medio in litri
SCARICO DEL WC
10
BAGNO
100
DOCCIA
40
LAVATRICE A 90°
170 a ciclo
LAVASTOVIGLIE
50 a ciclo
EROGATORI DA GIARDINO
10 al minuto
Uno dei problemi fondamentali della società dei consumi in cui viviamo, è la sovrapproduzione di rifiuti (come ben sa chi ha visto il bellissimo cartone della Pixar WALL-E!). Su questo argomento consiglio un istruttivo e divertente libro di Mirco Maselli.Si intitola STORIA DELL'IMMONDIZIA e racconta nientepopodimeno che la Storia del Mondo, rivista attraverso il problema dei rifiuti, con un linguaggio leggero, animato da illustrazioni umoristiche e fumetti. Insomma è scritto per i ragazzi, ma è adatto anche agli adulti...
Dai primi spazzini della storia, affaccendati a pulire i vicoli di Atene, alla Cloaca Maxima di Roma, passando attraverso il tanfo del Medioevo, per finire con lo smog della prima rivoluzione industriale e le montagne di rifiuti non biodegradabili dell’età contemporanea, si scopre che la gestione dell’immondizia è un problema vecchio quanto il mondo e che ogni civiltà si è impegnata a risolverlo inventando soluzioni ingegnose.
Perché usare la bicicletta in città?
Da uno studio europeo risulta che il 50% degli spostamenti motorizzati in città sono compresi tra 3 e 5 km e il 30% è inferiore a 2 km. Questo significa che queste persone che si spostano in auto potrebbero usare la bicicletta. La bicicletta è vincente sulle corte distanze. Info: Federazione Italiana Amici della Bicicletta, via porta San Zeno 15/b, 17123 Verona; te!. 045.800.444.3; sito www.fiab-onlus.it.Vantaggi:
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La bicicletta è ecologica; non vi è consumo di ossigeno, nessun gas di scarico, nessun rumore, risparmio di energia e di spazio occupato.
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Andare in bicicletta fa bene alla salute: studi dimostrano che andare in bicicletta aiuta a prevenire l'infarto, l'ipertensione, l'obesità, l'astenia muscolare e i disturbi del sonno.
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La manutenzione è semplice ed economica e la bicicletta è facile da usare.
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La bicicletta non costa molto alla collettività: la costruzione e la manutenzione di piste ciclabili richiedono costi minimi.
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La bicicletta è alla portata di tutti.
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Andare in bicicletta è stimolante e permette un contatto diretto con le persone, le località, i paesaggi, i rumori e gli elementi naturali.
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La bicicletta è competitiva per i percorsi urbani fino a 5 km di lunghezza, più dell'automobile.
Da qualche anno nelle città si aggira un misterioso movimento che risponde al nome vagamente inquietante di Mass
aCritica! In realtà si tratta di gente comune e pacifica che saltuariamente si riunisce in gruppi di biciclettari e girano per la città... giusto per ricordare agli automobilisti che la strada è di tutti! Ma ecco cosa dicono di sé: "Massa critica è un nuovo modo di vivere nelle nostre città inquinate. Per costruire una nuova rivoluzione nel sistema dei trasporti non hai null'altro da fare che prendere la bici e unirti a noi. Un sito per tutti quelli che credono che un'auto di meno in circolazione sia uno scopo comune." Per saperne di più sui prossimi raduni consultate il sito: http://www.tmcrew.org/eco/bike/criticalmassroma/.

Automobilisti, tremate! Massa Critica sta arrivando...
UN “COLOSSAL” CONTRO I BARBARI DEL CLIMA
Greenpeace presenta “I nuovi barbari del clima”, un corto satirico e irriverente per denunciare come il governo italiano stia cercando di indebolire il regolamento europeo sulle emissioni di C02 dalle auto. Protagonisti: un’orda di barbari alla guida di Mercedes, BMW e Volkswagen, gli antichi romani e... Berlusconi-Nerone.Clicca qui per collegarti al sito di Greenpeace e vedere il divertentissimo corto!
Per chi desidera approfondire:
Consiglio ai giovanissimi un altro manuale simile a quello di cui ho riportato sopra la copertina, cioè "50 cose da fare per aiutare la Terra", edizioni Salani.Esistono comunque tantissimi libri su questi argomenti. Per esempio, ho tratto la maggior parte delle informazioni riportate sopra da "Semplicità volontaria", di Cinzia Picchioni, Edizioni L'età dell'Acquario.
A tutti gli alunni delle classi Panda Club, il WWF regala Alla ricerca del Pianeta Panda, un testo chiaro e divertente, scritto e illustrato da Luca Novelli, noto autore di libri di scienze per ragazzi. Ecco alcune righe dello stesso Novelli: "I nostri stili di vita stanno diventando insostenibili per il nostro pianeta. Già oggi se tutti i cinesi consumassero le stesse risorse che consumano gli europei, il pianeta
sarebbe ridotto a un Sahara planetario, disseminato di auto, elettrodomestici e telefonini scassati. Cambiare i nostri stili di vita non vuol dire ritornare al medioevo, tutt'altro: le nuove tecnologie consentirebbero comunque una qualità della vita mai raggiunta dall'umanità, ma i consumi dovrebbero essere diversi (meno materiali, meno distruttivi, non irreversibili). Più facile dirlo che farlo. Milioni di italiani comprano auto potenti mentre sulle strade non si possono superare i 140 orari. La maggior parte degli elettrodomestici sono fatti per non durare ed essere buttati via appena finita la garanzia. Ci si rovina la vita per comprare seconde case che si usano un mese all'anno... e così via. Con scelte di stili di vita più "sostenibili" si avrebbe più tempo per gli affetti, l'arte, lo sport, la vita sociale. L'ambiente - il nostro pianeta - tirerebbe un sospiro di sollievo. Ecco l'obiettivo del programma del Wwf educazione 20042007 Sostieni il sostenibile. Detto tra noi - lavorando al progetto - ho scoperto d'essere insostenibile anch'io."
Un manuale per piccoli attivisti ambientalisti.
Di recente è uscito in libreria un manuale di ecologia per ragazzi, perché tutti possano diventare attivisti ambientalisti, anche a 8 o 12 anni.
L’autore di S.O.S. Natura - Come difendere il pianeta Terra (Giunti editore) è Gabriele Salari, giornalista ambientalista che si è occupato per 6 anni dell’ufficio stampa di Greenpeace. L’impostazione è quella di un vero e proprio manuale su misura per ragazzi con tante notizie su deforestazione, inquinamento, Ogm, consumi responsabili e tutela del mare.E, se ancora non vi basta, cliccando QUI accederete a un ulteriore elenco di libri sulla savaguardia dell'ambiente.
Infine un link su come risparmiare energia elettrica (ma se consultate i siti della sezione "Chi si batte per l'ambiente", troverete molte altre indicazioni):
http://www.ecoage.com/ambiente/risparmiare/risparmiare-energia-elettrica.asp
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L'ipotesi Gaia: la Terra come organismo vivente!
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaDevo all'ipotesi Gaia dello scienziato James Lovelock il germe dell'idea che ha dato origine a L'enigma di Gaia.Mi ha profondamente ispirato fin da quando ne sono venuto a conoscenza nel 1999, a Rio Maggiore, al Convegno “Educazione all’ecologia globale per un futuro sostenibile”.
Per questo sarò sempre grato alle organizzatrici e amiche, l'ecopsicologa Marcella Danon e l’operatrice culturale olistica Nives Riva.
Il brano seguente, che illustra la teoria in maniera sintetica ed efficace, è stato scritto proprio da Marcella. Buona lettura!
La ricerca di forme di vita su altri pianeti del sistema solare ha portato a formulare una sorprendente teoria sulla natura del pianeta Terra che mette l'ecologia in primo piano. Jim Lovelock, scienziato inglese, ricercatore alla Nasa, aveva il compito di studiare i processi fisici e chimici in atto nei pianeti del sistema solare, per cercare di individuare possibili segni di vita.Usando la Terra come punto di riferimento, Lovelock spostò a un certo punto la sua attenzione sull'osservazione proprio della Terra, in cui fenomeni di tipo costante e lineare su Marte e Venere - come la produzione di determinate sostanze in seguito a reazioni chimiche - sulla Terra aveva invece un andamento estremamente anomalo, come se fosse regolato da una specie di centralina interna con il compito di mantenere costanti e uniformi le condizioni di vita.
C'è un delicato rapporto nell'atmosfera - per esempio - tra metano e ossigeno, quando la quantità di metano diminuisce entrano in azione determinati insetti in grado di produrre esattamente quello che manca, quando l'equilibrio è ristabilito, cala la popolazione di questi insetti.
Nasce così Ipotesi Gaia, che su basi prettamente scientifiche, prende in considerazione il fatto che la Terra sia un organismo vivente autoregolantesi.
Nell'ultimo capitolo del libro che spiega la sua teoria Lovelock si lascia andare a qualche considerazione di tipo filosofico, e suggerisce un'immagine: se il pianeta è un organismo, quale è il ruolo dell'essere umano?
Forse proprio il sistema nervoso, quello che ha il compito di coordinare il corretto funzionamento del tutto. Ipotesi Gaia è così diventata il punto di riferimento di molti ecologisti e di tutti coloro che sentono intimamente di far parte di un insieme ancor più vasto dell'intera umanità, un insieme che comprende anche tutto il pianeta in quello che possiamo considerare come parte integrante di noi stessi.
Un'idea che sta risvegliando le coscienze ad una maggior attenzione e sensibilità noi confronti dell'ambiente di cui siamo parte. Marcella Danon
Per chi desidera approfondire, ecco un altro articolo tratto dal sito della trasmissione televisiva "Gaia, il pianeta che vive", condotta da Mario Tozzi).
Agli inizi degli anni sessanta il chimico inglese James Lovelock (insieme con la biologa americana Lynn Margulis, nella foto a lato) concepiscono la terra come unico sistema fisiologico e chiamiamo Gaia quest’ipotesi (con una deformazione del termine greco gea=terra).Un'entità viva.
Secondo questa visione gli organismi viventi, il clima, l'ambiente terrestre, sono un tutto integrato, un unico superorganismo in cui l'attività dei viventi modifica gli aspetti fisici e questi a loro volta influiscono sull'evoluzione e sul mantenimento della vita sul pianeta.
Gaia può essere definita come un sistema complesso i cui costituenti sono i viventi e il loro ambiente materiale che comprende l'atmosfera, gli oceani e la superficie delle rocce.
Si tratta di un sistema che si è sviluppato e continua a svilupparsi con un processo evolutivo che coinvolge contemporaneamente i viventi e il loro ambiente.
Gli organismi condizionano l'ambiente e questo condiziona le forme della vita. In tale sistema, il clima e la composizione chimica si regolano in maniera automatica (si autoregolano) per mantenersi sempre in uno stato favorevole alla vita; questa autoregolazione si realizza man mano che il sistema si evolve, senza rispondere a nessun progetto preventivo e senza un fine particolare.
Gaia è un superorganismo capace di regolare la non-vita per la vita. Una dimostrazione evidente dell'esistenza di Gaia sarebbe la stessa atmosfera definita "improbabile" da Lovelock.
L'aria che respiriamo è infatti una miscela di gas altamente reattivi. Nella sua composizione è presente l'ossigeno indispensabile alla vita, ma insieme con il metano, che reagisce con l'ossigeno in presenza della luce solare formando anidride carbonica e acqua.
Il tasso di metano può rimanere costante perché questo gas viene reintegrato dagli organismi metanogeni che ne producono circa 500 milioni di t per anno. Se la vita scomparisse improvvisamente dalla Terra, tutti gli elementi chimici che costituiscono la superficie terrestre, gli oceani e l'atmosfera reagirebbero tra loro fino a esaurire ogni reazione possibile. Il pianeta diventerebbe troppo caldo, arido e inadatto alla vita.
Lovelock sostiene che le condizioni fisiche e chimiche della superficie della terra, dell'atmosfera, e degli oceani sono state rese e vengono continuamente rese adatte alla vita grazie alla presenza della vita stessa. Quindi l'atmosfera con la sua attuale composizione può essere considerata un prodotto del metabolismo di Gaia, il risultato di uno scambio attivo di gas con gli organismi viventi.
Anche il suolo ha origine dalla vita. In ogni centimetro cubo di terreno sono presenti miliardi di organismi microscopici: nello strato superficiale del suolo ci sono batteri fotosintetici e azotofissatori, funghi, muffe e una miriade di invertebrati.
Senza vita non vi sarebbe il suolo come lo conosciamo, ma solo inerti corpi rocciosi. Secondo l'ipotesi Gaia le grandi strutture della crosta terrestre non sarebbero soltanto il risultato dei processi endogeni e di quelli meccanici ma anche di quelli biologici.
Da quando si è formata, la crosta solida viene continuamente rimodellata dall'azione dell'aria e dell'acqua che si realizza attraverso l'erosione, la sedimentazione e la formazione di suoli e ghiacci. E questa azione è influenzata dagli organismi viventi che per vivere inducono modificazioni nella composizione e nelle caratteristiche termodinamiche dell'atmosfera e degli oceani.
Inoltre gli organismi hanno anche un ruolo diretto in questi fenomeni geologici esogeni. Per Lovelock e Margulis tutta la materia vivente sulla Terra, dai virus alle balene e alle sequioe, deve essere considerata come una singola entità vivente capace di mantenere l'atmosfera terrestre nelle condizioni più adatte alle sue necessità.
Tutto ciò contrasta con la visione convenzionale che ipotizza che la vita si sia adattata alle condizioni del pianeta e che la vita ha potuto manifestarsi sulla Terra e non altrove nel sistema solare perché solo sulla Terra esistevano le condizioni adatte.
Per spiegare Gaia il fisico americano Jerome Rothstein è ricorso ad una analogia con la sequoia gigante (Sequoia gigantea).
Questi alberi, diffusi lungo la costa occidentale dell'America del Nord, sono gli organismi più grandi e longevi attualmente esistenti: superano spesso i mille anni di età, sono alti100 m e pesano più di 2000 t. Circa il 97% del loro corpo è però costituito da sostanza non vivente, nel senso che è già morta, come il legno del tronco e la corteccia.
Le sole parti di una sequoia formate da cellule vive sono il cambio, un sottile strato anulare che avvolge il legno e si trova sotto la corteccia, le foglie, i fiori e i semi.
Come una sequoia anche Gaia, cioè la Terra, è costituita da una grande massa di materia morta con un sottile strato di organismi viventi racchiusi entro un involucro d'aria.
Nelle loro opere Lovelock e Margulis dedicano una particolare attenzione alla tendenza dell'uomo a degradare l'ambiente per soddisfare le proprie esigenze. Gaia reagisce alle modificazioni indotte dall'azione dell'uomo, ma le sue risposte obbediscono alle leggi della cibernetica e i tempi di risposta sono quelli dei sistemi di retroazione, cioè estremamente lunghi.
Una simile lentezza non ci permette di comprendere abbastanza in fretta se le cose tendono al peggio. Prima che possiamo rendercene conto, la situazione ambientale può peggiorare in modo pericoloso e, a causa di questa lentezza (inerzia) nelle risposte che caratterizza il sistema, non possiamo fare nulla per rimediare efficacemente in tempi brevi.
Dopo un periodo di indifferenza, a partire dagli anni Ottanta, l'ipotesi di Gaia ha cominciato ad alimentare un articolato dibattito tra gli scienziati, mentre i suoi propugnatori continuano a produrre prove a sostegno della loro teoria. In ogni caso la teoria di Lovelock e Margulis ha il merito di aver sollevato una importante questione fino ad oggi trascurata dagli studi ecologici: il ruolo svolto degli esseri viventi nella regolazione del loro ambiente.
Daisylandia Daisylandia è un ipotetico pianeta, immaginato da Lovelock, con le stesse dimensioni della Terra e orbitante intorno ad una stella che si trova alla stessa distanza che separa il sole dalla terra. Questo pianeta è popolato esclusivamente da tre tipi di margherite: nere, bianche e grigie.
Come il nostro Sole, la stella che riscalda e illumina Daisylandia ha aumentato progressivamente nel corso del tempo la sua luminosità, irradiando sempre più calore. Tuttavia la temperatura della superficie del pianeta si è mantenuta costante per gran parte della sua storia.
E questo grazie all'influenza della biosfera di Daisylandia costituita, come abbiamo detto, dai tre tipi di margherite. Le margherite influenzano la temperatura della superficie semplicemente attraverso il loro potere riflettente (albedo): le margherite nere assorbono la maggior parte delle radiazioni che le colpiscono, le margherite bianche riflettono la maggior parte delle radiazioni e quelle grigie assorbono e riflettono le radiazioni in misura uguale.
Ma come può il potere riflettente delle margherite influenzare la temperatura globale? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare molto indietro nel tempo a quando il sole di Daisylandia era ancora giovane e quindi relativamente freddo.
Allora le margherite nere erano la specie più adatta, perché piccoli gruppi di queste, assorbendo il calore, creavano delle zone più tiepide che favorivano la crescita di altre margherite.
Gradualmente il pianeta si coprì di margherite nere e il loro effetto collettivo fu quello di far aumentare la temperatura globale facendola arrivare a valori superiori a quelli che sarebbero stati raggiunti in assenza di vita.
Una volta che le margherite nere ebbero realizzato condizioni di vita confortevoli, cominciarono a trarne vantaggio anche le grigie e le bianche. Inizialmente le margherite grigie si trovarono più a loro agio delle bianche perché anche in piccoli gruppi riuscivano a creare condizioni locali di temperatura sufficientemente utili alla loro sopravvivenza. Intanto la radiazione solare riscaldava soprattutto le zone della superficie non coperte dalle margherite nere e grigie.
A questo punto le margherite bianche cominciarono ad essere la specie più adatta perché piccoli gruppi di esse creavano zone più fredde che favorivano la crescita delle stesse margherite. Aumentando di numero si diffusero in tutto il pianeta producendo l' effetto di abbassare la temperatura globale fino a farle raggiungere valori inferiori a quelli che si sarebbero avuti in assenza di ogni forma di vita. Infine il calore prodotto dal sole, intanto cresciuto, divenne così intenso che nessuna specie di margherita fu più in grado di moderare la temperatura e tutte le specie scomparvero dal pianeta.
Daisylandia è un modello che mostra in che modo uno stato omeostatico può essere mantenuto da organismi che agiscono soltanto nel loro proprio interesse costringendo il sistema globale a mantenersi entro un arco di temperature ragionevoli.
La crescita competitiva dei tre tipi di margherite innesca un feedback negativo: in prossimità del limite inferiore di tolleranza la temperatura della superficie del pianeta è resa più alta di quanto sarebbe in assenza di fiori, mentre viene abbassata quando il riscaldamento è maggiore.
In questo modo si protrae nel tempo il raggiungimento del limite oltre il quale non è possibile la vita." E infine un articolo tratto dal sito Progetto Gaia L'ipotesi Gaia, di James Lovelock e Lynn Margulis James Lovelock, uno scrittore free-lance, esperto di chimica dell’atmosfera, vede la vita rappresentata da un sistema ambientale che si autosostenga e che egli chiama Gaia.
Gaia, nome dato dal romanziere William Golding (su richiesta di Lovelock) e derivato dall’antica dea greca della terra, opera in modi misteriosi.
Sistema superorganismico, che comprende tutti i viventi della Terra, esso conserva ipoteticamente la composizione dell’aria e la temperatura sulla superficie del pianeta, regolando le condizioni per la continuazione della vita.
Mentre l’intricato intreccio delle relazioni biologiche mediante le quali la vita fa questo non è ancora ben conosciuto il fatto che il bioma terrestre controlli porzioni della superficie del pianeta è un fatto altrettanto ben stabilito di quello per cui il nostro corpo si mantiene a una temperatura costante. Gaia, così.
Può impedire che l’azoto e l’ossigeno atmosferici, così importanti per la vita, degenerino in nitrati e ossidi di azoto, in sali e gas esilarante che potrebbero bloccare l’intero sistema. Se non vi fosse una costante produzione a livello mondiale di nuovo ossigeno da parte degli organismi fotosintetizzanti, se non vi fosse liberazione di azoto gassoso da parte dei batteri che utilizzano per la respirazione nitrati e ammoniaca, si svilupperebbe rapidamente intorno alla Terra un’atmosfera inerte o addirittura velenosa.
Sotto l’influenza reattiva di una grande quantità di fulmini che fanno sfavillare a ogni minuto l’atmosfera terrestre, la terra non sarebbe più ospitale per la vita di quanto lo è l’acida Venere. Sulla Terra l’ambiente è stato prodotto e controllato dalla vita proprio come la vita è stata prodotta e influenzata dall’ambiente. La cosa sorprendente riguardo al nostro pianeta azzurro, chiazzato di bianco, è che la peculiarità della vita, con la sua incredibile diversità e caratteristica unità biochimica, continua.
Essendo noi obbligati a comunicare gli uni con gli altri in una lingua tradizionale, è difficile afferrare la definizione della vita come sistema autopoietico che si riproduce. Eppure, secondo quanto sostiene Lovelock nella sua ipotesi, che egli ha chiamato ipotesi Gaia, lo stesso bioma terrestre ivi incluso l’ Homo sapiens, è autopoietico: riconosce, regola, e crea le condizioni necessarie per la propria ininterrotta sopravvivenza.
I reperti fossili appoggiano l’idea che la superficie terrestre sia stata soggetta senza interruzione a una regolamentazione fin dalla primissima comparsa e diffusione della vita microbiotica.
L’ipotesi Gaia, secondo cui la temperatura e la composizione dell’atmosfera terrestre in gas reattivi sarebbero regolate attivamente dall’insieme di flora e fauna venne messa a punto da Lovelock mentre stava lavorando per la NASA sui modi di scoprire la vita su Marte.
Lovelock trovò che, nella nostra atmosfera, coesistono gas che, quando vengono saggiati in sistemi chimici semplice, reagiscono prontamente, facilmente e completamente, per dare origine a composti stabili. Sembra però che questi gas rimangano separati, in apparente inosservanza delle leggi che regolano l’equilibrio chimico standard.
Lovelock trovò la chimica dell’atmosfera terrestre così persistentemente bizzarra da poterla attribuire soltanto alle proprietà collettive degli organismi, in particolare al bioma terrestre. In effetti, questo, in particolare il bioma di dimensioni microscopiche, produce costantemente enormi quantità di gas reattivi.
Ricercando questi improbabili miscugli di gas nelle atmosfere di altri pianeti con spettroscopi montati su telescopi, Lovelock pensava di poter scoprire senza lasciare la Terra biosfere estranee. Rivolgendo la propria attenzione a Marte, egli trovò che questo pianeta era in un equilibrio assolutamente comprensibile sulla base soltanto della chimica e della fisica.
Postulò l’assenza della vita su di esso rilevando l’assenza del fenomeno Gaia.
Ma, nel 1975, la NASA, pronta per l’atterraggio sul pianeta rosso, non volle pubblicizzare la semplice soluzione che egli proponeva per l’annoso problema della vita su Marte. Nulla, tuttavia, andò perduto. La missione Viking ebbe inizio nel 1975 e, nel 1976, due satelliti da atterraggio e due in orbita giunsero su Marte.
Gli esperimenti biologici, effettuati a bordo e in seguito a atterraggio morbido sulla superficie del pianeta, ebbero un successo spettacolare, dimostrando in modo definitivo che non vi era alcun segno di vita sul pianeta rosso.
Il lavoro di Lovelock fornì una base per capire i risultati. Inoltre, l’analisi da lui condotta diede alla biosfera una nuova veste. Il mistero della vita sulla Terra era altrettanto grande di quanto questo stesso mistero lo fosse altrove, nell’universo. Perché la Terra ha un’atmosfera così diversa da quella che si può prevedere su semplice base chimica? Dato che l’ossigeno costituisce il 20% dell’atmosfera, gli squilibri relativi creati, tra gli altri gas, nel metano, nell’ammoniaca, nei gas sulfurei, nel cloruro di metile sono enormi.
In base ai calcoli chimici, le quantità di questi gas, che reagiscono così facilmente con l’ossigeno, dovrebbero essere così minime da non potersi riconoscere. Invece esse sono presenti e continuano a esserlo ogniqualvolta le si cerchi. In effetti, vi è una quantità di metano, nell’atmosfera terrestre, che è superiore di 1035 volte (dieci alla trentacinquesima potenza, o uno seguito da trentacinque zeri) alla quantità che dovrebbe esserci, considerando la quantità di ossigeno disponibile per reagire con essa.
Altri gas, come l’azoto, il monossido di carbonio e l’ossido nitroso sono solo più abbondanti di 10 miliardi, 10 e 10000 miliardi di volte, rispetto a quello che dovrebbero essere sulla base della chimica soltanto. Un ulteriore enigma riguarda la temperatura della Terra.
Sembra che le leggi della fisica rendano inevitabile il fatto che la luminosità totale del Sole, cioè il suo output di energia come luce, sia aumentata negli ultimi 4 miliardi di anni, forse anche del 50%. Eppure, da prove ricavate dai reperti fossili indicano che la temperatura terrestre è rimasta relativamente stabile, oscillando il valor medio attorno a 22° C circa, pressappoco la temperatura ambiente, malgrado le temperature molto basse che ci si aspetta da uno sparuto Sole primitivo.
È risultato, dunque, che la vita non solo regolava su scala mondiale la composizione dei gas, ma teneva, a quanto pare, sotto una specie di controllo continuo anche la stessa temperatura del pianeta. Che cos’era questo grande termostato nascosto?
Respingendo le soluzioni mistiche, Lovelock teorizzò che il bioma terrestre, specialmente il microcosmo batterico, doveva aver regolato il proprio ambiente su scala globale fin dalla sua primissima comparsa sul pianeta.
Le forme di vita reagiscono alle crisi geologiche e cosmiche che provocano perturbazioni; resistono quanto più a lungo possibile agli attacchi che vengono portati alla loro integrità individuale; e queste azioni individuali portano a una conservazione generale delle condizioni favorevoli alla sopravvivenza collettiva. (Ciò non significa che non vi furono mai fluttuazioni: esse ci furono.
Per esempio, a giudicare dalla grande estensione dei fossili delle foreste tropicali del Cretaceo, il pianeta doveva essere ben più caldo all’epoca dei dinosauri. Sia prima sia dopo buona parte della sua superficie fu coperta da ampie distese di ghiaccio.
Ma sia tra l’una e l’altra di queste fluttuazioni sia dopo di esse la Terra si stabilizzò, non arroventandosi come Venere, né congelando come Marte. Se il bioma terrestre non avesse risposto alle principali perturbazioni esterne come l’aumento della luminosità solare o gli impatti meteoritici, tanto devastanti quanto lo sono oggi le bombe nucleari, non saremmo qui ora.
La vita, concludeva Lovelock, non è circondata da un ambiente essenzialmente passivo a cui essa si è adattata. Al contrario, essa fa e rifà il proprio ambiente. L’atmosfera, come un alveare o un nido di uccello, è parte della biosfera.
Poiché l’anidride carbonica viene trasformata nelle cellule e può essere anche utilizzata per controllare la temperatura dell’atmosfera, è probabile che un modo in cui la vita regoli la temperatura del pianeta sia modulando il livello atmosferico di anidride carbonica.
Alcuni scienziati contestano l’analisi di Lovelock. L’idea della vita sulla terra come superorganismo che risponde alle minacce a agli insulti ambientali per assicurarsi la sopravvivenza non concorda con le idee ormai accettate dell’evoluzione darwiniana, la quale dipende dalla competizione di organismi in lotta.
Ammettendo che Lovelock abbia ragione, come fa la massa di geni in lotta all’interno delle cellule di organismi localizzati sulla superficie terrestre a sapere che deve affrontare delle crisi? W. Ford Doolittle, l’esperto di biologia molecolare che ha effettuato una ricerca, germe di ulteriori sviluppi, sulla biologia molecolare dei plastidi, protestò contro questa nozione di natura, come egli la definiva, "materna".
Richard Dawkins, zoologo dell’Università di Oxford, paragonò l’ipotesi Gaia al programma "BBC theorem", con un riferimento spregiativo alla nozione della natura come equilibrio e armonia meravigliosi, data dai documentari televisivi.
Dawkins non poteva concepire l’evoluzione dei meccanismi di Gaia, di controllo a livello mondiale, senza un universo "pieno di pianeti morti, i cui sistemi di regolazione omeostatica erano venuti meno, e con una manciata di pianeti ben regolati, ben riusciti, sparsi tutt’attorno e di cui uno era la Terra." Per rispondere a queste critiche, Lovelock progettò alcuni modelli matematici.
Quello più spettacolare, il Daisy World (il mondo delle margherite), considera un pianeta mitico che può essere ricoperto soltanto da margherite nere e bianche e da una occasionale mucca che mastica rumorosamente margherite.
Le margherite rappresentano due specie, che crescono entrambe a chiazze e ricoprono fino al 70% del pianeta entro intervalli specifici di temperatura. Entrambe non crescono affatto dove fa molto freddo, crescono lentamente al freddo, più rapidamente al caldo e non crescono affatto, anzi muoiono, alle temperature opprimenti al di spora dei 45°C. Lovelock, che in seguito cominciò a lavorare con Andrew Watson alla Marine Biological Association di Plymouth, in Inghilterra, trovò che le margherite bianche e nere potevano funzionare come un gigantesco termostato, rendendo stabile la temperatura di un intero pianeta semplicemente crescendo.
Il fenomeno non è misterioso, ma sinergico: è il risultato inatteso di un sistema complesso. Si può immaginare come operi Daisy World. Si prenda un pianeta di margherite nere e bianche, che ruoti attorno a una stella, il Sole, la quale rallenta ma diventa costantemente più brillante. All’inizio, essendo il Sole freddo, non cresceranno molte margherite.
A mano a mano che esso diventerà più caldo, chiazze di margherite di entrambi i colori spunteranno e cresceranno rigogliosamente. Ma, quando le margherite nere fioriranno e produrranno un maggior numero di discendenti, perché sono scure e assorbono una la luce del Sole, impediranno a questa luce di essere riflessa nello spazio.
La crescita di macchie di margherite nere, che assorbono calore, ha l’effetto di riscaldare un pianeta che, altrimenti, sarebbe freddo.
Ma ben presto l’ambiente circostante raggiunge un calore opprimente e comincia a limitare la crescita delle margherite nere nelle immediate vicinanze. L’aumento delle temperature locali porta a un aumento globale della temperatura più forte del previsto, in un mondo senza margherite. Cominciano allora a crescere chiazze di margherite bianche.
Ciò porta a un aumento della riflettività planetaria, o albedo, dato che la superficie bianca dei petali delle margherite riflette la luce nello spazio, con la conseguenza di un ritorno su tutto il pianeta a temperature più fredde.
Le margherite nere ricominciano a spuntare. Ma il Sole, nel frattempo, continua a diventare più caldo e le margherite bianche, riflettendo il calore, continuano a fiorire e a raffreddare il pianeta. In breve, il Sole diventa più caldo, si formano chiazze sempre più estese di margherite bianche, Daisy World diventa più freddo, il che porta a una nuova crescita di chiazze di margherite nere, le quali di nuovo si surriscaldano, creando ancora una voltale condizioni più favorevoli alle margherite bianche.
Ciò raffredda nuovamente Daisy World incrementandone l’albedo, e così via fino a che il Sole diventa una gigante rossa e brucia tutte le margherite. Ma, entro certi limiti di temperature, le margherite funzionano molto semplicemente da termostato, mantenendo il mondo vivibile, malgrado un aumento potenzialmente letale della quantità di energia solare che raggiunge il pianta.
I fiori regolano silenziosamente la temperatura del pianeta fino a un grado notevole, entro quello stretto intervallo che è necessario alla loro sopravvivenza quando il Sole si riscalda inesorabilmente. In modelli più simili al mondo reale sono la crescita, il metabolismo e le proprietà che riguardano gli scambi di gas nei microbi, più che le margherite, a formare i complessi sistemi di retroazione fisici e chimici che modulano la biosfera in cui viviamo.
Gli organismi viventi, attraverso il loro effetto sull’acqua e sulle nubi, hanno una immensa influenza modulatrice sulla Terra. Tanto per fare un esempio, minuscole alghe che galleggiano sul mare possono ipoteticamente fare entrare il mondo in un’epoca glaciale semplicemente crescendo più rapidamente alle latitudini settentrionali.
Nel produrre i guscetti di carbonato di calcio, morendo e inabiassandosi sul fondo dei mari, rimuovono il carbonio necessario per produrre anidride carbonica; poiché l’anidride carbonica è un gas da "effetto serra", che agisce come manto invisibile che fa entrare la luce e la trattiene sotto forma di calore, una minore quantità di anidride carbonica nell’atmosfera si traduce in un abbassamento delle temperature.
Ma, con temperature più basse, le alghe crescono meno, meno anidride carbonica viene rimossa nell’aria per produrre guscetti e il pianeta diventa tropicale. I circuiti di retroazione sono, perciò, così strettamente collegati che una moria massiccia di alghe marine, accoppiate all’erosione di rocce carbonatiche da parte dell’acqua, processo che libera anidride carbonica nell’atmosfera, può anche provocare un aumento termico dell’atmosfera.
In effetti, nel 1979 e 1980, i ricercatori europei hanno analizzato dell’aria "fossile", rimasta intrappolata nei ghiacci polari e hanno trovato che circa 20000 anni or sono, al culmine dell’ultima glaciazione, l’anidride carbonica aveva una concentrazione pari sola a due terzi di quella che si sarebbe avuta all’inizio della rivoluzione industriale.
Immediatamente prima che gli esseri umani diventassero agricoltori e costituissero le prime civiltà, l’anidride carbonica raggiunse il livello preindustriale. L’aumento di anidride carbonica e della temperatura 12000 anni or sono ebbe luogo in meno di 100 anni e non può essere interamente spiegato da processi tradizionali geofisici o geochimici, come l’attività tettonica o il corrugamento.
Una fluttuazione così improvvisa poteva provenire solamente dalla vita. Lovelock ritiene che l’improvvisa moria di una percentuale sostanziale di alghe marine causò probabilmente questo rapido aumento della temperatura mondiale, una trasformazione ambientale che alla fine permise agli esseri umani di uscire dalle caverne e di popolare la Terra.
Col tempo, il bioma terrestre edificò elaborati sistemi di controllo di cui solo ora stiamo diventando vagamente consapevoli. La moltitudine dei sistemi sensoriali negli organismi viventi, la capacità di questi di avere un metabolismo e una crescita esponenziale e la straordinaria diversità dei viventi che interagiscono sulla Terra sono sufficienti a spiegare, in teoria, la modulazione ambientale su scala globale.
Ma questo genere di modulazione ambientale opera anche su una scala più piccola. Anche sulla scala di gran lunga più piccola dei singoli animali, la regolazione della temperatura comporta più di un semplice singolo sistema di retroazione.
Realizziamo un esperimento mentale in cui una persona (un insieme di cellule, come il bioma terrestre) deve affrontare un netto calo della temperatura ambientale. Il suo primo tipo di risposta sarebbe la tattica evolutasi più di recente: una risposta da alta tecnologia, che consisterebbe nel girare il termostato, nell’inserire il radiatore elettrico, o addirittura nel pagare per il servizio di teleriscaldamento attraverso un modem del proprio computer domestico.
Benché queste modalità diventeranno forme sempre più comuni di regolazione della temperatura, esse sono così recenti da essere ancora estremamente incerte tra i vari sistemi di retroazione. A un livello più basso, vi sono invece le risposte da "bassa tecnologia" ai rischi delle basse temperature: avvolgersi in coperte e vestirsi con abiti più pesanti.
Questo tipo di tecnologia, ereditata dall’abitudine di prendere in trappola gli animali di climi freddi o cacciarli, utilizzando poi le loro pelli e pellicce folte per proteggersi, è antica di circa 100000 anni. Il cucito, un suo importante perfezionamento, potrebbe, a giudicare dai reperti archeologici di aghi per cucire il legno, avere aiutato le popolazioni orientali ad attraversare lo stretto di Bering per recarsi nell’America settentrionale.
Il circuito di retroazione dei vestiti è semplice: quando la temperatura si abbassa i vestiti vengono indossati; quando si innalza vengono tolti. La regolazione della temperatura, come comportamento, ha fatto la sua comparsa negli esseri umani molto prima che venissero costruiti i sistemi di riscaldamento a base di combustibili fossili ed è ancor oggi predominante.
Se continuiamo a sottoporre il soggetto del nostro esperimento a uno stato di stress, indurremo in lui un metodo di regolazione della temperatura ancora più antico e ancora più affidabile: si tratta di sistemi comportamentali, non tecnologici, di retroazione.
Queste risposte si possono fare risalire a qualcosa come 200 milioni di anni or sono e consistono nel correre, nel fregarsi braccia e gambe, nel rannicchiarsi e nell’assumere la posizione fetale, arrotolandosi, quando si ha freddo.
Quando sono minacciati dal caldo, i mammiferi come noi reagiscono con un comportamento opposto: stendono gli arti e cercano l’ombra. In generale diventano meno attivi. Tuttavia i mammiferi condividono questo tipo di meccanismo di controllo della temperatura, che dipende dall’avere un sistema nervoso sufficientemente complesso, base del comportamento appreso.
A mano a mano che ci avviciniamo al microcosmo originale, i sistemi di retroazione diventano ancora più prevedibili, fondamentali e affidabili. Ancora più antichi dei sistemi comportamentali sono i tipi di controllo rigorosamente fisiologici.
Quando l’ambiente si raffredda, i vasi sanguigni dei mammiferi si allontanano automaticamente dalla superficie cutanea per contrazione dei muscoli che si trovano nelle loro pareti. Più lontano della pelle, il sangue viene rifornito agli organi vitali in maggiore quantità e gli organismi risultano così più protetti. Segue il congelamento: le dita delle mani e dei piedi ed altre estremità diventano fredde come ghiaccio e intirizzite.
Se il soggetto è ancora sotto stress, si ha il distacco delle estremità. Il naso e la punta delle orecchie, le dita delle mani e dei piedi si staccano. La sudorazione, che è la risposta opposta, si basa sull’evaporazione di acqua per raffreddare il corpo.
Queste risposte fisiologiche alla temperatura sono ancora più antiche e ben radicate delle altre. Forse sono tanto antiche quanto gli stessi animali (circa 600 milioni di anni or sono). Se, nel nostro esperimento mentale, continuiamo a sottoporre il soggetto alla tensione del freddo, spingiamo fino al limite il suo sistema autopoietico e mettiamo a nudo l’antico metodo genetico di controllo della temperatura.
Se l’ambiente diventa freddo oltre il limite di tolleranza dell’uomo, questi muore e non lascia (ulteriore) prole. Se la tensione del freddo continua, l’intera popolazione e comunità congela fino a morire senza lasciare discendenti. Tuttavia, nuove popolazioni e comunità sostituiscono le vecchie, e alcune hanno mezzi più efficaci per combattere il freddo. Solo organismi diversi o mutanti, in grado di tollerare condizioni climatiche rigide, riusciranno a sopravvivere.
Un’enorme pressione selettiva viene esercitata su quegli organismi che possono migliorare gli effetti dell’ambiente e del freddo circostante. Questo è ciò che è avvenuto di solito nel mondo. Se la tensione è abbastanza forte, sopravviveranno soltanto gli organismi tolleranti. In altre parole, quando fa troppo caldo, le cellule muoiono.
Quando fa troppo freddo, le cellule muoiono. Quando la temperatura è giusta, le cellule lasciano una numerosa progenie. Ma il "giusto" della temperatura dipende da ogni genere di vita. La selezione naturale darwiniana è l’ultimo antico sistema di retroazione di Gaia su cui tutti quelli tecnologici e comportamentali più recenti si basano.
Oggi, se si ha freddo si accende il riscaldamento, quindi si mette un maglione, poi si comincia a tremare per generare calore. Se il freddo incalza ancora, si entra in uno stato di torpore, in cui il metabolismo si abbassa; se il freddo aumenta ancora e non cede, si muore. Ma la morte individuale fa parte dei sistemi più ampi di stabilizzazione ambientale.
Prima di morire, l’individuo ha fatto aumentare la temperatura ambientale e, morendo e non lasciando una prole simile a sé, ha fatto diminuire le probabilità che i futuri periodi di freddo distruggano la vita, spianando la via alla riproduzione di organismi adattati alle basse temperature.
Sistemi viventi di regolazione della temperatura e dell’atmosfera a livello planetario possono solo essere immaginati. Da una prospettiva planetaria, tuttavia, non sembra che essi siano in un equilibrio naturale difficile, sull’orlo del collasso.
Al contrario, sono vigorosi. I sistemi di controllo ambientale più importanti sono le istituzioni microcosmiche collaudate dal tempo, che producono gas e modificano l’albedo, e che sono di gran lunga più resistenti e più antiche della combustione di oli minerali per riscaldamento e dell’impiego di termostati domestici. Per quanto riguarda il futuro, la nostra specie potrebbe essere come quelle margherite nere rigogliose, che crescono così rapidamente da rendere ottimale l’ambiente per altre margherite, perfino quando si arroventano sino alla morte.
Ogni individuo, popolazione o specie è un’opzione che si esercita soltanto in condizioni favorevoli. In caso di catastrofe, come regolarmente avviene nella storia della vita, alcune opzioni non saranno più valide. Ma la loro fine, sia come morte individuale sia come estinzione, renderà la biosfera nel suo insieme più robusta, più complessa e con maggiore capacità di ripresa. (Ciò, naturalmente, non ha nulla a che vedere con il progresso o il benessere umano. Nella documentazione fossile non si nota alcun segno di progresso, solo di cambiamento ed espansione.)
Inoltre, sembra che la maggior parte delle opzioni procariotiche non si sia ancora estinta. Né l’esistenza né l’estinzione di specie sono una proprietà dei batteri. Benché la morte individuale dei batteri avvenga senza interruzione, forti pressioni sul regno delle monere per la capacità di effettuare scambi genetici a livello mondiale hanno portato al rapido scambio di biotecnologie naturali, a enormi tassi di crescita delle popolazioni e, in generale, alla capacità di resistere con attitudini metaboliche intatte anche durante le più gravi crisi planetarie.
Solo con un’esplorazione scientifica completa dei meccaniscmi di controllo di Gaia ci si può attendere di attuare nello spazio habitat viventi che si autosostentino.
Se mai dovessimo progettare ecosistemi chiusi in grado di rifornire le loro proprie riserve vitali, dovremmo studiare la tecnologia naturale della Terra. Abitare altri mondi, avere la possibilità di passeggiare in giardini, per esempio, su Marte, è un progetto gigantesco, che si può pensare soltanto da una prospettiva di Gaia.
Dovremmo conoscere le nostre radici nel microcosmo prima di andare in quel limbo che è il supercosmo.
Ma, sia che l’uomo porti nello spazio l’ambiente primevo dell’antico microcosmo si che, cercando di farlo, muoia, sembra proprio che la vita sia tentata in questa direzione.
E la vita, finora, ha resistito a tutto, tranne che alla tentazione.
L'Amazzonia
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaLa misteriosa foresta amazzonica, dove Crystal e Douglas vivranno il loro viaggio più straordinario!Lo spagnolo Francisco de Orellana percorse il fiume Maranon fino all’Atlantico dal 1539 al 1542.
Affermò di aver combattuto contro una tribù di donne guerriere comparandole alle mitiche amazzoni, da cui il nome dato poi al fiume Rio delle Amazzoni e successivamente all’intero territorio.
Nel solo Bacino del Rio delle Amazzoni ci sono due terzi di tutte le acque dolci della terra.
Nella foresta pluviale c'è una enorme quantità di vita che l'uomo non è ancora riuscito a classificare, e molte specie si estinguono senza che la loro esistenza sia nemmeno conosciuta.
In un territorio grande solo la metà di San Francisco ci sono 205 specie di mammiferi, 545 specie di uccelli, 100 specie di libellule, e 729 specie di farfalle.
In un ettaro di habitat possono esserci oltre 100 differenti specie di alberi.
Le foreste pluviali tropicali forniscono dal 25% al 40% di tutti i prodotti farmaceutici.
Tremila piante hanno proprietà anticancro, e il 70% di queste si trova nelle foreste pluviali.
La più grande estensione di foresta tropicale pluviale si trova in Amazzonia, nel nord-ovest del Sudamerica. E' il "polmone" del pianeta, la nostra principale fabbrica di ossigeno. Hai idea di quanto è grande? Guarda un po' questa carta...
All'inizio degli anni '70, il 99 % della foresta amazzonica era ancora intatto.
Da metà degli anni '80 il 13,7 % era stravolto: in 30 anni sono stati distrutti più di 55 milioni di ettari di foresta - una regione grande quanto la Francia - per i legnami pregiati.
Il ritmo della distruzione aumenta ogni anno, le multinazionali del legname divengono sempre più efficienti e incontrollabili...L'ultimo grande polmone della terra
L'Amazzonia è qualcosa di più di un ecosistema, di una grande foresta, di un immenso paese da proteggere: l'Amazzonia è il nostro futuro.Non più di un quinto delle foreste originarie del pianeta è rimasto intatto. La metà di ciò che resta è minacciata dalle attività minerarie, agricole e soprattutto dall'estrazione commerciale di legname. L'Amazzonia brasiliana è la più grande estensione al mondo di foresta primaria: 370 milioni di ettari, un terzo del totale di tutto il Pianeta. Non basterebbe un'intera biblioteca per descriverne le immense vastità, le meraviglie, i contrasti. Una grande parte del suo patrimonio ancora sconosciuta. Quello che possiamo fare è proteggere l'ultimo grande polmone del pianeta.
Le preziosissime Foreste Tropicali Pluviali sono distrutte da disboscamento, incendi dolosi, inquinamento: in breve, dall'uomo. Le conseguenze più preoccupanti sono:
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L'estinzione di moltissime specie viventi e la perdita di biodiversità, che sconvolgono gli ecosistemi e impoveriscono le possibilità di ricambio del patrimonio genetico di tutti gli altri esseri viventi;
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il riscaldamento della Terra, dovuto all'incremento d'anidride carbonica, che ci porta verso la catastrofe climatica finale, di cui oggi stiamo assistendo ai primi segni.
L’allarme di Greenpeace è perentorio: le multinazionali del legname stanno minacciando l'integrità di questa terra meravigliosa. Dopo aver esaurito le foreste del Sudest Asiatico e dell'Africa Centrale, le grandi compagnie asiatiche, nordamericane ed europee si stanno ora spostando sull'Amazzonia brasiliana, attratti dall'incredibile volume di legname presente in Amazzonia, circa 60 miliardi di m3.
Si tratta di compagnie dotate di grande potere economico, alcune delle quali con consolidata fama di abusi sociali e ambientali.
Fino ai primi anni '70, il 99 % della foresta amazzonica era ancora intatto. Alla metà degli anni '80 il 13,7 % era compromesso: in appena tre decenni, sono stati distrutti più di 55 milioni di ettari di foresta, l’equivalente di una regione vasta quanto la Francia.
Nel corso degli ultimi decenni la quota amazzonica nella produzione di legname del Brasile è salita dal 14 % all' 85 %, tanto che solo nel 1997 la regione ha fornito almeno 28 milioni di mq di legname. Fonti ufficiali ammettono che l'80 % di tale produzione è illegale. Ma anche l'estrazione considerata legale è altamente distruttiva: impiega tecnologie inadeguate così che due terzi del legname viene sprecato.
Molto spesso, dopo il taglio degli alberi, la residua foresta è data alle fiamme e sulle sue ceneri vengono seminate piante erbacee a crescita rapida, la cui natura infestante impedisce la crescita di nuovi alberi. Ma anche i pascoli spesso durano poco: in breve tempo il sottilissimo manto fertile della foresta si consuma senza rigenerarsi e, priva della protezione dei rami, l'umidità viene asciugata dal sole lasciando spettrali distese di argilla rossiccia.Uno scenario che rischia di diventare generalizzato. Fino ad oggi l'estrazione di legname è stata finalizzata prevalentemente al consumo interno brasiliano. Ma il mercato sta mutando. La crisi finanziaria asiatica ha accelerato lo spostamento delle grandi compagnie verso il Brasile e al tempo stesso la svalutazione della moneta brasiliana, il Real, ha reso economicamente competitivo il legname brasiliano sul mercato internazionale, tanto che si prevede un aumento del 20% dell’ esportazione.
In un decennio, 25 compagnie europee, asiatiche e statunitensi si sono insediate in Brasile, arrivando a gestire quasi la metà dell'esportazione di legname. Da sole, otto di queste compagnie possiedono un pezzo di foresta grande quanto il Belgio.
Solo una di esse opera sulla base di certificazione d'impatto ambientale (Forest stewardship Council - FSC) e solo un'altra ne ha fatto richiesta. Su 17 compagnie interpellate, 15 dichiarano di non avere alcun piano definito per ottenere tale certificazione.
Il pericolo di una deforestazione su larga scala rischia di distruggere specie animali e vegetali legate indissolubilmente alle condizioni ambientali e climatiche della foresta e le risorse culturali, medicinali e nutritive da cui dipendono i popoli indigeni e le popolazioni autoctone.
La foresta amazzonica è vitale per il ciclo delle piogge di tutta la regione, in quanto l'acqua è costantemente riciclata attraverso l'evaporazione e la pioggia. Il disboscamento ha già causato sensibili mutazioni nel microclima e esiste la possibilità che un suo aumento acceleri i mutamenti climatici su larga scala e il fenomeno del riscaldamento globale.

La foresta amazzonica è un tutt'uno con i popoli che la abitano. È grande e ospitale e, se non viene aggredita, permette una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti. Per questo la difesa dell'Amazzonia è indissolubilmente legata ai grandi problemi sociali del Brasile, dalla riforma agraria, ai diritti delle nazioni indigene, a quelli delle comunità locali.
Greenpeace sta lavorando insieme alle comunità locali e ai piccoli raccoglitori di gomma naturale (i seringueiros) per preservare la foresta e proporre alternative alla sua distruzione.
Non esiste una soluzione unica, ma un insieme di strade da percorrere coinvolgendo più attori, nello sviluppo di attività compatibili, quali la raccolta di gomma naturale, di frutta selvatica e noci, di fibre, di miele, di piante medicinali. Potrebbe anche essere avviato uno sfruttamento eco-compatibile del turismo e delle risorse ittiche e forestali.
Per questo è necessaria la creazione di una fitta rete di parchi naturali, a cui affiancare riserve esclusive in cui svolgere attività garantite da un monitoraggio costante degli standard di compatibilità ambientale. Questo potrebbe aprire la strada ad uno sviluppo armonico dell'Amazzonia, assicurando ai venti milioni di persone che la abitano la sussistenza e la continuità di cultura e tradizioni.
La foresta amazzonica
Solo 1/5 delle foreste primarie sopravvive
1/3 di esse si trova in Amazzonia
60% della foresta vergine amazzonica è ancora intatto.La foresta più estesa:
La foresta amazzonica copre una superficie più estesa di tutta l'Europa Occidentale: 600 milioni di Kmq
La più grande riserva d'acqua:
1/5 dell'acqua dolce del mondo scorre per i fiumi dell'Amazzonia. Il bacino amazzonico é la maggior riserva di acqua dolce del Pianeta
Il fiume più lungo:
Il Rio delle Amazzoni si snoda per 6.868 Km, la distanza tra New York e Berlino. Il punto più profondo del Rio delle Amazzoni raggiunge i 120 metri, sufficiente per affondarvi ben due torri di Pisa, una sull'altra.
La biodiversità più ricca:
Si incontrano più specie di piante in un ettaro di foresta amazzonica che in tutto il continente europeo
Più alberi:
In un unico ettaro si possono trovare oltre 200 specie di alberi e sono state contate oltre 72 specie diverse di formiche su un solo albero.
Più pesci:
Nei fiumi che attraversano la foresta, nuotano pesci di un numero di specie oltre 30 volte maggiore che in tutti i corsi d'acqua d'Europa messi insieme.
Più grandi, più piccoli:
La diversità e i contrasti della vita amazzonica sono sensazionali: la victoria-regia è una ninfea il cui diametro arriva ai due metri. La foglia di Poligonacea coccoloba può essere più grande di un uomo (2,5 m di altezza e 1m di larghezza). Il ragno caranguejeira è più grosso di un telefono cellulare, mentre esiste un scimmia dal peso di 130 grammi e della dimensione di uno spazzolino da denti.
La più misteriosa:
L'immensa quantità di specie animali e vegetali che vivono in Amazzonia è ancora in gran parte sconosciuta. Gli scienziati stimano che solo il 40% degli insetti presenti siano conosciuti. Fino ad oggi sono stati identificati oltre 30.000 tipi di piante, ma si sospetta che altre 20.000 siano ancora da scoprire. Nel corso degli anni '90, sono state scoperte tre nuove specie di scimmia, due di volatili e decine di specie di anfibi e pesci.
La foresta amazzonica è una delle ultime risorse naturali che siamo ancora in grado di proteggere, ma bisogna intervenire subito. Anche da questo dipenderà il nostro futuro.
Tra vent'anni l'Amazzonia sarà definitivamente distrutta. Lo afferma il maggiore studio indipendente condotto finora.
Secondo la ricerca dell'Istituto brasiliano di Ricerche Amazzoniche (Inpa) assieme ad alcuni istituti di ricerche ambientali internazionali, entro il 2020, con gli attuali ritmi di sviluppo e di disboscamento, in Amazzonia resterà appena il 5 per cento della vegetazione originaria e il 42 per cento del bacino amazzonico sarà completamente disboscato.
Il programma 'Avanza Brasile', lanciato di recente dal governo di Brasilia, potrebbe incentivare l'insediamento nell'area e la distruzione della foresta e peggiorare le previsioni della ricerca. Lo studio sarà pubblicato il mese prossimo sulla prestigiosa rivista Science.
"Se oggi si distruggono due milioni di ettari di foresta all'anno, la distruzione potrebbe crescere in forma esponenziale con le strade asfaltate previste dai piani di sviluppo, mentre le condizioni di vita della popolazione non farebbero che peggiorare, perchè l'ambiente va verso il tracollo", ha dichiarato William Laurance, ricercatore dello Smithsonian Tropical Research Institute, uno degli enti che hanno collaborato alla ricerca.
Ruspe e allarmi in Amazzonia vanno di pari passo da qualche tempo.
Gli alberi vengono abbattuti a ritmo frenetico, spariscono lembi di foresta, e il riscaldamento della Terra aumenta. La 'civilizzazione'-devastazione-sfruttamento della foresta tropicale si accompagnano agli sos lanciati a più riprese dalla comunità scientifica sui rischi climatici e ambientali che distruggere l'Amazzonia porta con sé.
Non solo per il Brasile, ma per l'intera comunità mondiale.
L'ultima battaglia dei ricercatori e degli scienziati è contro 'Advance Brazil', il piano di sviluppo lanciato un anno e mezzo fa dal governo brasiliano del presidente Cardoso, che con un impegno di 40 miliardi di dollari in sette anni prevede tra l'altro una serie di interventi 'pesanti' proprio nel cuore della foresta: La costruzione di strade, autostrade, oleodotti, la realizzazione di ranch e impianti idroelettrici, lo scavo di nuove miniere, la trivellazione del terreno in cerca di petrolio, con i necessari, massicci spostamenti di lavoratori e popolazione verso e oltre i confini dell'Amazzonia dalle zone più povere del paese: uno scenario 'apocalittico' a giudizio degli ecologisti, che spaventa enormemente anche alcuni scienziati americani:
"Già adesso ogni anno - denuncia il pool di ricercatori formato da William Laurance dello Smithsonian, Mark Cochrane dell'università del Michigan e dai gruppi dell'università dell'Oregon e del Progetto foreste - nell'Amazzonia brasiliana viene distrutta un'area di foresta di circa due milioni di ettari, 5 milioni di acri, grande quanto l'intero stato del Rhode Island".
L'Amazzonia - spiegano allarmati gli scienziati e i biologi del pool - contiene il 40% di quanto rimane delle foreste pluviali del mondo e svolge un ruolo fondamentale nel mantenere la biodiversità, il clima e le risorse d'acqua dell'intero Brasile. Non solo. Le nuove strade in progetto e l'invasione di uomini e impianti industriali al seguito devasteranno le foreste, rendendole più deboli ed esposte agli incendi: questo avrà come conseguenza l'impoverimento della fauna ma anche l'incremento dei gas serra nell'atmosfera di tutta la Terra.
Il team di scienziati sta usando dati rilevati dai satelliti sia per approfondire la conoscenza dell'impatto sulla foresta amazzonica degli interventi di sviluppo già attuati, sia per prevedere cosa accadrà nei prossimi 20 anni.
"Quando le foreste aggredite dalle strade vengono osservate da una certa distanza - afferma Cochrane - sembrano in piena salute. Basta però studiarle dall'interno per accorgersi che sono più rade, che sono cambiate in peggio, come se qualcuno le avesse smangiucchiate qua e là, provocando dei larghi buchi privi di piante che appunto le rendono più vulnerabili al fuoco"
Le strade, che fino a tempi recenti si fermavano ai confini dell'Amazzonia, sempre più spesso adesso penetrano nella foresta pluviale: "I disboscamenti illegali si stanno espandendo a macchia d'olio - commenta preoccupato il dr. Laurence - Il processo di urbanizzazione legato allo sviluppo del sistema di comunicazioni e allo sfruttamento delle terre è praticamente impossibile da bloccare.
L'unico modo di controllare questo fenomeno è controllare la proliferazione e la localizzazione delle nuove strade".
Scott Bergen, uno scienziato forestale dell'università dell'Oregon che ha lavorato con la Nasa per comprendere cosa sta accadendo in Brasile, sostiene che il mondo intero è a rischio se l'attuale trend di sviluppo proseguirà a questo ritmo.
Per gli scienziati americani, la comunità internazionale dovrebbe aiutare concretamente il Brasile a trovare una via alternativa di sviluppo: la scommessa è il destino a breve termine della più vasta estensione verde del pianeta.
Fonte: quotidiano.net
Un documentario:Cecilia Veracini
LOSING AMAZONIA
durata: 30'
anno di produzione: 2006Il disboscamento delle foreste equatoriali è un fenomeno devastante e scarsamente controllabile.
La biologa Cecilia Veracini si è recata più volte in Amazzonia, riportando interviste a vari esperti del luogo, e organizzandole in questo interessante documentario.HAMBURGER CONNECTION
Non è facile a prima vista collegare gli hamburger venduti nei fast food con la deforestazione dei tropici e l'estinzione di migliaia di specie animali e vegetali. Eppure la cosiddetta "hamburger connection" rappresenta un classico esempio di come un qualunque cittadino occidentale possa comandare a distanza la distruzione dei tropici. Gli Stati Uniti sono famelici divora tori di hamburger e da soli importano il 33% di tutta la carne di manzo del mercato mondiale, per il consumo non vitale di appena 1/20 della popolazione del pianeta. Gran parte della carne "a basso costo" di Panama, Costa Rica Guatemala e altri paesi dell'America centrale e latina passa la frontiera americana per finire tra panini e ketchup. In quei paesi per allevare bestiame si brucia la foresta. Nel 1980 fu stimato che il 72% della deforestazione amazzonica in Brasile era volta ad ottenere pascoli per il bestiame. Analogamente la CEE importa carne dall'America tropicale e dall'Africa. Per USA e CEE i costi monetari sono estremamente bassi ma i costi energetici ambientali e sociali su scala mondiale sono immensi e il disastro ecologico è irreparabile. Per produrre la carne di un hamburger in un'area tropicale umida è necessario uno spazio pari a un salotto medio di circa 12 mq. In quell'area distrutta per produrre circa 100 grammi di carne macinata erano mediamente ospitati oltre cinquecento chili di materia vivente, piante, fiori, farfalle, uccelli, scimmie. Uno spreco energetico immenso per riparare al quale sono necessari tempi lunghissimi. Si calcola che una foresta tropicale primaria si possa ricostruire in un periodo variabile da seicento a mille anni In questo senso molto può fare il consumatore occidentale, astenendosi o limitando il consumo di carne importata da questi Paesi e molto più potrebbero i governi occidentali varando norme e politiche economiche più rispettose della natura tropicale.Fonti:
http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_4246.html
E PER FINIRE... QUALCHE BUONA NOTIZIA!
Incollo sotto una mail che ho ricevuto di recente. Per avere maggiori informazioni vi basterà cliccare sui link riportati a seguire.
Comunità Xixuau, 2 Ottobre, 2007.
Cari amici,
dopo un lungo silenzio torniamo a darvi informazioni sulla Riserva Xixuau-Xiparina.
Vogliamo ringraziarvi ancora una volta per il vostro supporto e l´adesione alla petizione per proteggere una grande area di foresta dalla distruzione certa, voluta dal governo dello stato brasiliano di Roraima con la costruzione di una strada e il programma di colonizzazione delle terre. Grazie alla petizione e alla pressione internazionale degli ultimi mesi l´area è ancora preservata e intatta.
La lotta per trasformare la regione dello Xixuau, del Rio Jauaperi e del Rio Branco in Riserva Estrattivista (una formula che garantisce la preservazione definitiva) va avanti; le pratiche burocratiche sono ormai pronte e
siamo vicini a una decisione finale del Governo Federale del presidente Lula. E´ stata (ed è ancora) una lotta molto dura. Il governo di Roraima non vuole rinunciare al controllo della regione e ostacola in ogni modo la sua trasformazione in riserva ma, per ora, ha dovuto accantonare i progetti di presunto sviluppo grazie alla pressione della popolazione locale, del Ministero dell´Ambiente brasiliano e della comunità internazionale.
La settimana scorsa alcuni abitanti della regione sono stati ricevuti dal presidente Lula (vedi foto a lato) e da esponenti del suo governo a Brasilia. Hanno discusso con loro gli ultimi passi da compiere e hanno ricevuto assicurazioni e conferme sull´intenzione del Governo Federale di trasformare l'area in riserva.
Vi terremo informati sui prossimi sviluppi e speriamo di poter condividere presto con voi la gioia della creazione della nuova Riserva Estrattivista del Basso Rio Branco e Rio Jauaperi.
Associazione Amazonia Ong.
Per ulteriori informazioni e per sostenere i nostri progetti visita:
www.amazonia.org
www.italia.amazonia.org
Colpita la mafia del taglio illegale in Amazzonia.
Operazione della polizia Federale Brasiliana contro il taglio illegale del legno.
Manaus, Amazzonia, 2 Giugno 2005 - La polizia Federale Brasiliana ha condotto un'operazione su larga scala nello stato del Mato Grosso, operazione che ha portato allo smantellamento di una organizzazione criminale dedita da 14 anni al taglio illegale di legno. La magistratura Brasiliana ha emesso un ordine di arresto nei confronti di 89 persone, inclusi alcuni agenti dell'IBAMA - l'Agenzia ambientale brasiliana- con l'accusa di taglio di circa 1,9 milioni di metri cubi di legname illegale. Per valutare appieno l'entità del danno arrecato alla foresta amazzonica, basti pensare che servono circa 76.000 camion per trasportare tutto questo legname.
Durante l'indagine, sono state sospese 283 unità di gestione forestale ed altre 36 sono state revocate definitivamente. Sono state inoltre smascherate 431 imprese fantasma che operavano nello Stato del Mato Grosso. L'operazione ha, inoltre, portato alla luce un vasto giro di falsificazioni dell'autorizzazione di trasporto dei prodotti forestali, che consentiva il riutilizzo di autorizzazioni scadute frodando le ispezioni. L'operazione è stata la più grande mai portata avanti nella foresta Amazzonica, ed ha coinvolto 450 agenti della Polizia Federale e 31 agenti dell'IBAMA.
"È importante sollecitare la Polizia Federale e l'IBAMA affinché operazioni come questa condotta nello Stato del Mato Grosso non rimangano un caso isolato ma, anzi, si estendano agli altri stati della foresta Amazzonica come Parà e Rondonia dove, la deforestazione e il taglio illegale non conoscono ostacoli" ha dichiarato Paulo Adario, responsabile della Campagna Amazzonia di Greenpeace.
L'approvazione della nuova legge sulla concessione dei permessi di taglio nelle aree forestali pubbliche (legge 4776/05), rappresenta un importante passo avanti nei controlli e nella tutela della foresta Amazzonica. Ma essa sarà efficace solo se le agenzie statali sapranno assicurare il monitoraggio e il controllo del territorio, sapendo individuare e allontanare gli agenti corrotti responsabili delle frodi.
"Questo sarà possibile solo se le autorità saranno in grado di far rispettare le legge nell'Amazzonia brasiliana, troppo spesso considerata terra di nessuno. L'operazione di oggi nel Mato Grosso dimostra quanti rischi si nascondano nel sistema delle concessioni forestali," dichiara ancora Adario. "Le agenzie federali Brasiliane come L'IBAMA e la Polizia Federale devono essere rafforzate e meglio preparate per combattere il taglio illegale, l'appropriazione illegale di latifondi (grilagem), la deforestazione e i crimini contro i diritti umani".(Comunicato n. 9787-n del 06/06/2005) Fonte: www.greenpeace.it
Cosa possiamo fare per fermare la distruzione delle ultime grandi foreste del pianeta?

Consumatori e imprese possono fare molto. Hanno il diritto e il dovere di richiedere legno e prodotti a base di legno che non provengano dalla distruzione delle foreste naturali. Riciclare, evitare l'uso di legno o derivati per prodotti usa e getta, chiedere la certificazione FSC.
Il valore aggiunto della foresta. Il valore economico delle foreste è molto più alto del legno che contengono: prodotti come gomma, fibre vegetali, noci, frutta, fiori, miele e erbe medicinali sono solo alcuni esempi di prodotti forestali non legnosi.
Il sito italiano dell'FSC http://www.fsc-italia.it/
La Provincia di Modena ospita un progetto molto importante della GEV che si muove nella duplice direzione di tutelare la foresta e di salvare le popolazioni indios che vi abitano, nella consapevolezza del profondo legame che li unisce. Ecco come pensano di agire:SALVARE LE FORESTE TROPICALI
Possiamo salvare le foreste, se lo vogliamo, ma dobbiamo fare in fretta. La Terra può far fronte all'attuale emergenza, ma le leggi della Natura sono severe e le sanzioni per chi le infrange catastrofiche.
In tutto il mondo la gente sa che se le foreste pluviali saranno distrutte, l'umanità perderà una ricchezza incommensurabile e andrà incontro a un degrado ambientale mai sperimentato prima.
E' chiaro che per salvare le foreste tropicali vi deve essere la volontà e la cooperazione di tanti e il superamento degli interessi che sono spesso di pochi. Quali sono, dunque, gli obiettivi raggiungibili e quali le nuove iniziative da prendere? Qui di seguito sono elencati alcuni possibili punti di intervento.
Porre le basi per un' economica ecosostenibile nei paesi del Terzo Mondo.
- Bisogna fare in modo che la pianificazione dell'utilizzo della foresta tropicale venga a trovarsi in una posizione prioritaria nell'ordine del giorno politico dei paesi tropicali e possa garantire lo sviluppo di un approccio di tipo pluri-settoriale che integri la silvicoltura con industria, agricoltura, fabbisogno energetico, immigrazione e altri programmi di sviluppo.
. Barattare i debiti internazionali con la protezione delle foreste
. Sfruttamento controllato delle foreste:
- taglio selettivo di alberi
- prelievo controllato di prodotti naturali
- ecoturismo
- Un modo importante per rendere la foresta una risorsa economicamente produttiva senza abbatterla, è proteggerla con parchi e riserve naturali e renderla accessibile ai visitatori. Questo tipo di ecoturismo è diventato la prima voce economica della Costa Rica e delle altre nazioni con risorse economiche simili. E più probabile che la gente preferisca visitare un Paese per vedere le scimmie nella foresta che non le mucche al pascolo. I visitatori spendono più denaro in alberghi, trasporti, escursioni, cibo e souvenir. Inoltre chi visita i tropici capisce meglio la bellezza naturale e l'importanza delle foreste e della loro conservazione, di conseguenza quando torna a casa diventa un possibile sostenitore della loro protezione.
. Creazione di nuove aree protette, zone cuscinetto e riserve biosferiche
- Riservare almeno il 15% del manto originario di foresta pluviale di ogni paese ad aree totalmente protette, così da garantire la continuità di tutti gli ecosistemi forestali. Nelle aree ad alta densità di popolazione con terreni ricchi e fertili, la percentuale potrebbe essere ridotta al cinque o al 10%, ma in altri Paesi con vaste superfici in grado di alimentare solo ecosistemi forestali, la percentuale minima potrebbe essere del 20% o più. Pianificare e gestire il sistema di aree protette in modo tale da preservare tutte le specie della foresta pluviale (vedi scheda Sistema Aree protette in Costa Rica).
- Conservare un ulteriore 30-60% delle maggiori foreste nazionali in aree boschive permanenti, protette legalmente e fisicamente. Ciò assicurerà una riserva di legname da costruzione per lo sviluppo nazionale e di prodotti della foresta per lo sviluppo locale, oltre a garantire il rifornimento idrico per i centri abitati e per l'agricoltura e a consentire agli abitanti della foresta la perpetuazione dello stile di vita tradizionale.
- Creare delle zone-cuscinetto attorno alle aree protette e utilizzare in queste piantagioni di alberi per produrre la maggior parte del legname da costruzione e del legno da macero per il fabbisogno locale e mondiale, fermando quindi il prelievo dalla foresta primaria.
Rigenerare la foresta
- Utilizzo della foresta tropicale come biblioteca di conoscenze scientifiche
Nelle foreste tropicali sono racchiusi tesori farmaceutici e altre conoscenze che potrebbero essere utilissime e che sono ancora on gran parte sconosciute. L'Instituto Nacional de Biodiversidad (INBio) della Costa Rica recentemente ha firmato dei contratti con case farmaceutiche (come la Merck, l'azienda farmaceutica più grande del mondo): i fondi ottenuti servono a sostenere l'impegno dell'INBio nella protezione della foresta pluviale tramite l'addestramento dei campesinos locali a raccogliere campioni di piante e insetti nella foresta e fame un inventario dettagliato. Vengono poi effettuati studi preliminari per identificare le specie che possono essere di interesse per la medicina per le sostanze che producono. Da esse sono isolate molecole attive che poi vengono sintetizzate in laboratorio senza effettuare nessun altro prelievo in natura. In questo modo la gente locale viene coinvolta e le compagnie farmaceutiche ricevono informazioni utili che possono portare a conquiste mediche di vitale importanza. Ma non finisce qui: parte del contratto prevede lo stanziamento di una percentuale dei potenziali profitti da destinare alla conservazione e alla tutela. Questo progetto innovativo si è dimostrato ampiamente vincente e si spera che abbia successo non solo nella Costa Rica ma anche in altri paesi tropicali (vedi scheda INBio).
Creare e sensibilizzare un' opinione pubblica che chieda la realizzazione di questi interventi.
Le due maggiori iniziative globali che abbiano trasferito nella realtà gli obiettivi sopra descritti sono il Piano d'Azione per la Silvicoltura Tropicale e l'Accordo Internazionale sul Legname Tropicale, entrambi in avanzata fase di realizzazione, ma dietro le quinte sono già pronti altri programmi che dovrebbero integrare e consolidare quelli già operativi. La Strategia Mondiale di Conservazione ambientale prevede anche lo sviluppo di strategie di supporto sulla popolazione, sull'energia, sui rifornimenti alimentari, sullo sviluppo economico e sui diritti umani. Tale approccio è stato successivamente ampliato, affrontando fenomeni quali l'aumento della temperatura terrestre, le piogge acide e la distruzione dello strato di ozono - che interessano tutti le foreste pluviali - in modo ambizioso ma al tempo stesso pratico. Durante il quarto Congresso Mondiale sull' Ambiente, che si è tenuto nel giugno 1992 a Rio de Janeiro 180 Paesi, tra cui L'Italia, si sono impegnati a perseguire numerosi obiettivi in campo ambientale, tra cui la diminuzione delle emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera e la protezione delle biodiversità. Purtroppo, gli interessi particolari (politici ed economici) di ciascun paese hanno finito col prevalere sui grandi problemi del pianeta e quindi, pur ribadendo in linea di principio l'importanza di stabilire strategie e misure che tutelino il comune patrimonio ambientale, l'impegno effettivo (in termini di contributi e stanziamenti) in favore della protezione della natura nei paesi in via di sviluppo è stato senza dubbio molto inferiore anche alle aspettative più realistiche. Gli stessi obiettivi sono stati ripresi successivamente attraverso documenti ufficiali anche dal Parlamento e del Governo Italiano e a Modena sono stati ribaditi il 5 giugno 1996 con una deliberazione del Consiglio Provinciale.
I risultati saranno comunque subordinati alla partecipazione di tutti i livelli della società governi e organizzazioni ambientali non possono infatti sperare di riuscire agendo unilateralmente, ma solo con l'aiuto e la collaborazione della gente, della gente comune, del mondo intero.Vuoi saperne di più? Clicca su http://www.gevmodena.it/mioweb/foresta.html.
REPETITA IUVANT!!! SAVE XIXUAU ! Petizione on line
Abbiamo bisogno del tuo aiuto per affrontare l'ultima minaccia che grava sulla Riserva Xixuau-Xiparina, nell'Amazzonia brasiliana.
L'area protetta, creata 14 anni fa dagli abitanti della zona, membri della Ong Associaçao Amazonia, è ricoperta di foresta primaria, incontaminata e ricca di biodiversità.
Oggi, il governo dello stato di Roraima è intenzionato ad attraversarla con una strada che porterà danni irreparabili all'intero ecosistema. Presentate come opere di sviluppo, le strade in Amazzonia nascondono interessi di sfruttamento di altra natura: da qui parte il disboscamento selvaggio e la distruzione penetra nelle aree vergini di foresta.
Solo la creazione della 'Riserva Estrattiva del Basso Rio Branco e Jauaperì da parte dell'IBAMA/CNPT e del Governo Federale potrà salvare questo paradiso naturale da distruzione certa. Il processo di riconoscimento della Riserva, a cui lavoriamo insieme alle comunità da oltre due anni, ha bisogno adesso di essere accelerato!
Per questo ti chiediamo di partecipare alla petizione sul nostro sito www.gevmodena.it E' sufficiente accedere alla pagina save xixuaucompilare i campi e premere il tasto INVIA nella form. UN MINUTO DEL TUO TEMPO PER SALVARE UNA FORESTA MILLENARIA! La tua e-mail sarà ricevuta da: MARINA SILVA Ministro dell'Ambiente (MMA-Brasile), CARLOS VICENTE Vice- Ministro dell'Ambiente (MMA-Brasile), CARLOS DANTAS IBAMA/CNPT RR, ARPAProgramma Areas Protegidas da Amazzonia, WWF Brasil, BANCO MUNDIAL, GTA Grupo de trabalho Amazzonico, FUNBIO Fundo Brasileiro para a Biodiversidade, GTZ Cooperazione allo sviluppo del governo tedesco, GEF Global Environment Facility, KFW Bankengruppe, OTTOMAR DE SOUSA PINTO Governatore dello stato di Roraima (Brasile) Se vuoi saperne di più guarda le immagini satellitari del fenomeno conosciuto come 'spina di pesce': le trans-amazzoniche sono un alibi per depredare le risorse naturali in aree altrimenti difficili da raggiungere!
www.gevmodena.it/mioweb/disboscamenti.html
GRAZIE!!
Corpo Guardie Ecologiche Volontarie della Provincia di Modena
Via J.Barozzi 318 - 41100 Modena
www.gevmodena.it
www.forestepersempre.org
Sul sito http://www.therainforestsite.com/index.html contribuisci a salvare la Foresta Tropicale Pluviale! Al centro della pagina vedrai un bottone: cliccaci su, e per la pubblicità che vedrai gli sponsor verseranno una piccola somma al programma mondiale "Adopt an Acre" per l'adozione di un pezzetto di Foresta Tropicale Pluviale. Ogni click vale circa 20 piedi quadrati, a seconda di quanti sponsor ci sono. Non puoi cliccare più di una volta al giorno (se lo fai tutti i tuoi click di quel giorno saranno annullati). Così, grazie a Internet, dal suo inizio nel Maggio del 2000 il programma "Adopt an Acre" ha già salvato 550,000 piedi quadrati di foreste: nel solo anno 2000 sono stati salvati 1096 ettari.
Clicca ora. Non ti costa nulla e occorrono solo pochi secondi.
L'associazione Amazzonia al Futuro si pone come obiettivo di dare il proprio contributo per la salvaguardia delle foreste tropicali.
Per raggiungere questo scopo si impegnano scrivendo un giornale bimestrale e sensibilizzando la popolazione. I soldi che vengono raccolti tramite i contributi dei membri e tramite donazioni vengono poi devoluti ad associazioni attive in Amazzonia.
Il materiale di questa pagina viene dai siti:
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Il popolo U'Wa
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaNe L'enigma di Gaia gli Invisibili e i WebTV BoyZ cercano di aiutare un popolo nella sua lotta in Amazzonia per la difesa del "sangue della terra". Quel popolo si chiama U'Wa ed esiste davvero."Ogni volta che si estingue una specie l’uomo si avvicina alla propria estinzione, ogni volta che si estingue un popolo indigeno, non si estingue solo una tribù, è un membro in più della comunità che è partito per sempre per un viaggio senza ritorno.
"L'estinzione di ogni specie è una grave ferita inflitta alla vita, si riduce la vita dell’uomo e inizia la sopravvivenza.
"Prima che l’avidità si impossessi di lui, che sia permesso all'uomo di vedere le meraviglie di un mondo e la grandezza di un universo che si estende al di là del diametro di una moneta.
(Pensiero indigeno U’wa)
"Tutti siamo figli de
lla terra."Colombia. Un paese afflitto dal potere della violenza.
Nel fuoco incrociato delle armi vive il popolo indigeno U'WA.
Una comunità, una cultura, una parte della nostra terra. Minacciati dall'avidità del mondo occidentale combattono per la loro sopravvivenza, per salvare il cuore del mondo.
Anche per i loro fratelli minori, per noi. Quotidianamente i popoli che abitano nelle foreste pluviali amazzoniche sono minacciati da multinazionali che vogliono sottrarre loro la terra per cercare petrolio, diamanti, per creare campi per l'allevamento del bestiame destinato ai fast-food.
E l'elenco potrebbe continuare. Sono popoli molto lontani da noi, ma se perderanno la loro battaglia per la foresta, allora l'intera umanità vedrà scomparire a poco a poco uno dei più grandi polmoni del pianeta.
Sono molte le etnie in questa situazione, ma ne L'enigma di Gaia ne incontriamo una in particolare: quella degli U'wa, un pacifico popolo nomade di lingua "chibcha", il cui nome significa "gente intelligente che sa parlare".
RAGIONI U’WA
Nei primi sei mesi del 2000 la Colombia ha esportato più di due milioni di dollari in petrolio, ma i giacimenti si stanno svuotando e, se non verranno aperti nuovi pozzi, a partire dal 2004 la Colombia diventerà un Paese importatore.Per correre ai ripari il Governo ha concesso alla Occidental Petroleum Corporation, una società petrolifera californiana, il permesso di esplorare anche una zona di alto valore ambientale, all’interno del territorio tradizionale abitato dai settemila indigeni U’wa, presso il confine con il Venezuela. La Costituzione colombiana adottata nel 1991 concede alle minoranze etniche come gli U'wa uno statuto di ampia autonomia nelle loro riserve, ma i confini riconosciuti dal Governo agli U'wa comprendono solo un decimo del territorio tradizionale.
Il pozzo sperimentale scavato dalla Occidental, denominato Gibraltar 1, si trova quindi nelle foreste abitate dagli U’wa, ma fuori dalla riserva stabilita dal Governo. Adesso che le foreste rischiano di scomparire gli U’wa chiedono che la riserva venga ampliata, quel tanto che basterebbe a impedire a chiunque di estrarre il petrolio dal sottosuolo.
Secondo le convinzioni religiose degli U'wa, infatti, il petrolio è il sangue stesso della Madre Terra ed estrarlo equivale a dissanguarla. I giacimenti rilevati dalla Occidental non potranno essere sfruttati prima di una nuova autorizzazione da parte del Governo.
Secondo il giudizio della multinazionale californiana la zona interessata dai rilevamenti non è stata compromessa nel suo equilibrio ecologico, ma i filmati realizzati recentemente da una delegazione dei Verdi guidata dal senatore Stefano Boco documentano il disboscamento di una zona dove sono state impiantate alcune costruzioni prefabbricate e diverse strumentazioni di rilevamento.
Per facilitare le comunicazioni è stata aperta anche una strada attraverso i terreni degli indigeni. È ovvio che la Occidental Petroleum intenda sfruttare i pozzi e a questo scopo abbia predisposto tutto il necessario, dalle vasche di decantazione del greggio alle strutture per il collegamento all’oleodotto più vicino.
Il Ministero dell’Ambiente ha poi dichiarato che le operazioni della Occidental non comportano un impatto ambientale eccessivo e non rappresentano una minaccia culturale per gli indigeni, rafforzando le aspettative dei petrolieri.
Ma il danno peggiore, sostengono gli U’wa, è quello che si fa nel sottosuolo, sotto la pelle della Terra. Il progetto della Occidental è – secondo gli U’wa – un grave delitto, un tentativo di genocidio culturale, contrario alle più sacre convinzioni degli indigeni. La battaglia degli U’wa in difesa del loro territorio sacro, il Kajka-Ika, si affida al potere delle parole.
Mentre la Colombia attraversa un periodo di violenza generalizzata e senza precedenti, mentre il confronto fra l’esercito e le armate rivoluzionarie si fa di anno in anno più pericoloso per tutta la popolazione, gli U’wa sollecitano l’attenzione internazionale con mezzi nonviolenti.“Non chiediamo ricchezza e denaro, chiediamo solo rispetto per la nostra cultura, il nostro pensiero e soprattutto di poter continuare a difendere la nostra madre terra”, si legge in una delle lettere giunte ai Verdi italiani, che hanno testimoniato la loro solidarietà agli U’wa con incontri periodici presso le loro città e i loro villaggi.
Diverse organizzazioni statunitensi si sono mosse in loro favore, dai Verdi alla Rainforest Action Network alla Amazonwatch. Nel marzo del 1999 negli Stati Uniti l’attenzione dei media nei confronti della lotta di questo popolo è stata amplificata in seguito all'uccisione, in Sudamerica, di tre volontari statunitensi pro-U’wa da parte dei terroristi. Anche se non violenti, gli U’wa raccontano di aver conosciuto la violenza delle autorità colombiane e delle organizzazioni paramilitari.
Ci hanno riferito che l’11 febbraio, durante una manifestazione pacifica, la polizia ha provocato la morte di due bambine; che il 24 giugno le forze armate sono entrate nel villaggio di Cubarà, nel territorio U’wa, spaventando gli abitanti con gas lacrimogeni, lanciati anche dentro le case, e che ventotto bambini sono rimasti feriti.
Nonostante ciò, gli U’wa hanno affermato che la loro lotta continuerà “finchè il Governo colombiano non deciderà di rispettare i diritti sociali, culturali, territoriali e ambientali di questo popolo millenario che si rifiuta di barattare la cultura della vita con la cultura della morte.” Nell'agosto 2001 ci è giunta la notizia, che la OXY non è riuscita a trovare il petrolio che intendeva estrarre dal pozzo Gibraltar I.
La lotta comunque continua, visto che nel sud del territorio U’WA l’impresa spagnola Repsol sta estraendo petrolio (n.d. Patrick Kofler).
CARTA DEL POPOLO U’WA
"Per noi, la Madre Terra è sacra e non può essere violata, sfruttata, venduta; deve invece essere accudita e conservata. Per questo non possiamo permettere estrazioni di petrolio nel nostro territorio."
Berito Kuwaruwa (detto Roberto Cobaria), uno dei leaders degli U'wa
Noi nasciamo figli d
ella terra, questa è una realtà che non può essere cambiata né dagli indigeni né dall’uomo bianco.Più di mille volte ed in mille forme diverse abbiamo detto che la terra è nostra madre, che non possiamo né vogliamo venderla, ma l’uomo bianco sembra non capire, insiste affinché vendiamo e maltrattiamo la nostra terra, come se l’indigeno fosse anche lui uomo di molte parole. Noi non domandiamo se è abitudine dell’uomo bianco vendere sua madre.
Non lo sappiamo. Però, noi U’WA sappiamo che il bianco usa la menzogna, sa ingannare, uccide le sue creature senza permettere ai loro occhi di vedere il sole né alle loro narici di odorare l’erba. Tutto questo è ripugnante ed abominevole anche per un “selvaggio”.
La legge del nostro popolo si differenzia da quella dei bianchi, perché la legge del “Riowa” (bianco) viene dagli uomini e sta scritta su un foglio di carta, mentre la legge del nostro popolo viene da Sira (Dio). Fu Sira (Dio) che la dettò e la scrisse nel cuore dei nostri sapienti Werjayas (sciamani).
Il rispetto verso i viventi ed i non viventi, ciò che si conosce e quello che non si conosce, fa parte della nostra legge: la nostra missione nel mondo è quella di raccontarla, cantarla e metterla in pratica per sostenere l’equilibrio dell’universo.
La nostra legge U’WA sostiene il mondo. La nostra legge è antica quanto la stessa terra, la nostra cultura si è organizzata seguendo il modello della creazione, per questo la nostra legge della terra e la terra stessa sono una cosa sola. “La nostra legge non morirà”,... Sappiamo che il Riowa (uomo bianco) dà un prezzo a tutti i viventi e perfino alla stessa pietra. Commercia con il suo proprio sangue e vuole che noi facciamo lo stesso nel nostro territorio sacro con la “Ruiria”, il sangue della terra, quello che loro chiamano petrolio…tutto questo è estraneo ai nostri costumi…tutto quello che è vivo tiene sangue: tutti gli alberi, tutti i vegetali, tutti gli animali, anche la terra.
Questo sangue della terra (Ruiria, il petrolio) è quello che dà forza a tut
ti, a piante, animali ed uomini. Ma noi domandiamo al Riowa (bianco) “come si può mettere prezzo alla madre e quale è questo prezzo?”.Lo domandiamo non per fare deduzioni, ma per cercare di comprendere: se l’orso è nostro fratello, a maggior ragione lo è l’uomo bianco.
Chiediamo questo perché crediamo che egli, uomo “civilizzato”, talvolta conosca modalità per stabilire un prezzo per sua madre e venderla senza cadere nella vergogna, quella stessa vergogna nella quale cadrebbe un primitivo, in ragione del fatto che la terra che calpestiamo non è solo terra, ma è la polvere dei nostri avi e per questo camminiamo scalzi, per stare in contatto con essi.
Il Riowa (bianco) non ha voluto capire che se ci separiamo da nostra madre, il tempo andrà via con essa (lo spirito dei nostri avi, il nostro presente, il nostro futuro). Tutto accadrà fino a quando terminerà il tempo che Sira (Dio) le ha affidato…adesso non avrebbe tempo, adesso non avrebbe vita, siamo sopravvissuti grazie a lui ed egli è sopravvissuto grazie al nostro rispetto.
La nostra separazione porterebbe un vuoto che inghiottirebbe tutto meno il deserto. Il futuro dell’uomo bianco si intorbiderebbe con ogni goccia di olio che egli stesso versa nella trasparenza dei nostri fiumi, il suo destino si fa più letale con ogni goccia di pesticida che deposita in essi.
I nostri fiumi comunicano con le nostre deità. Essi sono messaggeri ed i messaggi fluiscono in ambo le direzioni: se si sporcano o se muoiono sapremo cosa vogliono le deità che non ascolterebbero più le nostre invocazioni, e con le nostre lodi provocheremmo la loro ira.
I fiumi di tutta la terra adesso sono molto arrabbiati con i bianchi. I capi bianchi dicono alla loro gente che il nostro popolo indigeno è selvaggio, ci presentano come loro nemici e come nemici di un Riowa (bianco) maggiore che essi hanno chiamato progresso.
Prima che gli altri Riowa (bianchi) e tutti i popoli del mondo debbono inginocchiarsi ad esso noi domandiamo “Che cosa è più importante, la macchina o l’uomo che inventa la macchina?”. Tuttavia, quello che sappiamo è che tutto ciò che attenta alla madre agisce contro i figli, chi aggredisce la madre terra ci aggredisce tutti, quelli che vivono oggi e quelli che verranno in futuro.
Per l’indigeno la terra è madre, per il bianco è nemica; per noi le sue creature sono nostre sorelle, per loro sono solo mercanzia. Il Riowa (bianco) siede con la morte, lascia nei campi e nelle sue città tanti uomini tenuti come alberi abbattuti nella selva.
Noi non abbiamo mai commesso l’insolenza di violare le chiese ed i templi del Riowa (bianco) mentre egli è venuto a profanare le nostre terre, e dunque noi domandiamo “Chi è il selvaggio?”. L’uomo bianco ha dichiarato guerra a tutto, meno che alla sua povertà interiore, ha dichiarato guerra al tempo e perfino a se stesso, come ha detto un altro fratello indigeno di un popolo lontano: “l’uomo bianco cavalca sopra il progresso verso la sua distruzione”.
Non contento di dichiarare guerra alla vita, ha dichiarato guerra anche alla morte, non sa che la vita e la morte sono due estremità di uno stesso corpo, due estremi di uno stesso anello,…”l’esistenza”…non c’è morte senza la vita ma neanche c’è vita senza la morte, gli U’WA si prendono cura del mondo materiale e di quello spirituale da sempre, per questo comprendono questi concetti.Al Riowa (bianco), che ha inviato uccelli giganti sulla luna, gli diciamo che deve amare e curare la Terra, gli diciamo che non può andare per l’universo facendo ad ogni astro quello che è stato fatto ad ogni albero del bosco sulla terra. Ed ancora domandiamo ai suoi figli: “Chi fece il metallo con il quale è stata costruita ogni piuma che coprì il grande uccello? Chi fece il combustibile con il quale si alimenta? Chi fece lo stesso uomo che dirige e fabbrica l’uccello?…
Il Riowa (bianco) non deve ingannare ne mentire ai suoi figli, deve insegnare che anche per costruire un mondo artificiale l’uomo necessita della Madre Terra per questo bisogna amarla e curarla. Il Riowa (bianco) insisterà affinché noi vendiamo la terra e ci dirà “Che importa la vergogna ad un selvaggio che mantiene la sua faccia nascosta nello spessore della selva, le ombre delle montagne e il velo della nebbia?”…dunque, una volta ancora, cercheremo di fare capire, che se questo accadrà, non solo la vergogna paralizzerà gli U’WA ma accadrà anche che il giaguaro, la volpe, il mais, la coca, e tutti i nostri fratelli animali e le nostre sorelle piante, che da sempre hanno dato compagnia e alimento al nostro popolo, moriranno di “kueken awriar (tristezza) poiché, nella nostra grande famiglia, non si conosce quello che il Riowa (bianco) chiama tradimento.
Se ciò dovesse accadere, la Terra piangerebbe tanto che l'ultimo picco coperto di neve del Cocuy si scioglierebbe e scenderebbe e la deità, custode delle acque maligne, guiderebbe le lacrime della terra fino ad unirsi con Kuiya (il padrone e signore della terra) e dalla loro unione sorgerebbe dall’oscurità del mondo di sotto Yara, il terremoto che porta dolore. Yara, dunque, come un gigantesco serpente di fango prodotto dall’unione della deità custode delle acque maligne con il signore della terra, si calerebbe fra le montagne cercando le valli ed al suo passaggio inghiottirebbe sia indigeni che bianchi, sia ferro che alberi, sia case che accampamenti.
Quando questo succederà non ci sarà chi canti per mantenere l’equilibrio del mondo di su e di giù che è lo stesso equilibrio dell’universo… L’uomo prosegue cercando il Ruiria (petrolio) e, in ogni esplosione che percorre la selva, udiamo il mostruoso passo della morte che ci persegue attraverso le montagne.
QUESTO È IL NOSTRO TESTAMENTO
Al ritmo a cui va il mondo, verrà un giorno nel quale un uomo sostituirà le montagne del condor con le montagne di denaro, per questo, dunque, questo uomo non avrà chi comprerà nulla, e, se lo avesse, questo qualcuno comunque non avrebbe niente da vendergli. Quando arriverà questo giorno già sarà troppo tardi affinché l’uomo possa meditare sulla sua pazzia…Tutte le sue offerte economiche riferite a ciò che per noi è sacro, come la Terra ed il suo sangue, sono un insulto per le nostre orecchie ed una corruzione per le nostre credenze. Questo mondo non è stato creato dal Riowa (bianco) né da nessuno dei suoi governi e per questo egli lo deve rispettare.
L’universo è di Sira (Dio) e noi U’WA lo amministrano solamente. Noi siamo solo una corda del cerchio tessuto, ma il tessitore è Lui. Per questo motivo noi U’WA non possiamo cedere, maltrattare né vendere la Terra né il suo sangue e neanche le sue creature perché questo è contrario ai principi.
Però il bianco pensa di essere il padrone, sfrutta e schiavizza a suo modo e questo non è una cosa buona: rompe l’equilibrio, rompe Irokua. Se non possiamo vendere quello che non ci appartiene, non ci si può impadronire di quello che non si può comprare.
Da parte nostra non ci sarà nessun tradimento verso la nostra Madre Terra, né verso i suoi figli che sono nostri fratelli, né tradiremo la fierezza dei nostri avi perché il nostro territorio è sacro e tutte le cose in esso contenute sono sacre.Per noi è proibito uccidere con il coltello, il machete e le pallottole; le nostre armi sono il pensiero e la parola; il nostro potere è la saggezza. Anziché vedere i nostri principali elementi sacri profanati (la terra, il petrolio ed altri) preferiamo la nostra morte, il suicidio collettivo del popolo U’WA.
Se nella lotta per difendere i nostri principi dovremo fare un gesto estremo, sarà questo; se per difendere la vita dobbiamo dare la nostra lo faremo. Alcuni capi bianchi sono inorriditi davanti al loro popolo rispetto alla nostra decisione di suicidio collettivo come ultimo gesto per difendere nostra Madre Terra.
Ancora una volta ci presentano come selvaggi; però, essi cercano di confondere, cercano di screditare. A tutto il loro popolo noi diciamo: “L’uomo U’WA si suicida per la vita, il bianco si suicida per le monete. Chi è dunque il selvaggio?”. L’umiliazione del bianco verso l’indigeno non tiene limite, non solo non ci permette di vivere, ma ci dice anche come dobbiamo morire…non ci lasciano decidere sulla vita…ora decidiamo dunque sulla morte.
Nel corso di più di cinque secoli abbiamo ceduto davanti all’uomo bianco, davanti alla sua cupidigia ed alle sue infermità, come il ruscello cede in tempo d’estate, come il giorno cede alla notte,…il Riowa (bianco) ci ha condannato a vivere come estranei nella nostra terra, ci tiene rinchiusi nelle terre scoscese molto vicino le rocce sacre da dove il nostro cacicco (sciamano) Guicanito e la sua tribù saltò per salvare l’onore e la dignità del nostro popolo davanti alla feroce avanzata prima degli spagnoli.
Poi sono venuti i missionari, ora le multinazionali petrolifere. Prima, alla cupidigia ed all’ignoranza davano il nome di azioni evangelizzatrici o civilizzatrici, ora le chiamano progresso, questo fantasma che nessuno vede e che si è dedicato a terrorizzare l’umanità…
Prima l’oscuro cammino di saccheggi, genocidi ed ingiustizia contro il nostro popolo era perpetrato nel nome di Dio e di sua maestà, oggi è illuminato con il petrolio e fatto in nome del progresso e della maggiore delle maestà per la maggior parte dei non indigeni: il denaro.
Prima l’oro era giallo, ora è nero; però il colore del sangue che si paga per esso continua ad essere rosso, continua ad essere indigeno. Noi U’WA procediamo tutti per una stessa strada, siamo tutti (popolo ed autorità) una stessa famiglia.
Se è arrivato il momento che il nostro popolo parta da questa terra lo farà con dignità!…
L’unica cosa che ci unisce ai nostri fratelli bianchi è il fatto di provenire dallo stesso padre (Sira) e dalla stessa madre (Raira) e di essere allattati dallo stesso capezzolo (la terra), dividiamo lo stesso mondo fisico: il sole, la luna, il vento, le stelle, le montagne, i fiumi, …dividiamo lo stesso mondo fisico però il nostro sentimento è diverso. La terra è un fiore: l’uomo U’WA si avvicina ad essa per alimentarsi con la stessa cura del colibrì, mentre per l’uomo bianco è come il fiore che il maiale selvatico calpesta sul suo cammino. Il cammino del Riowa (bianco) è stato il denaro. Il denaro è il suo mezzo, è il suo fine, è il suo idioma. Il denaro ha fatto ammalare il cuore del nostro fratello bianco e la sua malattia lo ha portato a costruire fabbriche come armi, a spargere veleni come sangue. La sua malattia è arrivata alle acque, all’aria ed alle nostre selve.Una volta ancora l’uomo bianco viola le leggi di Sira (Dio), quelle della terra ed anche le sue proprie leggi, quello che non potrà evadere mai è la vergogna che i suoi figli potranno sentire verso i padri che danneggiarono il pianeta, rubarono la terra dell’indigeno e lo portarono alla sua estinzione. Alla fine della fredda, dolorosa e triste notte, per il pianeta e per gli indigeni, la stessa notte che sembrava tanto perenne come l’erba, quando inizierà a scorgersi il regno della morte contemporaneamente comincerà a fiorire nuovamente la vita…perché non ci sono estati eterne, né specie che possa imporsi sopra la vita stessa…
Se l’uomo agisce con cattive intenzioni, presto o tardi, finirà con il bere il veleno del suo proprio fiele, perché non si può tagliare un albero senza che muoiano le sue proprie foglie e nel passaggio della vita nessuno può lanciare pietre senza rompere la quiete e l’equilibrio dell’acqua.
Per questo, quando i nostri siti sacri saranno invasi dall’odore dell’uomo bianco, sarà vicina la fine non solo degli U’WA, ma anche del Riowa (bianco). Quando egli avrà sterminato l’ultima tribù del pianeta, prima di incominciare a contare i suoi genocidi, gli sarà più facile incominciare a contare i suoi ultimi giorni.
Quando questi tempi si avvicineranno, i ventri delle figlie non daranno alla luce alcun frutto ed in ognuna delle sue vite ancora una volta spezzate, lo spirito dei suoi figli non conoscerà serenità. Quando arriverà il tempo nel quale gli indigeni resteranno senza terra, anche gli alberi resteranno senza foglie; dunque, l’umanità si chiederà “perché?”…e solo pochi comprenderanno che tutti i principi hanno la loro fine e tutte le fini hanno i loro principi, perché nella vita non c’è niente di indipendente, niente che non sia legato alle leggi dell’esistenza.Il serpente arriverà a mordere la sua stessa coda per chiudere così il suo ciclo di distruzione e morte…Tutto questo perché tutto è intrecciato. Forse noi U’WA potremo seguire il nostro cammino, dunque, così come gli uccelli fanno i loro grandi viaggi senza nessuna provvista, così noi seguiteremo il nostro viaggio senza conservare il più piccolo rancore contro il Riowa (bianco) perché è nostro fratello.
Continueremo cantando per sostenere l’equilibrio della terra non solo per noi e per i nostri figli, ma anche per egli (il bianco) perché ne ha bisogno. Nel cuore degli U’WA c’è preoccupazione per i figli dell’uomo bianco, per questo se lo vogliono e lo permettono non arreste
remo l’aria che nasce nelle nostre montagne ma i nostri fiumi dovranno partire dalle nostre terre così limpidi come arrivarono.Così, la purezza dei fiumi parlerà agli uomini del mondo “di sotto” della purezza del nostro perdono. Ogni volta che si estingue una specie l’uomo si avvicina alla propria estinzione; ogni volta che si estingue un popolo indigeno non è solo una tribù che si estingue, è un membro in più della comunità che è partito per sempre in un viaggio senza ritorno.
Ogni specie estinta è una grave ferita per la vita, riduce la vita e lascia posto alla sopravvivenza…Forse, prima la cupidigia si impietosirà dell’uomo bianco, prima gli permetterà di vedere la meraviglia del mondo e la grandezza di un universo che si estende più in là del diametro della moneta.
Associazione delle autorità tradizionali U’WA (in italiano, da qui ho tratto gli articoli di queste pagine)
LINK:
http://www.uwa.it (in italiano, da qui ho tratto gli articoli di queste pagine)
http://amazonwatch.org/ (in inglese, il sito che monitorizza costantemente la situazione in Amazzonia)
Hackers, crackers, cyberattivisti
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaPer i cyberattivisti WebTV BoyZ, dei quali fa parte anche l'hacker Otaku, Internet è uno strumento di lotta per la libera informazione. Ma chi sono gli hacker? E i cracker? Internet è davvero libera o c'è chi la controlla?Nelle prossime righe cercherò di fare un po' d'ordine, anche perché spesso i media stessi equivocano attribuendo agli hacker azioni (come la diffusione dei virus) che sono assolutamente in antitesi con il loro codice di comportamento.
HACK
Originariamente: far mobili con l'accetta; un pezzo d'opera incredibilmente buono che produce esattamente ciò che serve; interagire con un computer senza uno scopo preciso se non divertirsi ed esplorare; esplorazione casuale (random) senza secondi fini di computer remoti senza provocare danni e senza farsi scoprire.
HACKER
Persona che fa hacking seguendo un'etica precisa, una sorta di codice cavalleresco: mai fare danni, mai rubare, mai farsi scoprire. Solo una sfida pratica di intelligenza. Nessun intento criminale. La cultura hacker è connaturata con gli studi informatici delle maggiori università americane (Harvard, Berkley, Stanford): in un campus di questi, quasi ogni studente è tendenzialmente hacker.
CRACKER
Eccolo il pirata-vandalo informatico. E' uno che avendo la conoscenza tecnica e gli strumenti degli hacker li usa per "rompere" le sicurezze di un sistema per furto o vandalismo. La parola è nata nell'85 dagli hacker per difendersi dall'uso improprio da parte dei giornalisti della parola "hacker". Di solito i cracker sono dei mediocri hacker e tendono a riunirsi in una sorta di società segrete che commettono reati. Comunità di questo genere sono fiorenti in Usa, Australia, Gran Bretagna, Germania e paesi nordici, ma il fenomeno è mondiale. Anche l'Italia è degnamente rappresentata.
CYBERATTIVISTA
Il personaggio di Nemo, per il quale mi sono ispirato al Capitano Nemo di Ventimila leghe sotto i mari, nel mio libro viene definito dai media un cyberattivista.
Che cos'è? Cominciamo dal termine attivista. Gli attivisti sono persone che combattono pacificamente, rischiando talvolta la vita, per ideali come il rispetto dei diritti umani, la salvaguardia dell'ambiente e degli animali.
Fra gli esempi più noti abbiamo gli attivisti di Greenpeace che, per esempio, cercano di fare scudo con i propri gommoni alle balene affinché i fiocinieri giapponesi non riescano a colpirle.
I cyberattivisti combattono dunque per gli stessi ideali, ma su Internet, pubblicando sui loro siti la documentazione sulle violazioni dei diritti umani ecc.; oppure inviando e-mail di protesta alle multinazionali o ai governi responsabili di queste azioni e così via.
Un universo olografico (dal sito di SuperEva)
Avete visto Matrix? Allora ricorderete la teoria innovativa e sconvolgente dell'universo come un grande software dove tutti noi ci troviamo, nostro malgrado, a vivere.
Bene, questa teoria, ribattezzata oggi da esperti col nome di "universo olografico" sta prendendo sempre più piede e oggi ha anche una spiegazione scientifica, seppure contestatissima.
A ragione si ritiene che siamo dinanzi a nuove scoperte che probabilmente cambieranno il nostro modo di vivere e di ragionare.
Su questo tema si sono cimentati anche brillanti scienziati ed esperti di informatica.
Ecco alcuni link dove potete trovare alcune stimolanti (e non scientificamente verificate) ipotesi:
http://www.disinformazione.it/universo_olografico.htm
http://www.xmx.it/universoillusione.htm
Link per chi desidera approfondire:
GLI HACKERS COME CONTROCULTURA TRA IDENTITA' E RAPPRESENTAZIONE di Federica Guerrini
Piccola enciclopedia multimediale sugli hacker
Sempre sul tema di Internet e controllo dell'informazione, vi segnalo anche il seguente blog:
IL BLOG DI BEBBE GRILLO - si tratta del frequentatissimo blog (per numero di contatti è il decimo al mondo) del comico genovese... che non è solo un comico. Infatti i suoi affondo mettono a nudo le contraddizioni del nostro modo di vivere, svelano i meccanismi di dominio dell'economia sulla qualità della vita, sulla salute e sull'ambiente, dimostrano come si possa controllare l'informazione per mortificare la democrazia: "Le dittature oggi si impongono con il controllo delle informazioni e della Rete. Le armi sono diventate inutili. Se i cittadini sapessero la verità, alcuni governi durerebbero cinque minuti!" Insomma, Beppe Grillo è una sorta di Capitano Nemo della Rete e ci aiuta a tenere gli occhi aperti. Merita almeno un'occhiata.
Il parkour
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaGregor dei WebTV BoyZ pratica il parkour. Già, ma cos'è?








Tra i WebTV BoyZ, coprotagonisti de L'enigma di Gaia, ce n'è uno, di nome Gregor, che pratica uno sport acrobatico tanto nuovo quanto strano: il parkour (o free running, come lo chiamano in America). In pratica si potrebbe definirlo una sorta di skateboard... senza skateboard! Quando ne sentii parlare per la prima volta rimasi folgorato, perché mi sembrava una sorta di rivincita degli abitanti di quelle specie di Blob di cemento e catrame che le nostre città stanno diventando, un'occasione dei residenti delle periferie per riaffermare la propria umanità e la propria inventiva in quartieri che semplicemente non considerano spazi verdi dove i ragazzi possano giocare. Il tutto grazie a uno sport che pare soprattutto una filosofia di vita, praticabile anche dai giovani meno abbienti perché non richiede attrezzature costose, ma solo un paio di scarpe da ginnastica.
Non so quanto siate riusciti a immaginarvelo leggendo il libro, ma grazie a Internet posso mostrarvi delle foto tratte dai siti più famosi dei traceur (tracciatori, come si fanno chiamare i praticanti di tale sport). In fondo a questa pagina potrete trovare i link a quei siti, ma nel frattempo vi incollo un paio di articoli reperiti su Internet.
Buona lettura e, nel caso voleste cimentarvi, attenti a non esagerare con le acrobazie: usate le opportune protezioni e, per favore, non mettetevi a saltare dai tetti. Quello lasciatelo fare agli stunt-men e ai loro trucchi cinematofrafici!
CODICE DEONTOLOGICO
Ogni membro della Free Fall Family:
1) si tiene sempre un po’ in forma atletica
2) studia i fondamenti del parkour
3) cerca sempre di saltare insieme agli altri membri della family
4) cerca di diffondere il parkour tramite il coinvolgimento di altri ragazzi
5) si assume la responsabilità delle proprie azioni
6) evita atteggiamenti che potrebbero comportare rischi per la comunità
7) rispetta gli spazi dove pratica il parkour
8) rispetta gli altri traceur
Cos’è il parkour?
Il parkour è l’arte del movimento in cui praticanti (detti anche ‘traceur’) usano le strutture della città ( muretti, scalinate, passamano…) per creare una nuova ed interessante modalità di spostamento nello spazio. Comprende correre, saltare, volteggiare e arrampicarsi per superare questi ostacoli cercando di fare tutto ciò nella maniera più fluida possibile. Per le persone che non hanno famigliarità con il parkour l’immagine che gli possiamo dare è un miscuglio tra Matrix, Spiderman e i film di arti marziali per quanto riguarda la tipologia di movimento, ma senza l’aiuto degli effetti speciali cinematografici. Superando queste immagini il parkour è una profonda disciplina dove all’inizio si provano singolarmente i movimenti da compiere e man mano, con il passare del tempo e il migliorare delle capacità, ci si ritrova automaticamente a collegare i movimenti tra loro raggiungendo così la meta di un’unica corsa fluida senza esitazioni.
Dove e quando è nato?
Il parkour è nato e si è sviluppato negli anni ’80 a Lisse, in Francia. Cominciò con un gruppo di ragazzini ‘agitati’ ma poi assunse un aspetto impegnato che fu adattato ad un percorso a ostacoli di tipo militare. Una volta cresciuti quei ragazzini continuarono a praticare e sviluppare la loro arte. Due dei più promettenti di quel gruppo erano Sebastien Foucan e David Belle, ma molti articoli di giornale, alcuni siti web e un gran numero di praticanti ignorano totalmente che l’arte fu formata e incrementata da un numero maggiore di persone. Tra quelle che aggiunsero la loro influenza citiamo Yahn Hnautra, David Malgogne, Frederic Hnautra e Kazuma. Un’altra influenza fu il padre di David Belle che aveva una formazione di tipo militare e incoraggiava il 'methode naturelle'.
Terminologia
Traceur – chiunque pratica il Parkour.
PK, Freerun, Freerunning - altri nomi usati per il Parkour.
Grunt or Newbie – termini usati per coloro che hanno appena iniziato…non sono da intendere come insulti.
Bail or Slam – sbaglio in una mossa, solitamente termina con una spettacolare caduta.
Clan or Crew – termine usato per designare un gruppo di traceur che praticano pk insieme.
Flow - Il ‘sacro graal’ del parkour. È un qualcosa che tutti i traceur tendono a ottenere e corrisponde ad un movimento totalmente fluido su ogni tipo di ostacolo. Quasi come l’acqua che scorre verso la foce e giunge ad un masso: invece di infrangersi contro di esso l’acqua semplicemente gli gira attorno e continua il suo viaggio.
Il parkour è pericoloso?
Il parkour può essere pericoloso nello stesso modo in cui ogni altro sport può esserlo. Uno sport è pericoloso quando si corrono rischi non necessari. Il parkour non dovrebbe mai essere praticato in un ambiente inadatto e un traceur non dovrebbe mai tentare un movimento importante in una situazione in cui non è sicuro di poterlo compiere con successo. I traceur non dovrebbero mai iniziare una corsa in un ambiente che non è stato sottoposto a una valutazione di controllo di tenuta, stabilità e resistenza. Non valutare l’area di atterraggio di un salto può essere un grosso rischio. I più grandi rischi del parkour sono quelli autoinflitti a causa di un insufficiente riscaldamento, defaticamento o adeguato allungamento. La seguente lista ti aiuterà a praticare il parkour nel modo più possibile sicuro.
- Accertati sempre della stabilità di ogni struttura che intendi usare per una corsa, particolarmente se intendi atterrarci sopra dopo un salto.
- Non allenarti in ambienti umidi dove le scivolate possono essere pericolose. Stai attento a superfici scivolose a causa di alghe, muschio, rugiada.
- Stai attento a vetri rotti, filo spinato, bordi affilati di metallo, etc.
- Non fare mai ipotesi: un grande salto può nascondersi dietro un piccolo ostacolo.
- Non provare una mossa impegnativa che non sei sicuro di poter portare a termine. Prima di provare i salti ad una qualsiasi altezza durante una corsa provali a terra.
- Riscaldati sempre in modo completo, incluso lo stretching, prima di allenarti. Stessa cosa finito l’allenamento.
Tecniche: www.urbanfreeflow.com
NASCE L'ASSOCIAZIONE ITALIANA PARKOUR.IT!
Il 05/04/2005 è nata ufficialmente l'Associazione culturale sportiva di promozione sociale denominata ASSOCIAZIONE ITALIANA PARKOUR.IT.
L'associazione è assolutamente NO PROFIT e senza scopi di lucro.
"Importante chiarire che il servizio gratuito PARKOUR.it resterà tale e che l'associazione sarà soltanto un servizio ulteriore che offriamo alla comunità italiana di praticanti.
L'oggetto di tale associazione ha come scopo la promozione della cultura e della pratica del parkour in Italia, organizzando eventi e mettendo a disposizione strutture attrezzate e funzionali per lo svolgimento della pratica stessa.
"Siamo a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento o delucidazione: info@parkour.it."
E adesso una serie di articoli apparsi sui giornali.
DA LA REPUBBLICA (12/6/2005)
Tra le case come in montagna gli "scalatori" del Parkour.
di MARCELLA MIRIELLO
Alessandro Bertelle, 15 anni, lo ha scoperto osservando la pubblicità di una marca di scarpe che sponsorizza gli Urban Free Flow, il blasonato gruppo inglese di parkour, ma non si sognerebbe mai di saltare dai tetti. «Bisogna iniziare con i fondamentali - spiega - cioè saltare giù dai gradini e dalle rin ghiere, arrampicarsi sui muretti, saltare in corsa e compiere qualche volteggio. Ma non bisogna strafare, altrimenti si rischia di farsi male». Alessandro si allena quasi tutte le sere sulle rive del Po, all'altezza dei Murazzi, o al Valentino. Ogni tanto salta e si arrampica anche all'uscita da scuola, mentre torna a casa. Non usa ginocchiere né parastinchi perché, dice, gli impedirebbero i movimenti, mentre nel Parkour la massima fluidità è un must. Così come qualche inevitabile livido che va sfoggiato con fierezza. E l'abbigliamento? «Bastano una tuta, scarpe comode e guanti». Il parkour, dal francese parcours (percorso), «è l'arte di sapersi spostare da un punto all'altro della città superando in modo creativo, fluido e atletico le barriere naturali o artificiali che si incontrano durante il tragitto», spiega Alessandro Grella, 28 anni, laureando in architettura.
Lui si definisce più un teorico che non un praticante. Si è appassiona to al fenomeno soprattutto per studiarne la valenza sociale, ma salti e volteggi li fa anche lui: «Il parkour - racconta - mi ha fatto capire che il manufatto architettonico visto con altri occhi può trasformarsi in uno scivolo, in un piacevole ostacolo, in una parete da scalare o in un albero su cui arrampicarsi. Per non parlare di aspetti come la riappropriazione dello spazio metropolitano».
Certo, Torino non è proprio la banlieue parigina né la periferia londinese, dove i giovani si organizzano in gruppi numerosi con specifici codici di comportamento e modelli di vita alternativa. Per ora sotto la Mole i traceurs (tracciatori), così si definiscono i praticanti di questo sport, si allenano da soli. Ma il fenomeno è destinato a crescere. Qualche settimana fa è nata l'Associazione italiana Parkour che sta organizzando il primo raduno nazionale. Ed è proprio grazie a Internet che i giovani torinesi si stanno avvicinando a questa nuova tendenza. Marco Legnaioli, 25 anni e una laurea in scienze politiche, cercava qualcuno con cui condividere questa passione: «Se ti alleni da solo la gente ti prende per matto. Ma ora, grazie al forum di parkour.it, ci stiamo organizzando. Anche Torino avrà il suo gruppo di traceurs!»
DAL VENERDI' DI REPUBBLICA
Salti, rimbalzi e acrobazie. Uno sport metropolitano che dalla Francia si prepara a conquistare gli Usa.
Teenager pazzi per il parkour l'arte di fare Tarzan senza la liana! di ANNA BAHNEY
NEW YORK - Sei appartenenti a due irrequieti clan, gli Street Ninja e i Gravity Pac, si aggiravano domenica scorsa attorno al Grand Central Terminal. Ogni gruppo ha osservato l'altro, studiandone i numeri e la bravura complessiva. Soddisfatti, i Ninja e i Pac hanno iniziato a darsi pacche, battere le mani e buttar giù parole in slang francese. "Non ho fatto nessun parkour ieri sera, perché sapevo che oggi non avrei fatto altro", afferma Ben Gartman, 15 anni, appartenente ai Pac, mentre oscilla avanti e indietro sulla punta e sul tallone dei piedi. Il parkour si è sviluppato circa 16 anni fa nelle periferie di Parigi, dove i ragazzini hanno iniziato a girare per le strade come se avessero uno skateboard sotto i piedi, ma in realtà senza di esso. Il nome parkour è l'adattamento inglese del francese "percorso". Da Parigi questa nuova moda si è estesa all'Inghilterra, dilagando poi in regioni anche molto lontane. I ragazzi che praticano il parkour sfoggiano il nome di traceur (che evoca i proiettili traccianti) e sfrecciano nelle città usando i vari ostacoli che incontrano - muri, cordoli, scale - come trampolini di lancio e catapulte. Solo di rado indossano delle protezioni. Occorrono mesi di pratica prima di poter atterrare con maestria dopo un salto da una rampa: servono movimenti ginnici percisi, ai quali molti aggiungono conoscenze derivate da arti marziali. Il nuovo sport è entrato nelle case degli americani un paio d'anni fa, con le pubblicità di note scarpe da ginnastica in cui alcuni traceur francesi si muovevano come in un balletto nel panorama urbano. E si è poi diffuso tramite Internet, visto che i traceur mettono in rete video e fotografie delle loro imprese, nonché la classifica dei migliori posti in cui si può agevolmente fare un parkour. Punto di riferimento del parkour sono gli Urban Freeflow, un gruppo inglese che ha un sito web molto visitato. E' stato proprio su questo sito, urbanfreeflow.com, che i Pac e i Ninja si sono conosciuti, sperando di dare il via ad un analogo movimento americano. Lo scorso weekend si sono ritrovati a New York per individuare la località adatta per la convocazione del primo raduno dei parkour degli Stati Uniti, che si terrà sabato prossimo, e al quale parteciperanno una quarantina di giovani.

Saltando le scale della stazione di Wall Street, dove gli altri sono già in attesa, Ben prosegue correndo su e giù da una rampa per pedoni e facendo un volteggio sopra ad una barriera di metallo. Gli altri lo acclamano, poi tutti si dirigono verso Battery Park. "Ci sono così tante possibilità da queste parti", commenta Jerry Liau, 15 anni, un Ninja. Dirigendosi a nord verso la banchina, i teenager si soffermano davanti a un padiglione di mattoni rossi, sulle cui scale spicca un'insegna "Scale proibite agli skateboard e ai roller blade", e una terrazza panoramica alta una dozzina di metri con vista sulla Statua della Libertà.
Scivolando sui corrimano di metallo delle scale, Ben affronta il cordolo del marciapiede con un salto e si arrampica in alto lungo un muro. Il parkour è una tentazione irresistibile per gli adolescenti delle periferie: è uno sport per il quale non si deve spendere nulla e soltanto occasionalmente si ha una bella ramanzina dalle autorità. Proprio quando una passante si ferma a chiedere che cosa stiano mai facendo quei ragazzi, arriva il sorvegliante del parco: "Non ha importanza come si chiama quello che state facendo. Qui non potete fare nulla del genere". Senza ribattere né scusarsi, il gruppetto afferra i giubbotti e si sposta, affatto scoraggiato, saltando a piè pari dei blocchi di cemento alto circa un metro. Proseguendo da un lampione ad una panchina di Lower Manhattan (sentendosi ripetutamente chiedere di andarsene altrove), i nove traceur continuano a chiedersi come si comporterebbero su questo terreno i veri assi di questo sport. "Vorrei essere come Seb", dicono alludendo a Sebastien Foucan che insieme a David Belle è uno dei miti del parkour. Quando Foucan e Belle, amici d'infanzia di Lisses, in Francia, misero a punto questo sport, erano dei giovani annoiati, appassionati di arti marziali. "All'inizio fu soltanto un gioco da ragazzi", ricorda Foucan, oggi trentenne.
Nel frattempo alcuni dei loro emuli inglesi stanno attivamente lavorando per espandere la loro "disciplina" nel mondo. I fondatori di Urban Freeflow sono 13 traceur ventenni, che hanno creato quello che probabilmente è il più ampio sito web sul parkour, con aggiornamenti costanti sulle attività degli appassionati e indicazioni sulla sicurezza rivolte ai principianti. I contatti arrivano ad una media di 12mila utenti al giorno. Paul Corkery, 29 anni, uno degli animatori del sito, è sicuro che decine di migliaia di giovani ne saranno presto conquistati: "E' lo sport primario più economico che si possa fare. Non si spende nulla nell'attrezzatura, ad eccezione di un paio di scarpe da ginnastica come si deve. Quanto al resto, basta avere un po' di apertura mentale e via". (copyright la Repubblica - New York Times traduzione di Anna Bissanti)
IL CASO
GIAMPIERO MARTINOTTI
PARIGI - Basta andare alla stazione del metrò di Montparnasse per vederli: gli adepti del parkour hanno trovato nel tapis roulant più veloce del mondo (9 chilometri all'ora) uno dei loro terreni prediletti, dove possono esercitare la loro abilità affrontando, naturalmente in senso inverso, il lungo nastro meccanico. Suscitando l'apprensione dei responsabili dell'impianto e lo sguardo, un po' ammirato e un po' apprensivo, dei passanti.
Il parkour è un'invenzione francese adottata Oltreatlantico, un caso più unico che raro, visto che le mode, di solito, viaggiano da Ovest a Est e non viceversa. Lo ha creato David Belle, figlio e nipote di pompieri, lui stesso vigile del fuoco e poi fante di marina in Bretagna, che ha trovato nel parkour un modo per realizzarsi: "Non voglio essere fermato da un ostacolo, qualunque sia. Una difficoltà nelle foresta, in città o nella vita dev'essere superata". Le sue idee, ispirate da un teorico francese del primo Novecento, lo hanno spinto a creare un genere di sport particolare, nel quale bisogna sfruttare tutto per spostarsi attraverso l'ambiente urbano: correre, saltare, rotolarsi, scalare, sospendersi, tenersi in equilibrio, aggrapparsi. "Superarsi, sempre - dice Belle - sviluppare la propria agilità, lo scatto, la velocità, la fiducia in se stesso".

Difficile spiegare come mai il parkour abbia attratto tanti giovani. Secondo Belle, si tratta di un'arte sportiva particolare: "Abbiamo fatto una ricerca sulle tecniche, tentato di dare un senso all'azione. L'ho praticato per quattordici anni. E lo si pratica perché si ha voglia di muoversi, di esistere, di dimostrare che esistiamo. Gli sport sono un po' isolati, chiusi. Noi vogliamo star fuori, in mezzo alla gente, lo facciamo per questo. L'obiettivo del parkour è di farlo riconoscere agli occhi degli altri, che capiscano finalmente perché ci muoviamo". Filosofia un po' confusa, ma i partigiani del parkour lo associano alle arti marziali, sottolineano la loro volontà di superare le avversità, di utilizzare capacità fisiche finora non sfruttate. Ma tutto ciò deve avvenire con discernimento: se la prima regola è quella di non essere bloccati da un ostacolo, la seconda chiede di riconoscere "i limiti personali". Una prudenza che non dispiacerà ai genitori, che guardano con inquietudine a certe esperienze adolescenziali.
I samurai di periferia
Il loro palcoscenico principale sono le banlieue, le periferie parigine, dove si fondono modernità architettonica e accessoriato verde pubblico; la loro filosofia, un misto tra principi orientali, arti marziali e tanta voglia di evadere; la loro tecnica, il frutto di una innata abilità e di un'eccellente preparazione che assicura equilibrio interiore, ottimi riflessi e sangue freddo. Sono i "traceur", giovani acrobati dei sobborghi metropolitani, dove è nato e continua a espandersi il Parkour. La stravagante disciplina, rigorosamente outdoor e attualmente molto in voga, si appresta a diventare un autentico style de vie anche fuori dai confini francesi. Si pratica camminando, correndo, saltando, roteando in aria, piroettando. Attraverso edifici, scalinate, ponti, muri, grondaie, panchine, semafori e cestini dei rifiuti. E ad esibirla è un esercito formato da giovanissimi atleti che si raccolgono in bande dai nomi giapponesi. Non si sfidano, ma insieme si ingegnano a tracciare nuovi percorsi tra strutture residenziali, centri commerciali, cantieri e giardini pubblici.
A ideare il Parkour è stato il francese David Belle, circa quindici anni fa. Figlio di un pompiere e lui stesso vigile del fuoco, Belle era alla ricerca di un'attività fisica in grado di superare ogni ostacolo si presentasse sulla propria strada. Ovvero, di uno sport fuori dagli schemi tradizionali, che potesse condurre a un equilibrio interiore e al tempo stesso in grado di offrire nuovi stimoli per affrontare ogni sorta di difficoltà.
Da questa ricerca - in parte introspettiva e morale, in parte puramente tecnica - è nata "l'art du dèplacement" (l'arte dello spostamento) e "la science du franchissiment" (la scienza del superamento): il Parkour. Quando iniziò saltando i primi tetti o scivolando sulle prime grondaie, certo David Bell non si immaginava neppure che un giorno il regista Luc Besson lo avrebbe chiamato a recitare un ruolo nel suo film "Yamakasi: I samurai dei tempi moderni", la pellicola che è la consacrazione del movimento Parkour.
Sebbene i "traceur" non vogliano che il loro sport sia etichettato come estremo, la disciplina Parkour richiede ovviamente un'ottima preparazione atletica - diciamo, quando basta per attraversare con una capriola la distanza tra due tetti - unita ad un rigoroso autocontrollo. Nel Parkour non esistono movimenti standardizzati ma tutto è lasciato alla fantasia e alla libertà personali. Ci sono quindi mille modi per superare un ostacolo, e risiede nell'abilità di ogni atleta scoprire e mettere in pratica la propria tecnica. Sempre nell'osservanza delle strutture esistenti e nel rispetto della sfera altrui, nonché consapevoli dei propri limiti. "La passion fait vivre, la sagesse fait durer", dopotutto, assomiglia tanto a una verità ineluttabile.
Da Parigi e dalla Francia il Parkour si è diffuso a macchia d'olio anche in Inghilterra e negli Stati Uniti, catturando nuovi adepti che - maglietta e scarpe da ginnastica - hanno iniziato ad esplorare alla loro maniera i sobborghi di Londra e New York. Tra gli sguardi increduli degli abitanti e l'attenzione sempre maggiore riservata loro dalle aziende che operano nel campo dell'abbigliamento sportivo. Se un giorno ci sveglieremo e sotto casa nostra ci sarà un ventenne che salta una panchina a mo' di staccionata, non vale la pena di spaventarsi: significa solo che il Parkour è sbarcato anche da noi...
Volo a mani nude
Su e i giù dai tetti grazie all'arte dello spostamento.
Si chiamano David, Karim e Sébastien. Sono i "traceur", i nuovi sacerdoti del Parkour. Una disciplina a metà strada tra le arti marziali, le filosofie orientali e gli sport estremi. I suoi adepti, si arrampicano sui tetti, saltano, piroettano e si lanciano in un percorso a ostacoli fatto di muri, parapetti, tetti, grondaie, ponti e cemento. In Francia fa furore e la passione per questa disciplina sta facendo proseliti un po' dappertutto. Anche in rete.
Sono giovani e nessun impedimento architettonico li ferma. Il loro motto è spostarsi nello spazio e nel tempo utilizzando gli elementi dell'habitat urbano delle periferie. Il tutto a mani nude, senza nessun aiuto se non quello dell'agilità e del coraggio. Il padre riconosciuto di questo sport è il francese David Belle, 28 anni. Una quindicina d'anni fa l'ha sviluppato e con gli amici di quartiere l'ha battezzato Parkour, dal francese "parcours": percorso.
L'arte dello spostamento, come spesso è descritta, non è uno sport esclusivamente fisico. Richiede autocontrollo, la consapevolezza delle proprie paure, riflessi e sangue freddo. Il lato mentale si esercita parallelamente all'allenamento del corpo. Insomma il Parkour è un ascesa verso livelli sempre più alti di padronanza del corpo. Soprattutto se gli ostacoli non sono necessariamente quelli che si vedono. Un'attività così spettacolare non poteva non fare gola ai media e al cinema, sempre all'erta nel fiutare l'affare. Non a caso il regista francese Luc Besson ne ha prodotto un film intitolato "Yamakasi, i samurai dei tempi moderni" che ha scosso il pubblico francese non tanto per le raffinate novità formali quanto per le scene mozzafiato di Parkour.
I "moderni samurai" nel frattempo si sono moltiplicati in Francia e nei Paesi limitrofi. Sempre più numerosi sono coloro che si dedicano o vorrebbero dedicarsi all'arte del balzo e dell'acrobazia. Il prossimo salto? Organizzarsi in federazione. Un obiettivo a portata di mano perché loro, di salti, se ne intendono.
Interviste ai due fondatori del parkour/free running: Sébastien Foucan e David Belle!Sébastien Foucan: http://maurogarofalo.nova100.ilsole24ore.com/2008/09/free-running-li.html
Intervista video a David Belle: http://vodpod.com/watch/1801046-intervista-a-david-belle-sub-ita
In questo video Foucan intervista Belle! http://www.milanmonkeys.com/2010/12/17/la-parola-ai-fondatori-mai-stato-cosi-azzeccato/
Cinema

Sono già stati realizzati diversi film che prendono spunto dal parkour. Tra i primi, Yamakasi e Banlieue 13, ma l'esempio più autorevole è Casino Royale, la penultima pellicola dedicata all'agente segreto 007, dove, in quella che è forse la scena più memorabile, James Bond rincorre Sébastien Foucan in persona in un cantiere di lavoro in Africa (vedi foto sotto). Da non perdere!

LINKE' nei siti italiani ed esteri che si conoscono i luoghi dove allenarsi: basta registrarsi nelle chat e nei forum. In Rete ci sono le regole di base per imparare, i passi e i salti fondamentali, le precauzioni da adottare.
Ogni sito è corredato da link delle community di tutto il mondo.
Ecco gli indirizzi principali:
www.parkour.it (Roma)
www.apki.it (APKI, la prima Associazione Italiana dedicata al Parkour)
www.g1aco.135.it (sito personale di un traceur)
Brasile
Finlandia
Francia
I siti dei due creatori:
David Belle: www.davidbelle.com
Sebastien Foucan: http://www.foucan.com/
Inghilterra
Spagna
Ucraina
Nemo
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaIl personaggio del cyberattivista Nemo è ispirato a un altro personaggio della letteratura (e, come vedete a fianco, del cinema) molto famoso: il mitico Capitano Nemo, protagonista dei romanzi di Jules Verne 20.000 leghe sotto i mari e de L'isola misteriosa.Un giorno, rileggendo questi romanzi, non potei fare a meno di pensare come il personaggio del capitano Nemo fosse ancora straordinariamente attuale. Immaginai che, se Jules Verne lo avesse creato oggi, forse non lo avrebbe fatto navigare con il Nautilus in oceani reali, bensì in quelli virtuali di Internet. Sarebbe stato insomma un cyberattivista, e forse non avrebbe affondato navi da guerra, ma cercato di prevenire i conflitti, attaccando le multinazionali e gli interessi economici che, sempre più spesso, sembrano nascondervisi dietro. Ecco fatto: il mio Nemo era nato!


I libri di Verne sono tuttora pubblicati da diversi editori. Riporto a seguire trama e una delle copertine che ho reperito su Internet. 20.000 leghe sotto i mari, pubblicato da Jules Verne nel 1870, è il primo romanzo di una trilogia comprendente anche I figli del capitano Grant e L’isola misteriosa. La sua straordinaria storia ha inzio sull’Abraham Lincoln, una fregata americana che ha il compito di dare la caccia ad un misterioso mostro marino. Alla spedizione partecipa tra gli altri il professor Aronnax, un naturalista francese che è accompagnato dal servo Conseil e dal fiociniere Ned Land. Nel corso della navigazione, accade a questi tre personaggi di essere travolti da un’enorme ondata e, una volta in mare, quando sembrano ormai spacciati, di essere tratti in salvo dal cosiddetto «mostro», che è in realtà il formidabile sottomarino Nautilus, comandato dal misterioso e affascinante capitano Nemo che di quel prodigioso «mostro» tecnologico è anche l’inventore. Una volta a bordo, i tre fortunati vengono coinvolti da Nemo stesso in un’esplorazione grandiosa, sebbene punteggiata di minacciose insidie e di pericoli sempre in agguato, delle meraviglie sottomarine. Essi si trovano così a scoprire un nuovo mondo in cui gli accade di vivere esperienze veramente incredibili e sconvolgenti come assistere al mirabolante spettacolo di Atlantide sommersa, andare a caccia nelle foreste abissali, lottare contro piovre gigantesche. Ma, purtroppo, debbono anche assistere, con loro profondo sgomento, all’affondamento di una nave con l’intero equipaggio. Scoprono allora che Nemo non è soltanto un geniale e magnetico esploratore, forse un pò misantropo, ma, soprattutto, un principe indiano spodestato dagli inglesi, che, animato da cupi desideri di rivalsa, dà sfogo alla sua collera cacciando senza tregua le navi britaniche su tutti i mari. Alla fine del libro, comunque, i tre riescono a fuggire dal Nautilus e a raggiungere la terra, dopo essere stati risucchiati dall’immane gorgo del maelstrôm. Fitta di colpi di scena, rivelazioni improvvise, emozionanti scoperte, e pur calata dalla prima all’ultima pagina in una dimensione di magata sospensione, quest’opera suggestiva, oltre a regalare al lettore alcuni splendidi cammei costituiti da una sfilza di personaggi memorabili (primo fra tutti, Nemo), ha lo strano potere (che è di solito riservato solo ai grandissimi libri) di spalancargli la mente su un continente ad un tempo terribile e affascinante, materno e crudele; un altrove ad alta concentrazione simbolica che potrebbe proprio essere una mirabile, coloratissima raffigurazione dell’inconscio umano.Il mio primo incontro con Nemo avvenne con il film L'isola misteriosa che mi riempì gli occhi e la fantasia di immagini incredibili. Vi incollo sotto la copertina dell'edizione in dvd, con relativa trama.

Stati Uniti d'America, durante la guerra dei Secessione a fine dell'800: alcuni soldati nordisti prigionieri riescono a evadere. Al termine della loro fuga finiscono su di un'isola non segnata sulle mappe, dove devono affrontare animali inquietanti e di dimensioni enormi. Riescono a trarre in salvo alcune donne superstiti di un naufragio, ma, proprio quando ormai si sentono al sicuro, vengono attaccati da una nave pirata. Fortunatamente il sommergibile del Capitano Nemo riuscirà a evitare il peggio e a trarli in salvo. Ma la loro avventura è solo all'inizio...
Ultimamente in Capitano Nemo è tornato a occupare il posto che merita nell'immaginario dei ragazzi grazie a un film non del tutto riuscito, ma spettacolare: La leggenda degli Uomini Straordinari.
Nel film (tratto dal fumetto di Alan Moore La Lega degli Straordinari Gentlemen, che, a differenza della pellicola, non è adatto ai giovanissimi) si immagina che alcuni più grandi eroi del romanzo di avventura di fine Ottocento si riuniscano in una sola supersquadra, tipo gli X-Men o i Fantastici Quattro. I super-protagonisti sono:
Allan Quatermain - Il cacciatore
Capitano Nemo - Il guerriero
Mina Harker - La vampira
Rodney Skinner - L'uomo invisibile
Dorian Gray - L'immortale
Tom Sawyer - La spia
Dr Jekyll - La bestiaEcco come viene presentato il personaggio del Capitano Nemo nel film La leggenda degli Uomini Straordinari:
Ha percorso il mondo in lungo e in largo, sia sopra che sotto i mari. La sua carriera come avventuriero è iniziata da giovane, quando ha lasciato la sicurezza del cantiere paterno per solcare il grande mare del mistero. Nella sua carriera, Nemo ha visto meraviglie che nessun altro essere umano ha mai conosciuto, combattuto creature fino ad allora ritenute inesistenti, viaggiando in modi ritenuti impossibili. Nemo ha costruito da zero la più grande invenzione mai vista, il Nautilus, la Spada dell’Oceano: uno straordinario veicolo subacqueo, veloce, elegante e letale. Da sempre nemico di ogni forma di oppressione, ha ingaggiato una guerra personale contro la Guerra stessa. Per questo scopo, ha messo insieme non solo uno stupefacente arsenale di armi e invenzioni, ma anche un piccolo esercito che funge da suo corpo di sicurezza e da equipaggio del Nautilus. Nemo è il cuore tecnologico del team.Case sugli alberi
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaVolete vedere la casa di Roxanne? Volete conoscere Julia "Butterfly" Hill, la ragazza che mi ha ispirato questo personaggio?Ebbene sì: uno dei miei più grandi desideri è sempre stato quello di abitare in una casa sull'albero... O almeno avere un rifugio dove andare ad appollaiarmi a scrivere o semplicemente a contemplare la natura intorno.

Visto il successo che le capanne sugli alberi riscuotono nei fumetti e nei libri, credo di non essere l'unico a fantasticare con questo sogno... Ho detto sogno apposta, perché purtroppo in Italia è raro trovare alberi abbastanza grandi da poterci ospitare senza sforzo. Negli Stati Uniti d'America, invece, si trovano vari ambienti ideali (per esempio in California, evidenziata in rosso nella figura a fianco) ed è proprio in uno di questi ambienti che il personaggio di Roxanne ha creato Serendipitree, la sua riserva naturale.
Occasionalmente mi capita di saltabeccare sui siti Internet alla ricerca di belle immagini e fantasticare un po'. Proprio in una di queste occasioni mi sono imbattuto nella capanna che mi ha ispirato per l'abitazione di Roxanne. Eccola qua sotto!
Non vi sembra di vedere Crystal, Pumpkin e Adam affacciarsi dalla balconata? E Douglas sbirciare, al sicuro dalle vertigini, attraverso i vetri della finestra?
Se invece volete vedere la passerella che porta alla capanna/sgabuzzino, eccola qua sotto.
La figura di Roxanne è ispirata a Julia "Butterfly" Hill, famosa in tutto il mondo per aver salvato un albero, più precisamente una sequoia di una foresta nel Nord della California. A seguire ho incollato un paio di interviste che ne testimoniano la straordinaria esperienza, che chiariranno perché salvare quell'albero fosse così importante. Chi desiderasse saperne di più, può acquistare il libro "La ragazza sull’albero. L’incredibile avventura di una giovane donna e la sua battaglia per salvare la foresta" di Julia Butterfly Hill, edizioni Tea, 2002; oppure edizioni Corbaccio, 2000. Se in libreria risultasse fuori catalogo, consiglio di cercare su E-bay.
I INTERVISTA A JULIA "BUTTERFLY" HILL (a cura di Filippo Golia)
Nel dicembre 1997, a 23 anni, Julia "Butterfly" Hill si è arrampicata in cima a una sequoia, battezzata Luna, per protestare contro l'abbattimento di una foresta di alberi millenari nel nord della California da parte della Pacific Lumber, una società nel settore della raccolta del legname. Ne è discesa solo 2 anni dopo, avendo raggiunto con la Pacific Lumber un accordo di grande valenza simbolica, per la conservazione di Luna e degli alberi circostanti. Durante tutto questo periodo ha vissuto su una piccola e traballante piattaforma a circa sessanta metri di altezza, in balia delle tempeste, degli elicotteri della Pacific Lumber e dei suoi agenti di sicurezza che impedivano il passaggio dei rifornimenti. Questo libro è la storia della sua avventura.
Julia Butterfly Hill è famosa in tutto il mondo per aver salvato un albero. Più precisamente una sequoia di una foresta nel Nord della California e l'area circostante. L'albero, molto antico, stava per essere abbattuto dalle seghe elettriche della compagnia Pacific Lumber: Julia è salita sulla pianta nel 1997 e ne è discesa due anni dopo.
A Roma per l'iniziativa "pannello ecologico", in favore del riciclaggio del legno, le abbiamo fatto alcune domande sulla sua esperienza e su cosa significhi viaggiare rispettando l'ambiente.Lei ha speso due anni nel silenzio delle fronde di un albero. Che effetto le fa adesso il “casino” della fama e di una militanza seguita in tutto il mondo?
“Normalmente sono un persona molto riservata e quindi essere una celebrità per me è difficile. Ma vedo in questa fama anche una grande possibilità di indicare alle persone cosa sia davvero importante nella vita. E la celebrità non è importante. È solo uno strumento per comunicare idee utili e metterle sotto un riflettore.”Lei ha un sito Internet, ha scritto libri. Quale è il suo atteggiamento verso la modernità?
“La specie si è evoluta fin dall’inizio dei tempi e la tecnologia fa parte dell’evoluzione. Ma la tecnologia non è solamente potere, dipende da cosa ne fanno gli uomini. Anche per il riciclaggio, anche per quello del legno, si usano tecnologie. Vale anche per i computer. Sono un mezzo potentissimo, ma è necessario che chi li produce li possa riprendere indietro al momento giusto. Attualmente molti vecchi computer sono semplicemente gettati via.”Come dovremmo comportarci nei confronti dei sensi di colpa che nascono in ognuno per le catastrofi ambientali, di cui è difficile non sentirsi responsabili?
“Non mi piacciono i sensi di colpa. La colpa è il contrario dell’agire. Vorrei che le persone si impegnassero, facessero qualcosa. Inutile sentirsi in colpa. Riguardo a quanto accade, per esempio la vicenda della mucca pazza, ci si può anche sentire malissimo. Ma c’è una sola sensata cosa da fare: diventare vegetariani.”La domanda a cui volevo arrivare è un’altra. Nell’ottica di un ecologista impegnato, che valore ha l’atto del viaggiare?
“Penso che avere la possibilità di attraversare lo spazio e recarsi in un posto faccia nascere il desiderio di proteggere quel luogo. È successo così anche per me. Se non avessi mai visto la foresta di sequoie in California, non mi sarebbe mai venuta voglia di arrampicarmi in cima a un albero per impedire che venisse tagliato. Quindi, dobbiamo essere consapevoli dei problemi che ci circondano, e quando abbiamo l’occasione di vedere qualcosa è meglio partire. Ci aiuta ad impegnarci. Certo, quando si viaggia bisogna farlo con molta attenzione.”In che modo, precisamente?
“Cominciando col ricordarci quanto sono speciali i posti che vediamo.”Un posto speciale per te, dopo Luna, la quercia che hai salvato dall’abbattimento?
“L’Italia, con le sue fontane, i parchi e i palazzi antichi. È un posto unico. Ma credo che molti italiani diano il tutto per scontato e non vi prestino abbastanza attenzione. Prima dobbiamo ricominciare ad apprezzare il posto in cui ci troviamo per poter apprezzare davvero un viaggio.”Le regole di un sano ecoturismo?
“Viaggiare in modo semplice invece che in modo stravagante. Spendere poco invece che passare tutto il tempo a fare acquisti. Non gettare la propria spazzatura in giro.”Mi potresti descrivere, ad uso dei viaggiatori che ci leggono, la foresta che hai contribuito a salvare in California?
“Innanzitutto in California gli alberi sono alti dai duecento ai trecento piedi, cioè circa 70 metri. Hanno un diametro che va dai 15 ai 30 metri, che vuol dire circa venti persone che si tengono per mano in cerchio. Hanno un’età di due o trecento anni. Quindi sono più antichi di alcuni dei bei palazzi che si possono trovare in Italia. Quando si cammina attraverso la foresta tutto è così verde perché si tratta di una foresta pluviale, c’è muschio dovunque. È come a teatro, dove c’è velluto rosso dappertutto. Nella foresta delle sequoie (sequoia in inglese si dice redwood, cioè legno rosso, Ndr) quel velluto è verde. L’aria è così pura che la si può sentire sulla lingua e sa di dolce. E l’acqua delle sorgenti è limpida e potabile..."E allora consiglieresti ai turisti di recarsi in questo luogo, lo consiglieresti a una gran quantità di persone?
“Ci sono zone che sono state istituite a Parco Naturale (Sequoia National Park, Yosemite National Park, Death Valley National Park Ndr.), dove le persone possono recarsi. Anche semplicemente visitare queste zone è un’esperienza che può cambiare la vita di chiunque. Ma suggerirei che nessuno si recasse nelle parti più recondite della foresta, perché quelle sono per gli animali che hanno bisogno di una casa e della propria intimità. Per me questo diritto di proprietà significa maggiore responsabilità: non possedere la terra e poterne disporre a piacimento, ma avere il dovere di esserne buoni custodi. E non si può essere buoni custodi se si distruggono gli alberi che ci danno l'aria che respiriamo e l'acqua che beviamo, garantiscono stabilità al terreno e al clima; se si distruggono le risorse della Terra che rappresentano il nostro futuro. Quando siamo testimoni di un'ingiustizia spesso non facciamo nulla perché abbiamo paura di perdere qualcosa, l'approvazione degli altri, per esempio; abbiamo paura di essere derisi o criticati; abbiamo paura di perdere le nostre comodità e i nostri agi. La disobbedienza civile è uno degli strumenti più efficaci in tutti i campi, dal sociale all'ambientale. Significa riconoscere che le leggi sono fatte da esseri umani, che, in quanto tali, possono commettere errori. Vivere in basi a leggi ingiuste vuol dire consentire che vengano perpetrate ingiustizie. Prendere posizione in favore di leggi superiori è la strada per ottenere un cambiamento. Ed è proprio con la disobbedienza civile che è stata realizzata la maggior parte dei cambiamenti nella storia dell'Umanità."Nei due anni di convivenza quotidiana con Luna, Julia ha potuto assumere una nuova prospettiva nei confronti della Vita e di tutti gli esseri viventi, ritrovando le radici di un'antica comunione tra l'Umanità e il resto della Creazione.
"Molte persone, sentendo che ho comunicato con un'albera, penseranno che io sia pazza - spiega ancora alla platea - in realtà, se riscoprissero le radici della loro cultura vi ritroverebbero la comunicazione con la Terra, gli alberi e gli animali. Quando noi esseri umani abbiamo deciso che questi altri esseri viventi non potevano comunicare con noi abbiamo cominciato a distruggerli. Oggi viviamo in un mondo che ci ha insegnato a dimenticare il nostro cuore, il nostro spirito, le nostre emozioni, il nostro profondo legame con la Vita. Ci ha insegnato a vivere nella mente soprattutto, ma ciononostante non riusciamo a pensare veramente. Così le cose che hanno un valore reale vengono trascurate o sminuite, mentre si favoriscono quelle che vengono solamente percepite come cose di valore, per esempio i soldi. Per ritornare a vivere in equilibrio bisogna tornare a includere il cuore e lo spirito nella nostra vita, anche nella politica e nella scienza."Insieme ad altre persone, Julia ha creato la Circle of Life Foundation e continua a dedicarsi alla protezione delle foreste e della Vita. Da quando è scesa dalla sequoia che ha protetto per oltre due anni non ha smesso di lavorare intensamente, di parlare con i giovani, con gruppi ambientalisti, politici, a conferenze, festival, concerti rock e nelle chiese. Aveva cominciato questo lavoro di comunicazione già su Luna e continua a farlo. Lavora con tutte queste persone e gruppi diversi perché la Terra su cui viviamo è una sola.
"La guarigione della nostra Terra deve cominciare dentro di noi per estendersi a tutte le sue parti in questo processo, la diversità è un'enorme ricchezza da valorizzare, che ci può consentire di trovare soluzioni creative per il bene comune."Così continua a raccontare al mondo la sua storia. Infatti quella di Julia non è la storia della donna che ha salvato un albero vivendoci per due anni ma la storia dei motivi per cui l'ha fatto e vuole dare un messaggio: ciascuno e ciascuna di noi può fare la differenza e cambiare le cose. Un messaggio che ama rivolgere in particolare alle bambine e ai bambini, come ha fatto alla Festa dell'Albero a Mantova organizzata dal Consorzio Pannello Ecologico che si occupa di mobili in legno riciclato.
“Salvare gli alberi significa semplicemente non abbatterli. Questo è il punto: se impariamo ad usare e ri-usare ciò che la natura ci ha già dato (o che in alcuni casi le abbiamo rubato) non ci sarà più bisogno di infierire su Essa. Riciclare significa amare la natura, riciclare il legno significa preservare gli alberi. L'uomo può fare molto per la salvaguardia dell'ambiente. La tecnologia può essere distruttiva: è lo stile adottato dalla Pacific Lumber, che usa motoseghe lunghe più di due metri per abbattere alberi. E impiega enormi elicotteri per raccogliere tronchi, martoriando con le loro eliche intere colline, o per sparare fuoco liquido, il napalm, nelle zone appena disboscate in modo che, dall'alto, non sembrino tali. Ma per fortuna c'è l'altra faccia della medaglia: la tecnologia può essere usata nel rispetto delle persone e delle cose. Riutilizzare le risorse, per esempio. In Italia, a Mantova, c'è il Consorzio Pannello Ecologico, che raggruppa numerose aziende che impiegano solo legno riciclato per realizzare mobili. Un'iniziativa che da sola permette di salvare 8.000 alberi al giorno. Quasi 3 milioni di alberi ogni anno."II INTERVISTA A JULIA "BUTTERFLY" HILL
"Insieme possiamo cambiare il mondo." È questa la dedica che Julia mi lascia sul libro, col disegno di una foglia che si aggancia alla lettera finale del mio nome ed una farfalla che chiude il suo cognome. E’ un cerchio simbolico che si chiude e Julia ne sa qualcosa visto che la Fondazione che ha creato dopo l’esperienza sulla sequoia l’ha chiamata “Cerchio della vita”. Ci conoscevamo solo per posta elettronica, visto che ho lavorato per la trasmissione di Licia Colò, “King Kong” che l’ha intervistata in diretta quando era ancora sulla piattaforma sopra Luna, a sessanta metri d’altezza. Ci vuole una grinta incredibile per fare Julia Butterfly e gli occhi penetranti e il fisico atletico raccontano la sua storia. Va sempre in giro con una specie di thermos da dove beve del succo di frutta perché è contraria all’usa e getta. Blocca la troupe della Rai prima di un’intervista perché non gli viene spiegato a sufficienza l’uso del filmato, teme uno sfruttamento commerciale della sua immagine. Si affanna a spiegare che il libro, sia la versione originale che ogni possibile traduzione, è stato stampato su carta riciclata e sbiancata senza cloro e che i proventi vanno alle cause che le stanno a cuore.
Come hai trovato la forza di sopportare così a lungo le pressioni psicologiche, la solitudine, i boscaioli?
Quest’esperienza mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto guardare le cose in modo diverso. Quando sei lassù, tutto cambia. Potevo vedere benissimo sia la bellezza che mi circondava che il disastro che si stava compiendo.C’è stato un momento nel quale ti è sembrato come di morire?
Beh, a dir la verità, sono stata davvero a un passo dalla morte, non era esattamente una sensazione, ma una realtà. Un giorno d’inverno, il tempo è cambiato improvvisamente, il vento è arrivato a 140 chilometri all’ora ed è scoppiata una tempesta. Ho avuto davvero paura, certo, ma ero e sono convinta che ci sono esperienze per le quali vale davvero la pena vivere. Se fossi scesa da Luna al primo raffreddore o la prima tempesta, quella foresta non ci sarebbe più.Descrivi spesso la tua esperienza come qualcosa che ti ha dato forza, amore e consapevolezza. Puoi spiegarcelo?
Sì, della forza abbiamo già parlato. Noi diamo per scontate tante cose, dall’acqua calda alla doccia la mattina, dai vestiti al cibo. Quando non ce li hai acquisti una forza che non avresti mai pensato di avere. Stando sopra Luna dipendevo dagli aiuti che mi arrivavano dagli amici. E’ stata quindi un’esperienza di amore, perché era proprio questo, qualcosa di spirituale che cercavo. Quando sono salita sulla piattaforma e pensavo che sarebbe stato per due settimane, non sapevo nulla di ecologia o del gruppo che si occupava di quella foresta. Non ero certo un’ecologista. Ho acquistato poi consapevolezza di quello che accade nel mondo ed ora sostengo anche la causa antinucleare e quella per i popoli nativi d’America.*********************************
E ora ecco un libro che vi insegna a scegliere l'albero giusto e a costruirvi la vostra capanna, ovviamente sempre nel rispetto dell'albero!

Il succo del libro: Quante volte avrai sognato di avere una piccola casa tutta per te. Osserva e impara dalle tecniche che diverse popolazioni nel mondo hanno usato per secoli. Il tuo sogno si realizzerà prendendo la forma di una capanna canadese, di un pipocaki lappone o di un tepee indiano. Non resta che guardarsi intorno e scegliere il posto più adatto. L'autore: RENÉE KAYSER. Il testo, scritto con grande chiarezza e precisione, conduce passo dopo passo alla realizzazione delle costruzioni descritte e rappresentate nelle illustrazioni.
L'illustratore: PIERRE BALLOUHEY. Le immagini, tutte a colori e di buon livello tecnico, sono funzionali alla realizzazione delle costruzioni e illustrano tutte le difficoltà che i giovani lettori possono incontrare nel prepararsi un rifugio tutto per sé.*********************************
Dicevamo che gli alberi della California si prestano particolarmente per la costruzione di capanne, ma anche in Italia c'è chi se ne occupa, anzi, chi ha fatto del vivere in simbiosi con le piante una filosofia di vita. Si tratta del Progetto WA: per una architettura albero-centrica, teorizzato da Thomas Allocca, cui lascio la parola: "WA nasce nel maggio 2003 con il sito www.wooden-architecture.org per la promozione degli alberi e del legno come risorse naturali per eccellenza dell'architettura sostenibile. WA non ha inventato nulla di nuovo ma il suo punto di vista ha lanciato una nuova passione per un rinascimento dell'architettura in legno non tanto come una affascinante moda ma come la più saggia occasione di fare architettura in armonia scientifica e simbolica con la natura, un nuovo modo di concepire l'architettura in legno come architettura arborea, architettura albero-centrica, una nuova visione energetica dell'architettura in legno per antropizzare la natura senza che la natura se ne accorga, per correre sempre più forte e velocemente verso nuove frontiere dell'abitare, ma sempre con la saggezza e l'umiltà di stare un passo indietro alla natura, al massimo correrle fianco a fianco." Il sito e le sue teorie meritano senz'altro una visita!Se volete vedere altre immagini o sapere come fabbricare la vostra capanna sull'albero, eccovi alcuni siti:
http://erewhon.ticonuno.it/riv/rete/capanne/capanne.htm (in italiano)
http://www.lacasasullalbero.it/ (in italiano)
http://www.treehouses.com (in inglese)
www.treehouses.org (in inglese)
www.freespiritspheres.com (in inglese, per ordinare dal Canada delle sfere da appendere ai tronchi, con tanto di letto e frigorifero!)
Geomelodia
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaGeomelodia (o meglio: geofonia!): la musica dentro le montagne!"Musica dentro le montagne??"
Mi sembra di vedere la curiosità sul volto di chi si trovi a visitare questa pagina senza avere ancora letto L'enigma di Gaia .
Se questo fosse il caso vostro, e non desideraste avere anticipazioni, vi consiglio di non proseguire, perché ciò che segue potrebbe togliervi il gusto della sorpresa!
Come ho già scritto nei ringraziamenti pubblicati in fondo al libro, l'idea della geomelodia (che ha un ruolo fondamentale nel libro) è fortemente ispirata alla geofonia, un'intuizione del geologo Alessandro Montanari che trovai fin da subito altamente suggestiva.
Nel mio libro accenno appena all'aspetto più teorico, ma questo sito mi dà l'opportunità di riportare per intero l'articolo dove incontrai per la prima volta la geofonia. Buona lettura!
Alessandro Montanari è direttore dell'Osservatorio Geologico di Coldigioco (Comune di Apiro, Macerata), un centro privato fondato nel 1992 con David Bice e Walter Alvarez. Si occupa di rilevamento geologico, stratigrafia, sedimentologia, tettonica, geologia strutturale, geologia regionale e musica geofonica. Ha organizzato numerosi corsi brevi e stage per conto di università e istituti europei e statunitensi. È autore di oltre 80 articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali. Ha curato l'editing di alcuni volumi scientifici. Collabora in vari progetti di ricerca sulla stratigrafia integrata e sulla paleoclimatologia con istituti europei e statunitensi. E' anche autore di testi di divulgazione scientifica e ha collaborato alla realizzazione di alcuni programmi televisivi di divulgazione scientifica. Tiene seminari integrativi nei licei scientifici delle Marche e collabora con 'Associazione Nazionale degli Insegnanti di Scienze Naturali.
LA GEOFONIA
MUSICA DENTRO LE MONTAGNE
Un musicista informatico e un geologo si incontrano a suonare. E session dopo session, viene fuori l'idea di suonare le viscere della Terra e scoprire che possono diventare un disco.
La musica che gira dentro
di Nanni Riccobono, tratto da "Diario" n. 20 (18-24/5/2001)
La Terra suona
Allegra, sommessa, fragorosa, triste. Nelle sue viscere stratificate ci sono, disposte secondo un ordine matematico, note musicali che formano ogni sorta di melodia. Note che raccontano la storia del pianeta.
Jazz on the rocks, per dire, è un pezzo melanconico che richiama alla mente un piano bar che si è svuotato, mentre il barista pulisce il bancone e c'è il pianista che si attarda sui tasti aspettando la sua ragazza, che non arriva, non arriva...
Il brano è nientemeno che la traduzione musicale delle variazioni del carbonato di calcio accompagnato da materiali detritici come il quarzo e la dolomite in una sequenza di strati calcarei sulle falesie del Monte dei Corvi. Remembering Gina invece è una cascatella di note suonate all'arpa, come il levarsi di un lieto e consueto saluto al mattino: la melodia è stata realizzata utilizzando 650 calcimetrie prelevate tra i 130 e i 157 metri dello stesso monte, per un intervallo temporale di circa 500 mila anni.
E così via. Tutto merito di Frankenstein. Così è stato chiamato il programma studiato per trasformare in brani musicali sussulti di secoli o eventi traumatici come la caduta di meteoriti. La musica della Terra si chiama geofonia ed è stata scoperta da Alessandro Montanari - un geologo di razza pura, fondatore dell'Osservatorio geologico di Coldigioco, nelle Marche - che ha lavorato in coppia con un giovane musicista e informatico, Gabriele Rossetti. Anche Alessandro Montanari suona, naturalmente.
I due si sono incontrati in un locale, hanno iniziato a familiarizzare grazie a una jam session, quel che ci vuole per stabilire rapporti tra le reciproche creatività, e, session dopo session, è nata l'idea di far suonare la Terra. Montanari precisa:
"È sempre stato il mio chiodo fisso. Un'immagine che ho sempre avuto in testa..".
In un suo vecchio e affascinante libretto, Le rocce del Conero raccontano, nel descrivere l'evoluzione geologica della catena appenninica, la paragona a una sala da concerto: "L'antico bacino sedimentario umbro-marchigiano può essere paragonato a un registratore Hi-Fi posto alla giusta distanza dal gran concerto geologico dell'orogenesi alpina...".
Note molto profonde
Il suo chiodo fisso sta per diventare un cd, Dance with the Earth, per la casa discografica Arte Nomade. Il disco, in uscita a fine maggio, propone i brani così come sono "scritti" dalle rocce, applicando alle sequenze stratigrafiche individuate da Montanari, un programma ideato da Gabriele Rossetti.
Il programma si chiama Frankenstein, ovvero un mostro che è stato costruito pezzo per pezzo, ed è cresciuto man mano che l'idea della geofonia e la sua consistenza prendevano forma. Seguirà un altro cd con l'interpretazione di musicisti delle melodie terragne: chissà cosa ne avrebbe ricavato Charles Mingus che, ricordate? nel pezzo Pitecantropus Erectus racconta l'uomo che, lentamente, si alza, e finalmente acquista la posizione eretta.
In questo caso il racconto è diverso, l'uomo non c'entra quasi, e affermare che la Terra suona non è una semplice trovata poetica. La geofonia è, per definizione, l'interpretazione musicale di sequenze-tempo, derivate dall'analisi quantitativa e numerica di rocce che esprimono fenomeni geologici avvenuti nel passato.
Per esempio, come la spiega Montanari, prendiamo una serie di flysh, cioè, una successione stratificata di torbiditi. La torbidite, per dirla in breve, è uno strato di arenaria che si è formato con i detriti trasportati da una corrente sul fondo del mare.
I detriti si sono mossi per via di un terremoto che ha causato il collasso della scarpata costiera. Più forte il sisma, più grande la quantità di detriti che viene giù dalla scarpata, più spesso lo strato di torbidite che si formerà col tempo. Una serie di i flysh quindi non rappresenta altro che una serie di terremoti, più o meno violenti, che si sono succeduti nel tempo.
Da questa serie/tempo si ricava una sequenza grafica rappresentata da una curva sinusoidale. Assegnando ai valori successivi di spessore degli strati un monotóno, si ottiene un suono, il cui volume aumenta o diminuisce nel tempo, proprio come nel tempo è aumentata, o diminuita, l'intensità delle scosse sismiche in successione. Il sonógramma complessivo rappresenterà l'evoluzione sismica di una particolare zona, in un periodo di tempo che è quello della serie stratigrafica analizzata.
Naturalmente, se per ogni spessore, invece del volume, si assegna una nota musicale che varia in una scala, ovviamente, musicale prestabilita proporzionalmente allo spessore degli strati, si ottiene una melodia, spesso gradevole e orecchiabile. Insomma, si ottiene della musica.
Quando la ascoltiamo, ascoltiamo la traduzione musicale di terremoti realmente avvenuti in un lontano passato. Altro esempio, di grande fascino, è la ciclostratigrafia della serie del Monte dei Corvi, sulla Riviera del Conero. Lì le rocce rappresentano ciò che una volta erano profondi fondali marini privi di materiale detritico, le cosiddette "serie pelagiche".
Gli strati si sono depositati lentamente, nell'ordine di millimetri o centimetri per millennio, e sono costituiti per lo più dall'accumulo di gusci e resti di organismi marini che compongono il plancton. Il fattore principale che regola la produzione di plancton - e dunque anche del suo "cadavere", il calcare - è il clima. Con il caldo il plancton si riproduce copiosamente, se fa freddo invece la sua produzione rallenta. Dunque le variazioni climatiche sono un fattore decisivo nell'interpretare una determinata serie geologica.
Orbite in movimento
Da cosa dipendono le variazioni del clima? Come scoprì il geofžsico serbo Milankovich nei primi decenni del Novecento, esse sono legate a tre cicli orbitali periodici: la variazione dell'eccentricità dell'orbita terrestre, la variazione nell'inclinazione dell'asse e la precessione degli equinozi, ovvero l'oscillazione dello stesso asse, che riesce a dare alla Terra un movimento simile a quello che fa una trottola.
Le calotte polari dunque aumentano o diminuiscono a seconda dell'energia solare ricevuta alle alte latitudini, influendo profondamente sulle stagioni (inverni caldi, estati fredde...), sulle precipitazioni o sulla siccità, a seconda dei casi, ma comunque sempre in modo ciclico, ripetuto, matematico.
La geofonia, in questo caso, traduce in musica la sequenza della sedimentazione che rappresenta i cicli orbitali della Terra e i loro effetti sul plancton in quel particolare bacino, durante un determinato periodo di tempo geologico.
Il brano Crows and seagulls, ad esempio, è stato realizzato analizzando 1840 calcimetrie della serie del Monte dei Corvi, una ogni due centimetri e mezzo, equivalenti a un periodo che va dai 12,5 agli 11,1 milioni di anni fa. La densità di materiale sedimentato viene disegnata in un grafico dove, alle due assi, da una parte corrisponde il tempo e dall'altra la densità della materia.
Alla traccia originale se ne aggiungono tre uguali, però smussate. Ed ecco che viene fuori lo spartito: alle quattro sequenze di dati, vengono assegnati degli strumenti - marimba, arpa, sitar e cristalli - e nasce una piccola sinfonia.
Grandi e piccole storie
Ci sono però anche brani che "suonano" eventi precisi, non interi pezzi di storia geologica della durata di secoli e secoli. Si intitolano Comets go round e A cross the boundaries. Nel primo sono descritti, attraverso l'analisi delle anomalie dell'iridio e dell'isotopo dell'Elio 3, tre grossi impatti che la Terra ha subito nel passato da parte di comete.
Due di questi impatti sono stati associati ai giganteschi crateri che, per localizzarli, corrispondono alla baia di Chesapeack negli Usa, e di Popigai in Russia, il terzo è un evento non ancora ben definito, ma senz'altro avvenuto.
Dentro il brano il momento degli impatti, viene esaltato dal suono di un'intera orchestra, mentre quando arriva il turno di mettere in nota eventi minori, come le eruzioni vulcaniche, c'è soltanto un semplice colpo di piatti.
Nel caso di Across the boundaries, in particolare, l'evento rappresentato è l'ultimo giorno dell'era dei rettili, perché la melodia è stata tratta dalle sequenze che contengono l'impatto avvenuto al limite tra il Cretaceo e il Terziario, 65 milioni di anni fa.
Le sequenze analizzate sono state prese sia dagli affioramenti di Zumaya, in Spagna, che a Gubbio. I parametri prendevano in esame il carbonato di calcio, la suscettibilità magnetica e la ciclicità prima del botto e poi subito dopo, quando lo stile della stratificazione cambia all'improvviso.
I calcari diventano molto densi, perché l'evento provoca l'estinzione di massa del plancton, ma un'unica specie si salva ed ecco che comincia a riprodursi, indisturbata e senza concorrenza, in maniera pazzesca. Le due sezioni, quella di Gubbio e quella di Zumaya, vengono correlate in base al tempo geologico, come due registrazioni diverse dello stesso evento.
Ecco che, subito dopo il botto, le voci del coro aumentano e si fanno un po' misteriose, quasi inquietanti: ciò che significa morte e distruzione per il 70 per cento delle specie del pianeta corrisponde d'altra parte all'aumento del carbonato di calcio prodotto da quell'unica specie superstite di foraminiferi.
Ed è quest'ultimo che noi ascoltiamo come coro crescente. Jumping sardine invece è un brano dedicato alla chiusura dello Stretto di Gibilterra, sette milioni di anni fa, e la conseguente eutrofizzazione del Mediterraneo - che da quel momento viene isolato dall'Oceano Atlantico - così come la "ricorda" la sezione della Sardella, sulla riviera del Conero.
La crisi dura sette-ottocentomila anni e la melodia ce la racconta, molto più in breve, in tutte le sue sfumature. In realtà è davvero impossibile raccontare in dettaglio tutti i brani (che del resto, come tutta la musica, devono essere ascoltati), limitiamoci a dire soltanto che il disco si chiude con un'altra poetica Gina, Waves and layers for Gina, la traduzione del rumore del mare su di una curva smussata di carbonato di calcio.
Voli in pallone e bubbles
approfondimento su:Gli Invisibili 4 - L'enigma di GaiaQui saprete tutto sui voli in pallone e sulle bubbles, protagoniste di una delle scene più spettacolari del libro!Uno dei nuovi personaggi del libro che preferisco si chiama Roxanne, una ex scienziata sulla sessantina che ha voltato le spalle al Governo USA perché in disaccordo con la sua politica ambientale e che ora vive in una capanna su un'alta sequoia (vede anche la sezione delle Case sugli alberi). Contraria alle auto e ai motoveicoli di ogni tipo, Roxanne usa per spostarsi un pallone aerostatico che ha soprannominato Mamy. Ma come sono fatti i palloni aerostatici? Sono uguali alle mongolfiere? E le bubbles? Cosa sono? Esistono veramente? Be', siete proprio curiosi! Allora continuate a leggere e lo saprete...
Come sono fatti e come volano gli aerostati
L'aerostato è un aeromobile che per ottenere la portanza, cioè la forza necessaria a sollevarsi da terra e volare, anziché muoversi nell'aria utilizza un gas "più leggero dell'aria" vale a dire elio, idrogeno o aria riscaldata. Esistono vari tipi di aerostato: una prima distinzione è quella secondo il tipo di gas utilizzato per ottenere la forza ascensionale. In questo modo possiamo suddividere gli aerostati in palloni ad aria calda (le mongolfiere propriamente dette, dove l'aria viene scaldata per mezzo di bruciatori) e palloni a gas (gonfiati con idrogeno o elio). Possiamo poi distinguere gli aerostati in dirigibili (con la caratteristica forma a siluro e dotati di motori e organi di governo) e non dirigibili (mongolfiere e palloni a gas), che seguono la direzione del vento e possono solo variare la quota di volo (La mongolfiera non si può dirigere a piacimento, può salire e scendere semplicemente aumentando o diminuendo i colpi di "manetta" al bruciatore collegato alle bombole di GPL. Il pilota deve così scoprire, con cambiamenti d’altitudine, le invisibili correnti che lo circondano e la direzione del vento crea la nuova rotta, portandosi "dentro" il pallone. Le condizioni meteo migliori per un volo sicuro sono al mattino dopo l’alba o al pomeriggio prima del tramonto e in pratica solo in montagna e con basse temperature si potrà vedere una mongolfiera volare a bassa quota a mezzogiorno...)
Queste suddivisioni non sono rigide e quindi palloni e dirigibili possono essere sia a gas che ad aria calda. Esiste poi anche un pallone ibrido, il pallone Rozier, che utilizza allo stesso tempo sia l'aria calda che il gas.
Gli aerostati più antichi sono la mongolfiera e il pallone a idrogeno: entrambi volarono per la prima volta in Francia nel 1783 a poco tempo di distanza l'uno dall'altra. Negli ultimi anni si sono diffusi i dirigibili ad aria calda che uniscono la semplicità costruttiva e la facilità di gestione della mongolfiera alla direzionabilità del dirigibile.
Principi del volo aerostatico
Il volo aerostatico in pratica si basa sul principio di Archimede che recita: "Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l'alto uguale al peso del fluido spostato". Scaldando, l'aria contenuta nell'involucro si dilata finché, raggiunta la capienza massima dell'involucro stesso, inizia a fuoriuscire dall'apertura in basso. Quando è uscita una quantità di aria corrispondente al peso della cesta con i suoi occupanti, la mongolfiera è in equilibrio.
Da questo momento , più si scalda e più aria fuoriesce, alleggerendo il pallone che inizia a salire. Facendo raffreddare, l'aria che era uscita rientra appesantendo il pallone che inizia a discendere. Il volo livellato si ottiene mantenendo costante il peso dell'aria all'interno dell'involucro.
Mentre nella mongolfiera la variazione di quota si ottiene scaldando o lasciando raffreddare l'aria contenuta all'interno dell'involucro, il pallone a gas sale scaricando zavorra (sabbia contenuta in appositi sacchetti) e scende liberando gas per mezzo di una valvola.
Lo studio dei problemi connessi al volo aerostatico ha contribuito grandemente alla ricerca sulla fisica dei gas e sui fenomeni atmosferici e meteorologici oltre che alla conoscenza della fisiologia umana e al comportamento dell'organismo alle alte quote.
Classificazione internazionale dei palloni
Gli aerostati sono classificati secondo la grandezza ed il tipo da un apposita commissione della Federazione Aeronautica Internazionale (FAI) che è il massimo organo sportivo aeronautico. Nell'ambito dell'aviazione non commerciale, la FAI classifica tutti gli aeromobili. Gli aerostati, definiti anche come "aeromobili più leggeri dell'aria", appartengono alla classe A che a sua volta è suddivisa in quattro sotto-classi secondo la caratteristiche peculiari degli aerostati:
AA: palloni a gas
AX: palloni ad aria calda (mongolfiere)
AM: palloni Rozier (palloni gonfiati sia con gas che con aria calda)
AS: palloni a gas con involucro pressurizzato (per uso scientifico)
Queste sotto-classi sono organizzate in 15 categorie a seconda del volume dell'involucro.
La mongolfiera
Il principio di funzionamento di una moderna mongolfiera è assolutamente identico a quello del pallone dei fratelli Montgolfieres della fine del XVIII secolo. Le differenze stanno solo nei materiali impiegati per la costruzione e nel sistema adottato per riscaldare l'aria: oggi al posto di paglia e lana incendiate si usano sofisticati bruciatori a propano.
Oggi, come allora, una mongolfiera vola portata dal vento e il pilota non è in grado di stabilire esattamente dove andrà ad atterrare. Il pilota può però controllare con grande precisione la quota di volo: seguendo le correnti alle varie quote può quindi, entro certi limiti e con molta approssimazione, prevedere la rotta ma nulla è mai stabilito con precisione, le condizioni possono cambiare rapidamente tanto che due palloni che volano vicini possono prendere direzioni differenti pur essendo alla stessa quota e sulla stessa rotta.
Una mongolfiera è costituita essenzialmente da tre parti: l'involucro, il bruciatoree la navicella.L'involucro deve contenere l'aria riscaldata dal bruciatore. La struttura è formata da pannelli di nylon cuciti su nastri verticali e orizzontali. Alla sommità del pallone i nastri verticali sono riuniti in un "anello di coronamento" mentre alla base vengono prolungati da cavi d'acciao che a loro volta sono poi fissati al "quadro di carico" su cui è montato il bruciatore.
La sommità dell'involucro è aperta e viene chiusa dall'interno per mezzo di un pannello circolare di diametro maggiore di quello dell'apertura. Sotto la spinta dell'aria calda il pannello viene tenuto in posizione impedendo così la fuoriuscita dell'aria calda medesima. Per mezzo di un sistema di tiranti è possibile aprire il pannello per accelerare la discesa in volo o per facilitare lo sgonfiaggio del pallone dopo l'atterraggio per la sua forma (non per la sua funzione) viene detto "paracadute".Lo scopo del bruciatore, come abbiamo visto, è quello di riscaldare l'aria all'interno dell'involucro. Il bruciatore, generalmente doppio, è fissato al "quadro di carico" tramite un giunto cardanico che consente di dirigere la fiamma con precisione all'interno dell'involucro. Il bruciatore è alimentato da gas propano liquido contenuto in apposite bombole di acciaio o alluminio alloggiate all'interno della cesta. Aprendo i rubinetti il propano, tramite tubi flessibili, raggiunge una serpentina dove sotto l'effetto del calore torna allo stato gassoso si mescola all'aria e viene incendiato di volta in volta da una fiamma pilota alimentata dalle stese bombole. L'erogazione del gas al bruciatore e quindi le fiammate vengono regolate dal pilota mediante apposite valvole.
La navicella è appesa all'involucro e generalmente è fatta in viminiintrecciato e per questo è chiamata cesta. E' una caratteristica che di solito suscita meraviglia nei profani ma il fatto è che a tutt'oggi il vimini offre un buon compromesso tra robustezza, leggerezza ed elasticità (senza contare il fascino dell'estetica "d'antan" e del materiale naturale). La cesta ha una struttura portante di tubi metallici e il fondo rinforzato da longheroni di legno: l'insieme offre quindi sicurezza e protezione all'equipaggio.
Agli angoli della cesta sono alloggiate le bombole del gas, mentre lungo i lati trovano posto gli strumenti di navigazione e le altre dotazioni di bordo. La cesta è vincolata al "quadro di carico" e all'involucro per mezzo di cavi d'acciaio e moschettoni. Il "quadro di carico", a sua volta, è sostenuto da stecche rigide di nylon per impedire che all'atterraggio finisca addosso ai passeggeri.
Il volume di una mongolfiera di medie dimensioni, capace di portare tre o quattro persone, varia tra i 2000 e i 3000 metri cubi. La massa di un pallone da 2200 mc è dell'ordine di 2 tonnellate e mezza che equivale ad una inerzia considerevole: l'abilità del pilota consiste quindi nel variare la quota scaldando l'aria o facendola raffreddare anticipando le reazioni del velivolo.
L'autonomia di volo dipende dalla quantità di propano a disposizione per il bruciatore, dalle condizioni climatiche e dal peso trasportato. Per dare un'idea posiamo dire che una mongolfiera media di 2200 mc, con due o tre persone a bordo, in condizioni normali può volare per circa un'ora.Il pallone a gas
Quando si pensa alle mongolfiere l'immaginario collettivo evoca immediatamente l'immagine di palloni di forma sferica riempiti di un gas più leggero dell'aria, con una navicella a cui sono appesi sacchetti di sabbia. Questo, in effetti, è l'aspetto del pallone a gas, non della mongolfiera propriamente detta che per volare utilizza l'aria calda.
I palloni a gas rappresentano un capitolo fondamentale della storia del volo "più leggero dell'aria" avendo di fatto dominato per tutto l'Ottocento e per la prima metà del Novecento. Oggi, invece, solo un ristretto gruppo di piloti, continua a dedicarsi a questo tipo di aeromobile penalizzato soprattutto del costo del gas utilizzato (elio o idrogeno). Per avere un termine di paragone si pensi che si è calcolato che nel 1987 in tutto il mondo a fronte di cinquecentomila voli realizzati con mongolfiere, i voli con palloni a gas sono stati solo millecinquecento. Tuttavia con i palloni a gas si disputa la prima e più antica gara di volo in aerostato, la Coupe Gordon Bennet, gara di lunga distanza che si svolge ogni anno e che nelle ultime edizioni ha visto il dominio dei fratelli francesi Vincent e Jean-François Leys.
In Italia attualmente si contano solo due licenze di pilotaggio di pallone a gas. Nel nostro Paese questa specialità del volo aerostatico viene tenuta in vita dal Com.te Enzo Cisaro che è anche l'unico istruttore italiano.
Il gas più adatto al volo di un pallone è l'idrogeno in quanto si tratta dell'elemento più leggero esistente in natura. A questo proposito occorre sottolineare, a smentire la cattiva fama che questo gas si porta dietro, che se effettivamente l'idrogeno richiede sì alcune particolari precauzioni per il suo impiego, dovute alla sua caratteristica di essere infiammabile ed esplosivo, esso è stato il gas di riempimento del novanta per cento delle Coppe Gordon Bennet e dei Campionati Mondiali di questa specialità disputati nel corso di quasi cento anni. A tutt'oggi non risulta che ci sia stato mai il minimo incidente dovuto all'impiego di questo gas. L'elio, al contrario, è inerte e quindi assolutamente sicuro ma presenta un costo assai proibitivo.
Una peculiarità del pallone a gas è costituita dalla guide rope, una corda lunga almeno trenta metri ideata dal grande aeronauta Francesco Zambeccari alla fine del '700. La "guide rope" svolge alcune importanti funzioni: orienta il pallone durante l'atterraggio; rallenta la discesa al suolo del pallone; funziona da freno rallentando la velocità del pallone; in zone prive di ostacoli naturali o artificiali può essere lasciata strisciare sul terreno ottenendo così una funzione equilibratrice consentendo al pallone di mantenere una quota costante senza agire sul gas o sulla zavorra.
Rispetto alla mongolfiera il pallone a gas presenta un costo di esercizio più elevato, maggiore difficoltà di pilotaggio e una preparazione più complessa. Di contro l'autonomia di volo di un pallone a gas è nettamente maggiore di quella di un pallone ad aria calda. Inoltre il pallone a gas ha una maggiore capacità di sollevamento a parità di volume e offre la possibilità di volare in un silenzio totale.
Assistere al decollo di un gruppo di palloni a gas nel cuore della notte per partecipare ad una gara di lunga distanza come la Coupe Gordon Bennet è un'esperienza unica e affascinante. Gli aerostati prendono il volo in assoluto silenzio, a pochi minuti l'uno dall'altro, il buio è squarciato solo dai riflettori a terra che seguono le prime fasi del volo e ben presto di questi maestosi aerostati restano solo, in lontananza, le luci di via che lampeggiano nell'oscurità fino a confondersi con le stelle.
Il dirigibile
Come dice il nome stesso, il dirigibile è un aerostato che può essere guidato verso una direzione determinata grazie alla spinta di motori e alla presenza di timoni di direzione e profondità analoghi a quelli degli aerei. Il dirigibile si caratterizza poi per la caratteristica forma "a siluro".
Storicamente i dirigibili conobbero il loro massimo sviluppo tra l'inizio del XX secolo e la vigilia della seconda guerra mondiale. I dirigibili erano, a quell'epoca, i mezzi di trasporto più veloci sulle grandi distanze e vennero impiegati nei voli commerciali tra l'Europa e gli Stati Uniti offrendo ai passeggeri che potevano permetterselo un lusso e un comfort degno dei grandi transatlantici.I dirigibili di un secolo fa potevano avere una struttura rigida, semirigida o flessibile, mentre l'involucro era realizzato in stoffa ricoperta di gomma.
I dirigibili maggiori avevano bisogno di hangar immensi per poter essere ricoverati: basti pensare che gli Zeppelin più grandi erano lunghi 270 m. e alti 45. Aeronavi di queste dimensioni avevano notevoli problemi di manovrabilità e subivano pesantemente gli effetti delle turbolenze atmosferiche. Inoltre il gas utilizzato per il loro gonfiaggio, l'idrogeno, era facilmente infiammabile ed esplosivo.
L'epopea dei grandi dirigibili, che con Umberto Nobile e Roald Amundsen erano stati protagonisti anche delle trasvolate polari, finì tragicamente nel 1937 con il disastro dell'"Hindenburg". L'orgoglio dell'aviazione nazista venne completamente distrutto in uno spaventoso incendio, le cui cause non sono mai state del tutto chiarite, che causò la morte di 36 delle 97 persone a bordo. Nel dopo guerra i dirigibili furono del tutto soppiantati dagli aerei ormai divenuti più sicuri, più economici e decisamente più veloci.Negli ultimi anni hanno fatto la loro comparsa i dirigibili ad aria calda. In pratica si tratta di mongolfiere a forma di dirigibile a cui sono stati applicati un abitacolo e dei motori. Non hanno struttura rigida, sono decisamente più piccoli dei loro progenitori e non sono in grado di volare su lunghe distanze, ma sono molto sicuri e affidabili. Vengono utilizzati soprattutto per scopi pubblicitari ma esistono anche regolari competizioni sportive: nel 1996 la Valle d'Aosta ha ospitato il 5° campionato del mondo per dirigibili ad aria calda. In alcuni modelli l'involucro viene leggermente pressurizzato per conferirgli una maggiore rigidità strutturale anche se questo riduce la vita media dell'involucro rispetto ad un tipo non pressurizzato.
Nell'ultimo decennio sia l'aeronautica commerciale che quella militare hanno ricominciato a prendere in considerazione i dirigibili come mezzo di trasporto: studi, esperimenti e prototipi sono stati realizzati in Germania, Russia e Stati Uniti. I materiali e le tecnologie oggi disponibili potrebbero in un futuro prossimo rendere il dirigibile estremamente interessante per il trasporto di persone e merci soprattutto nelle zone non servite da strade, porti o aeroporti. Nonostante queste prospettive e l'ottimismo di progettisti e costruttori, ad oggi l'uso del dirigibile resta però confinato al volo da diporto o a scopi pubblicitari. Tuttavia è auspicabile che superate le difficoltà dovute soprattutto agli ingenti investimenti necessari per lo studio, la progettazione e la sperimentazione, anche questo aeromobile possa trovare una nuova vita degna del suo glorioso passato.
Il pallone Rozier
Ilpallone Rozier prende il nome dal grande aeronauta francese Jean François Pilâtre de Rozier, il primo uomo ad aver effettuato un volo vincolato ed il primo volo libero su una mongolfiera nel 1783. Il 15 giugno del 1785 Pilâtre morì a bordo di una "aeromongolfiera", un pallone con la parte superiore sferica dell'involucro gonfiata a idrogeno e la parteinferiore cilindrica funzionante come una mongolfiera. Il pallone Rozier, quindi, è un aerostato "ibrido" che unisce il pallone a gas e quello ad aria calda.
In effetti questo tipo di pallone dovrebbe chiamarsi pallone Zambeccari perché fu proprio il grande aeronauta italiano il primo a ideare un pallone "a doppia camera": solo una settimana dopo il primo volo umano egli, in una lettera al padre, già spiegava il suo progetto. In un'altra lettera, scritta dopo la morte di Pilâtre, Zambeccari si rammaricava che l'amico francese non fosse stato più prudente nello sperimentare un aerostato che presentava alcuni seri rischi. E d'altra parte, lo stesso Zambeccari, perirà nel 1812 a causa dell'incendio del pallone a doppia camera su cui stava volando.Dopo le morti di Pilâtre e di Zambeccari i palloni a gas soppiantarono sia quelli ad aria calda che quelli misti ad aria calda e idrogeno. I primi torneranno in uso solo a partire dagli anni '60, mentre i Rozier sono tornati alla ribalta una decina d'anni fa, nel 1992, quando Bertrand Piccard e Wim Verstraeten vinsero la Chrysler Transatlantic Challenge a bordo di un pallone Cameron R-77 da3000 mc davanti ad altri quattro palloni dello stesso modello.
Il pallone Rozier odierno funziona combinando l'uso dell'elio con quello dell'aria calda. Per il decollo la camera del gas viene riempita parzialmente con elio. Man mano che l'aerostato sale il calore del sole e la pressione atmosferica decrescente fanno espandere l'elio. Per mantenere costante la quota o per scendere l'elio viene fatto uscire attraverso apposite valvole poste sulla sommità. Durante la notte, in assenza dell'irraggiamento solare i piloti attivano i bruciatori a propano riscaldando l'aria che si trova nella camera sottostante a quella dell'elio. Se il pallone supera la quota massima consentita l'elio fuoriesce dalle appendici poste alla base dell'involucro per evitare che un'eccessiva espansione possa lacerare l'involucro. Sopra la camera dell'elio l'involucro contiene una ulteriore camera del gas che ha il compito di tenere distante l'involucro esterno da quello della camera del gas riducendo lo scambio di calore tra interno ed esterno.
I palloni Rozier sono stati utilizzati nei più recenti voli transoceanici e nei tentativi di circumnavigazione del globo senza scalo fino ai successi di Bertrand Piccard e Brian Jones nel 1999 (primo volo in pallone intorno al mondo senza scalo) e di Steve Fossett nel 2002 (primo volo intorno al mondo in solitario). Dopo moltissimi tentativi, i palloni Rozier si sono dimostrati quelli più adatti a questo genere di imprese. Si tratta di aerostati frutto di una tecnologia sofisticata e gestiti da un team di specialisti del quale, oltre ai piloti, fanno parte scienziati, ingegneri, meteorologi, informatici, con uno schema di lavoro molto simile a quello delle missioni spaziali.
Le forme speciali
La forme speciali (special shapes) sono mongolfiere che anziché la classica forma "a lampadina" riproducono oggetti, immagini, forme naturali o aritificiali di vario tipo. Le mongolfiere di forma speciale vengono realizzate soprattutto per motivi pubblicitari, di rappresentanza o per celebrare eventi particolari. A causa del loro costo molto elevato e avendo necessità di molte persone per il loro montaggio in genere questo tipo di palloni è proprietà di enti, società o aziende che poi li danno in gestione a team di professionisti.
Le forme speciali non sono un'invenzione recente ma comparvero fin dagli albori del volo aerostatico. Alcune di queste furono concepite per volare, in occasione di feste particolari, altre invece venivano innalzate e trattenute al suolo da funi. La tecnologia e le conoscenze tecniche dell'epoca, certo inferiori alle attuali, non impedirono ai progettisti di concepire aerostati anche molto complessi ed elaborati, anche se non tutti furono poi effettivamente realizzati.Con la rinascita dei palloni ad aria calda le forme speciali hanno ottenuto un nuovo successo: oggi non c'è praticamente raduno di una certa importanza che non ospiti almeno una di queste particolari mongolfiere. Oggi è possibile vedere volare scatole, lattine, lampadine, animali, palazzi, personaggi dei fumetti e dei cartoni animati, marchi pubblicitari, orologi, forme di formaggio, dinosauri, torte di compleanno e ogni tipo di mezzo di trasporto. In questi ultimi anni si sono visti in volo il castello della Bella Addormentata, uno scozzese con tanto di cornamusa, l'Orient Express, lo Shuttle e la bellissima Arca di Noè presentata per la prima volta nel 1994 al raduno di Albuquerque. Le moderne tecnologie, applicate alla progettazione e alla realizzazione degli aerostati, non pone praticamente alcun limite alla fantasia dei committenti e dei progettisti.
Una forma speciale assolutamente unica à la mongolfiera "rovesciata" della Festo, un pallone che sembra volare capovolta con la cesta rivolta verso il cielo. Questa mongolfiera vola sempre affiancata alla sua gemella identica con un effetto complessivo assolutamente incredibile. A ogni esibizione non è raro incontrare spettatori ignari che preoccupati chiedono spiegazioni temendo un qualche incidente.
I palloni di forma speciale sono più difficili da costruire, da gonfiare e da pilotare di quelli di forma tradizionale. Anche le possibilità di volo sono limitate dato che molto più dei palloni tradizionali subiscono gli effetti del vento e delle turbolenze atmosferiche. Per questo solitamente non gareggiano insieme ai palloni tradizionali ma partecipano a raduni a loro riservati o fanno da spettacolare contorno ai raduni e alle competizioni delle mongolfiere di forma tradizionale.In questa particolare categoria un posto particolare lo merita la flotta di mongolfiere del magnate dell'editoria Malcolm Forbes, scomparso nel 1990, e ora ereditata dai figli. Si tratta di una "collezione" di una trentina di mongolfiere davvero unica al mondo che comprende tra l'altro una moto Harley-Davidson, un uovo di Fabergé, il minareto di Islamabad(più alto dell'originale), la Sfinge, un tempio giapponese, la caravella Santa Maria di Colombo (una delle forme speciali più grandi e complesse mai realizzate), il busto di Beethoven, uno spettacolare Solimano il Magnifico, oltre al castello normanno di Balleroydi proprietà della famiglia e sede ogni anno di un raduno aerostatico. Tutte le mongolfiere di Forbes sono realizzate dalla Cameron Balloons di Bristol e sono tutte volanti. Forbes fu uno dei primi a capire l'eccezionale possibilità offerta dalla mongolfiera come mezzo pubblicitario e la utilizzò sempre per il lancio delle sue iniziative imprenditoriali.
Il testo di questa pagina è per lo più tratto dal sito: http://www.aerostati.it/home.htm
LE BUBBLES
Nella loro missione di salvataggio gli Invisibili si troveranno a utilizzare dei palloni aerostatici in miniatura (chiamati bubbles), in grado di permettere a una persona di librarsi e addirittura camminare sulla volta della foresta amazzonica. Da dove ho preso l'idea? Esistono veramente? E, se sì, come sono fatti?
Andiamo con ordine. Le bubbles esistono, anche se nel mio libro ne ho descritto una versione più avanzata che offrirebbe maggiore possibilità di movimento. Mi imbattei in un servizio che ne parlava su Quark, una rivista scientifica che potete trovare ogni mese in edicola (in particolare si trattava del numero 29 del 2/6/2003). A seguire vi riporto una sintesi dell'articolo con relative immagini, così potrete vedere che aspetto hanno in realtà le bubbles!
La zattera delle cime
Per studiare i livelli più alti del Parco di Masoala in Madagascar 75 ricercatori si sono trasformati in scalatori, trapezisti e aviatori. Per esempio, hanno utilizzato una zattera appoggiata sulle cime degli alberi, a 30-40 metri d'altezza. È stata chiamata Pretzel per la forma che ricorda quella del famoso salatino.
Per esaminare diverse aree della foresta, la zattera viene spostata con un dirigibile.
Due ricercatori sulla slitta percuotono le cime degli alberi per far cadere gli insetti nelle trappole. A seconda dell'altezza a cui avviene la raccolta si possono osservare insetti di specie diverse.
Eric Faure, studioso di insetti ed esperto di farfalle, controlla le trappole poste sotto la zattera. la struttura è realizzata in Pvc (un tipo di plastica) e rete da pesca, e ha una superficie di 400 m2.
Il genetista Jean-Jacques Rakotomalala osserva la foresta attraverso la rete della zattera.
Un camaleonte (Furcifer pardalis) posato sul dito dei Dante Fenolio, studioso di rettili e anfibi.
Ed eccoci alle bubbles! Quando devono spostarsi di decine di metri sulle cime degli alberi, i ricercatori utilizzano le bubbles, piccoli palloni gonfiati a elio ancorati a una fune tesa tra due alberi.
Ognuno deve saper fare un po' di tutto, ricoprendo ruoli diversi. Nell'immagine, uno dei fotografi della spedizione, Laurent Pyot, aiuta gli studiosi nella cattura degli insetti agganciato a una bubble.
E infine ecco un particolare dove si vede meglio l'imbracatura.
DOVE VOLARE? DOVE PRENDERE IL BREVETTO? DOVE FREQUENTARE PER AVERE NOTIZIE AGGIORNATE? DOVE LEGGERE DI MONGOLFIERE? Per tutte queste domande (e molte altre) vi rimando all'ottimo sito di Giuseppe Copparoni, detto Grandepino: http://web.tiscali.it/windrider/.
Per saperne di più:
Il sito dell'aerostatica italiana: http://www.aerostati.it/home.htm








































